mercoledì 19 febbraio 2020

Boria di Società civile, di radical chic e di una sinistra sotutto io.



L'Elite sostiene che il populismo ha introdotto l’insulto ma sicuramente l’insulto culturale è tutto di matrice radical chic.
In una sua analisi del risultato Stephen L. Carter, prof di diritto a Yale dal titolo Cari democratici è l’arroganza che vi ha fatto perdere, impietosamente sostiene.
“Troppi tra i miei amici progressisti sembrano aver dimenticato come argomentare in modo puntuale e sono invece diventati esperti di condanna, derisione, scherno. Punto dopo punto sono molto bravi a spiegare il motivo per cui nessuno potrebbe mai avversare le loro posizioni politiche se non per i più vili motivi. E quelle stesse posizioni troppo spesso enunciate con zelante solennità, quasi suggerendo che i loro punti di vista sono la sacra scrittura - e chi dissente dev'essere confinato nelle tenebre, politicamente parlando. In breve, la sinistra è stata ultimamente ricolma di arroganza”
Il prof Carter registra ciò che tutti vedono e sopportano dal dopoguerra: un’arroganza senza limiti e senza vergogna di una parte della società, quella a sinistra, che si esprime in comportamenti, parole, discorsi offensivi, insultanti, irridenti verso chi non la pensa come loro. Aggiungiamo: una società che si autocelebra e si auto incensa come società civile, che si organizza in odiose elite, che da decenni cercano in ogni modo e con ogni mezzo, riuscendoci, di instaurare e rinforzare una vergognosa egemonia culturale, arrogandosi anche il diritto di decidere ciò che è cultura e ciò che non lo è, chi è colto e chi non lo è, chi è culturalmente spregevole e chi e moralmente saggio.
Sono così convinti, se lo dicono fra loro con tale intensità fra loro e da così lungo tempo, che hanno finito per credere di essere davvero, per nascita o per DNA, la parte moralmente sana, intelligente, sapiente, etica dei cittadini; un sapere infuso che li esonera dalla necessità di istruirsi e di pensare. Questa degenerazione estrema ha creato una generazione (di ignoranti) che non pensa e non interagisce con quell’altra parte della cittadinanza, che disprezza come ignorante e incivile e che, quindi, non riesce e non riuscirà mai a capire le articolazioni della società: non riescono neppure a vederla: vivono su Marte, un loro personalissimo Marte.
Dopo le mazzate della Brexit, dell’elezione di Trump, del successo di “populisti” in Ungheria, in Polonia e la crescita dei famigerati partiti populisti, razzisti, dopo la cocente umiliazione inflitta dalle celebrate, avanzate, progressiste democrazie nordiche come Svezia, Danimarca che hanno elevato i famigerati muri, qualche fuggevole pensiero di non essere portatori di bontà, civiltà e sapere infuso, ma di essere invece una riedizione dell’aristocrazia e del clero, sembra aver attraversato le loro cervici ma non è certo riuscita a instillare le capacità di pensare e d’istruirsi, che hanno perso da tempo immemorabile.
In un’intervista rilasciata a La Stampa del 10/11/16 il cittadino civile Letta, già presidente del consiglio e poi emigrato ad occupare un posto di denari e prestigio, una delle tante tessere del loro ben costruito e difeso puzzle di potere culturale, dopo il solito repertorio antipopulista, fa però una interessante ammissione “C’è un rapporto tra elite ed elettori su cui bisogna interrogarsi. Mi ha molto colpito il voto di Washington D. C. (dove ha sede l’amministrazione americana) la Clinton è arrivata al 93 %. C’è uno spaventoso distacco tra Palazzo del potere e gente comune.”
Si è interrogato nel frattempo cittadino Letta? o continua solo a dire che bisogna interrogarsi? Interrogatevi una buona volta e depositate la vostra arroganza; poi tirate l'acqua. E con l'acqua anche quell'acuto di intelligenza e cultura che sono le sardine.
Si faccia attenzione all’espressione “gente comune”, all’incredibile espressione “gente comune” che fa ben il paio con l’altra espressione “Società civile” continuamente ripetuta e ostentata.
C’era bisogno di leggere quelle percentuali elitario Letta? Proprio lei che proviene da un partito autenticamente popolare come la Democrazia Cristiana? Non bastava che si guardasse allo specchio? Cosa pensa di fare il cittadino Letta dopo la sua mirabolante scoperta? Nulla, come al solito continuando a difendere i privilegi della sua elite? No, naturalmente. Sicuramente lei AUSPICA. Cosa auspica? Non ha importanza l’importante è auspicare.
E’ il tanto citato Populismo a liberare il dio nazionalismo che a sua volta libera rabbiosi razzismi, antisemitismi, totalitarismi? Noi, che stiamo scrivendo questo manifesto, non siamo mai stati razzisti, meno che mai antisemiti, molto meno antisemiti di tanto radical chic e tanta società civile che dalla notte dei tempi ricorre a tutte le coperture possibili: gli ebrei sono deicidi, gli ebrei sono strozzini, gli ebrei rubano i bambini, gli ebrei congiurano dalla notte dei tempi per impadronirsi del mondo, gli ebrei parteggiano per Israele, gli Ebrei costruiscono muri. Tutto per coprire il loro radicato antisemitismo e, magari, esaltare gli assassini di Hamas. 
Qualche considerazione sul termine “cittadini comuni” che ricorre così spesso nei discorsi della società civile che evidentemente non si ritiene composta da cittadini comuni. "Comune" è un termine usato dai collezionisti, ad esempio i collezionisti di monete o francobolli per indicare, esemplari non rari in contrapposizione appunto al termine raro, ossia costoso, ossia prezioso e da custodire con la massima cura. Evidentemente i non populisti, gli elitari, i seguaci della repubblica di Platone, si ritengono "preziosi", mentre i comuni possono anche essere stropicciati, buttati, calpestati.

Da
  IL Manifesto degli Incivili
di Ezio Saia


martedì 18 febbraio 2020

Ignoranza e pesci


Il PD, l'infame PD, è ricorso ai rinforzi dei Grillini e di una banda d'indecenti pesci.
Una continua decadenza verso il basso, ormai simile a un precipizio.  Sono lontane le attenzioni interessate verso la cultura, che raccomandava Gramsci ed è rimasta solo la pesante, odiosa egemonia culturale che sopportiamo da cinquant'anni: un peso infame e insopportabile.  
Prima la caduta in basso verso gli infimi livelli di tanti (non tutti) Cinque Stelle, poi quello ancor più degradante verso l'ignoranza dei pesci.
Un'armata Brancaleone che non può che scandalizzare la "Colta sinistra" che, in realtà, colta non lo è mai stata: superba, vanagloriosa, irridente, moralista sempre, colta mai. 
Quando si cresce nella convinta sicurezza che basti essere di sinistra per essere colti e che si sia automaticamente esonerati dalla fatica di studiare e pensare, non resta altro che distribuire a destra e manca tutti gli insulti d'ignoranza possibili e trascinare la "cultura" nella completa ignominia, come sta avvenendo, verso i Pesci e la "Colta" Greta, che, senza vergogna, accetta il viaggio organizzato per lei dalla monarchia del Principato di Monaco, uno dei tanti vergognosi paradisi fiscali .
Non so cosa faranno i cosiddetti "intellettuali" di sinistra e come riescano a sopportare una simile situazione senza vergognarsi, senza iniziare una lunga traversata del deserto anche senza alcuna terra promessa come approdo.
Dove l'approdo? Conoscendo la loro vanagloriosa superbia e la loro sudditanza alla nuova aristocrazia l'approdo non potrà che essere un nuovo Congresso di Vienna. Già gli intellettuali russi, al tempo della liberazione, vedevano nell'UE il loro nuovo Politburo.  




 

  

  




lunedì 17 febbraio 2020

Magistratura. E la sciagurata rispose



L'ignoranza al Potere, un potere che imperversa da anni in Italia e che ha inventato l'odio politico con l'avvento di Berlusconi: per loro non solo un avversario politico ma un nemico culturale da eliminare con qualsiasi mezzo anche ricorrendo a una magistratura politicizzata. E la magistratura come la Monaca di Monza "Sciagurata rispose".

I Magistrati processano Salvini su istigazione dei PM.
Ottima istigazione e fatta dalle persone giuste, gli stessi PM che in circa quindici anni hanno sequestrato in galera, in cella o a casa, circa ventisettemila persone. E' possibile se non probabile che molti di essi siano stati in quei periodi allegramente deflorati nella parte posteriore. 

Mi chiedo o in Italia tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge anche i PM sequestratori, o, se come i porci della Fattoria degli animali siano più eguali degli altri e non processabili. Non dico di infrangere il dettato costituzionale sulla separazione dei poteri ma di farli processare dal loro organo di giudizio, il loro brillante organo di giudizio. Processiamo i PM sequestratori e la pena possibile sia come per i cittadini non porci fino a quindici anni di carcere.


Una storia di eresie - 1 - infinitesimi, geometrie anomale.

Dedicato a chi, come Appias nero, lavora per un'integrazione fra sapere scientifico e umanistico. Fornitemi altri nomi impegnati in questo campo.
Una filigrana di eresie percorre la storia canonica della matematica.
Contemporaneo di Galilei, Bonaventura Cavalieri inventò un metodo di calcolo, in cui una linea era una somma infinita di punti, un’area una somma infinita di segmenti e un volume una somma infinita di piani. La sua opera, nota come geometria degli indivisibili, fu giudicata come un tentativo di raccogliere l’acqua con un setaccio. Dice Borges, vero nume tutelare di tutte le eresie.

La vasta biblioteca è inutile. A rigore, basterebbe un sol volume, di formato comune, stampato in corpo nove o in corpo dieci, e composto d’un numero infinito di fogli infinitamente sottili. ( Cavalieri, al principio del secolo XVII, affermò che ogni corpo solido è la sovrapposizione d’un numero infinito di piani).

Cavalieri incredibilmente ottenne grandi risultati. Oltre che confermare risultati già noti, calcolò lunghezze, aree e volumi mai prima calcolati. Nonostante questi successi non riuscì a convincere i contemporanei: quegli strani indivisibili puzzavano troppo di zolfo. Inutilmente si difese sostenendo i suoi indivisibili erano solo scorciatoie.
Gli indivisibili, queste fantomatiche entità che erano e non erano, ma dei quali si doveva comunque parlare, furono presto abbandonati. Con la nuova geometria algebrizzata di Fermat e di Cartesio, gli indivisibili scomparvero, ma nacquero gli infinitesimi loro stretti parenti. La geometria era cambiata, ma anche nella nuova si tornò a parlare di quantità infinitamente piccole e di aree calcolate come somme di infiniti segmenti. Il sospetto che aveva afflitto gli indivisibili si trasferì sui non meno eretici infinitesimi; un sospetto che durò almeno due secoli fino a che Causchy e Weierstrass non inventarono una procedura che otteneva gli stessi risultati, ma non parlava di infinitesimi. L’analisi poté essere trascritta e redenta dal rigore che il nuovo metodo permetteva.
Nonostante ciò, molti manuali d’ingegneria continuarono spesso a lavorare con i troppo comodi infinitesimi fino a che, nella seconda metà di questo secolo, quegli stessi infinitesimi, che secondo Leibniz costituivano la grana fine dell’universo accessibile solo all’intelligenza infinita di Dio, si presero la rivincita, divenendo legittimi e non eretici cittadini nei mondi dell’analisi non standard inventata ( o scoperta o costruita, o fondata) da Robinson.
E che dire delle geometrie non euclidee?
Questo tormentone proveniva da un dubbio tanto antico quanto irrisolto circa la validità dell’assioma[i] delle parallele formulato da Euclide. L’assioma, che recita che se P è un punto e a una retta, per P passa una sola parallela ad a, apparve subito sospetto. E neppure tanto evidente doveva essere apparso a Euclide che lo aveva introdotto, non con gli altri assiomi, ma dopo aver dimostrato una trentina di teoremi. Questa strana collocazione fu subito interpretata come se lo stesso Euclide volesse far capire di averlo introdotto solo nel quando non poteva più farne a meno.
L’idea che il mondo non fosse euclideo, era così eretica che non venne neppure presa in considerazione. La dimostrazione dell’assioma divenne, così, l’ossessione della storia della matematica. Nei secoli si accumularono oltre mille ufficiali e inutili tentativi di soluzione e non furono pochi i matematici che dedicarono alla soluzione del problema la loro vita. Wolfang Boylai, padre di quel Giovanni che diede una svolta definitiva all’enigma, fu fra questi.
Una mezza svolta l’aveva già impressa il matematico Gerolamo Saccheri di Pavia. Questi negò l’assioma delle parallele e sviluppò un nuovo sistema. Saccheri sperava di imbattersi in un “assurdo” che dimostrasse che Euclide aveva ragione e lo volle così tanto che finì per trovarlo anche dove non c’era.
Ciò che Saccheri aveva iniziato era una geometria non euclidea. Dopo di lui, altri, tra cui Lambert, fecero intravedere brandelli di questo nuovo universo. Gauss lo costruì effettivamente, ma non volle renderlo pubblico e infine Boylai nel 1825 e Lobacevskiy nel 1826, esposero una nuova geometria che partiva dall’assunzione dell’esistenza di due parallele a una data retta.[ii]
Boylai comunicò le sue scoperte al padre commentando: “Aggiungo solo questo: Ho creato un universo completamente nuovo dal nulla.”
I “nuovi” ed eretici mondi furono accettati dagli accademici con inconsueta calma (o rassegnazione). Ciò accadde perché il problema era ormai maturo e anche perchè Gauss li approvò con entusiasmo. L’autorità e il genio di Gauss[iii] erano così grandi da poter imporre ai dotti custodi dell’ortodossia (pur fra amare masticazioni) anche una simile rivoluzione.




[i]Uso “assioma” anche per i postulati.

[iii]Gauss non doveva credere certamente alla sua autorità se, avendo lui stesso elaborato una geometria non euclidea (nel senso di Boylay), non la pubblicò perchè, come ebbe a dire, temeva le urla dei beoti.

venerdì 14 febbraio 2020

14 L’arte figurativa e non figurativa capitolo 14 de Il Manifesto degli incivili


Recentemente un ministro ha esposto le sue perplessità su quella che lui chiama arte moderna, ottenendo delle reazioni degli artisti, dagli esperti che andavano dall'irrisione, allo sdegno, alla perplessità.

Tra queste reazioni cito quella che si limitava a osservare che tutte le avanguardie avevano sempre suscitato inizialmente reazioni negative, disprezzo, incomprensione, condanna per poi correggere il tiro. Ce da chiedersi che significato scientifico abbia una simile osservazione. Il fatto che per tre, quattro, dieci, per trenta avanguardie, per i relativi artisti le cose siano andate come descritto, è significativo che per la trentunesima avanguardia, per il ventunesimo pittore le cose continueranno ad andare così, che per tutte le avanguardie in essere o future la trafila sarà la stessa? Ovviamente no. Qualsiasi modesto studioso di probabilità, di induzione, di statistica confermerebbe questa affermazione. L’induzione richiede ben altri numeri per dare luogo ad una probabilità. Quanti artisti lanciarono un loro movimento che morì nel nulla?

Altre circostanze, altre banali osservazioni possono essere esposte. Queste osservazioni riguardano l’ambiente e le convenienze. Il mercato è impostato sulle opere a cui si riferiva il ministro in maniera dubbiosa e che immediatamente sono state difese contestando i suoi dubbi. Molte gallerie commerciali private, molti collezionisti privati, molte gallerie pubbliche sono piene di quelle opere, difendono quelle opere, operano con quelle opere, vendono quelle opere. Traendo il loro benessere da quelle opere, se il sistema complessivo entrasse in crisi, per loro sarebbe il disastro; se le quotazioni cadessero sarebbe il disastro. Collezionisti, acquirenti, direttori di musei si ritroverebbero con nulla in mano.
Arte e non arte esiste un criterio? No, questa stessa discussione ne è l’evidente testimonianza, di volta in volta sono una società, un circolo, un principe, un mercato a decidere.

Esempi di accadimenti significativi a Venezia e Torino.
A Venezia un inserviente, dopo l’uscita dei visitatori, raccolse a terra un mucchietto di sassi e pezzi di legno buttandoli nella spazzatura, credendola appunto spazzatura ammonticchiata, quando, invece, quel mucchio era un’ “opera d’arte”, una composizione poetica appoggiata a terra. A Torino i visitatori si sono fermati per una mattinata ad ammirare un secchio di acciaio zincato con dentro un moccio immerso in acqua sporca che credevano “un’opera d’arte” quando, invece il complesso non era altro che un moccio immerso in un secchiello dimenticato da un addetto alle pulizie del pavimento. 
Sono significativi questi fatti? Sono significativi per indurci a dare un giudizio negativo dell’opera estetica contemporanea? Sì, sono significativi, ma non lo sono in riferimento al giudizio: se una donna delle pulizie avesse trovato a terra un Picasso agli inizi del secolo, avrebbe probabilmente agito come l’impresa di pulizia veneziana e avremmo perso un Picasso.
In parziale contraddizione, in prepotente dubbio di quanto appena annotato dobbiamo annotare un altro fenomeno: quello delle opere subito osannate poi giudicate di nessun valore. Se si esamina il susseguirsi delle opere esposte nei vari anni ad esempio alla biennale veneziana, nelle gallerie, nelle scelte delle persone esteticamente esperte (Sic), il fenomeno si rivela subito gigantesco. E’ più rilevante il fatto del decadere o quello del confermare?
Di fronte ai roboanti giudizi, alle critiche incomprensibilmente ampollose, all'uso di sperticati elogi (naturalmente nessuna galleria espone per vendere opere commentate da altrettanto ampollosi, e semanticamente incomprensibili critiche negative né tantomeno un museo) di fronte a quella semantica tanto complessa da rasentare la comicità, viene veramente l’idea della truffa o peggio ci induce a pensare ai racconti comici di Borges e Bioy Casares Crónicas de Bustos Domecq (1967. Trad. It. Cronache di Bustos Domecq, Torino, Einaudi, 1975) o alla favola del re nudo, del bambino che esclama ridendo “Il re è nudo”.

La favola del re nudo non è solo una favola ma espone la significativa realtà dell’opinione condivisa che diventa legge a cui il nostro conformismo, secondo alcuni genetico, secondo altri sviluppato dalle nostre esperienze, si adegua per convenienza, quieto vivere, incapacità di “pensare” ed incapacità di esprimere coraggiosamente il frutto del nostro “pensare”. Eppure il re era nudo. Nudo sia per la folla numerosa che applaudiva la magnificenza delle sue vesti, sia per il bambino impertinente e ingenuo che ne ride ed urla “Il re è nudo.” 
La favola invita a riflettere e a supporre che sotto ci sia anche qualcos'altro: addirittura quel fenomeno ricorrente che siamo soliti identificare con il termine di “bolla speculativa”.
Un fenomeno non solo ricorrente ma fin troppo ricorrente. Inutile fare molti esempi e ricordare bolle più o meno recenti di cui ancora stiamo ancora subendo le conseguenze. Vorrei solo ricordare una bolla dalle caratteristiche spiccatamente estetiche: quella dei tulipani olandesi. Una bolla che raggiunse apici difficili da accettare razionalmente, se si pensa che il seme di un tulipano nero giunse a superare come valore quella di un dignitoso edificio di abitazione borghese. Poi la bolla scoppiò e come tutte le bolle ebbe conseguenze tragiche su coloro che in quell'infinito e condiviso incrementarsi dei prezzi avevano creduto, che da quei germi irridenti e malefici si era fatto contagiare, che a quella febbre demenziale diffusa aveva creduto fino alla propria rovina. Come non ricordare il crollo del ’29 del secolo scorso che mandò in rovina una nazione come gli Stati Uniti?

La pittura, anzi, il mondo della pittura ha le caratteristiche di una bolla speculativa? Una bolla che coinvolgerebbe i valori estetici? Evidentemente sì, un quadro, una scultura, una disposizione di pezzi, un’animazione vale denaro perché viene giudicata esteticamente; più alto è il giudizio estetico condiviso, più alto sarà il valore. Quando manca un criterio oggettivo è impossibile decidere al sì e al no, come se ci trovassimo di fronte ad un’operazione aritmetica. Ma possiamo porre la domanda in altro modo. Era più difficile elaborare criteri oggi o in passato?
In passato, ad esempio, i quadri con soggetto l’annunciazione sono stati innumerevoli, fra questi, una netta minoranza è considerata oggi e lo fu ieri artistica, quando il presupposto per essere giudicati esteticamente richiedeva una capacità artigianale di raffigurare sul quadro ciò che era visibile con gli occhi e uno scarabocchio non veniva neppure proposto. Anche qui sono possibili considerazioni contrastanti. La prima ci dice che non era l’abilità tecnica a decidere circa il valore artistico di un quadro, la seconda che senza una qualche capacità tecnica e manualistica, senza una scuola, l’opera non poteva essere neppure sottoposta a giudizio. Se la capacità tecnica non costituiva il criterio di giudizio estetico era comunque il presupposto perché un’opera fosse degna di attenzione e di giudizio, costituiva un linguaggio condiviso che non richiedeva rare qualità artigianali.
Il complesso del mercato dell’arte, dei giudizi, della costituzione di un insieme più o meno coordinato di giudizi estetici costituisce oggi una bolla estetica ed economica? Molti pensano di sì ma, nonostante ciò, quel complesso continua a marciare spavaldo, senza che questo costituisca però una prova di veridicità e di esteticità del prodotto. Anche ai tempi della bolla dei tulipani c’era chi rideva di questa comica malattia e giudicava chi ne era affetto come un cretino, uno sconsiderato, un pazzo eppure la bolla continuò ad espandersi fino a scoppiare. Anche nel ’29 c’era chi giudicava pazzesco, demenziale ciò che stava accadendo, che gridava al pericolo, che non credeva ai propri occhi nel vedere azioni, che non valevano nulla, incrementare, ininterrottamente, il loro valore ogni giorno, e questo anche se dietro a quelle azioni c’era anche qualcosa di oggettivo: la società, l’industria, intestatrice di quelle azioni e criteri parzialmente oggettivi per valutarne il valore, ricorrendo a dati come l’utile, il tasso di sviluppo, ecc. Eppure anche quella bolla continuò ad espandersi al di là di ogni possibile giustificazione. Anche allora ci fu chi prudentemente ritirò i propri soldi e vide i cretini, i pazzi, gli illusi, i dementi buttarsi dai grattacieli.

La nostra comprensione arriva fino a Mondrian e ai ghirigori del pittore americano Pollock. Vedo Pollock all’interno dei confini dell’arte, mentre vedo in Mondrian solo un ossessionato e ossessionante pittore da tecnigrafo.
Lo diciamo ma consci del valore relativo di una simile affermazione. Un ascoltatore di musica con lo stesso diritto/ sentimento, potrebbe dire “Arrivo fino ai confini della dodecafonia, ma non più in là” Eppure quanti di noi hanno provato l’esperienza si sentire, a furia di ascoltare, le opere tonali come lagne e belati? In quei momenti le opere dodecafoniche di Schoenberg ci sono apparse come una ventata di austera purezza. I loro ricami orchestrali, i loro timbri secchi, morigerati, le loro supposte disarmonie producono spesso un effetto più forte, più musicale di certe colossali orchestrazioni romantiche. Berg, Schoenberg ci hanno dato esempi illuminanti. Se Mosè e Aronne ci appare integralmente dodecafonico, il Wozzeck ci mostra come l’uso degli strumenti tonali, atonali, dodecafonici sia possibile e capace di produrre capolavori.

In ogni caso anche qui, nel disastro ormai cinquantennale della confusa arte alta, ufficiale e civile, l’arte popolare, la incivile, incolta, barbarica arte popolare ci sta salvando.
I pittori murali, i giovani che dipingono i muri delle case, delle fabbriche abbandonate, coloro che dipingevano con le bombolette le carrozze dei treni ci indicano una via. Una via lunga con molte biforcazioni che è partita da lontano, dall'arte popolare, dai fumetti, ecc. da quegli stessi fumetti, dove la pendenza di un tratto caratterizzava lo stato d’animo, che l’elevata società civile del tempo, stretta parente di quella di oggi, (quella che ci invita a prostrarsi di fronte a una sedia rimediata in soffitta per adorarla come opera d’arte) ieri ci educava a giudicare come l’ennesima stupidaggine pericolosa elaborata di quegli incivili, incolti e barbari americani; quella stessa che ci invitava a ridere dell’epica del West americano, a disprezzare Via col vento.
Eppure i fumetti a cominciare da Topolino, da Paperino, da Tiramolla, da Pecos Bill, da Blondie e Dagoberto, da Dick Trasy fino ai Penault (noccioline, cose da poco,) con la loro grafica semplice e veloce hanno tracciato un percorso, rappresentativo e narrativo; hanno disegnato una cultura, prodotto racconti, strisce, romanzi e si sono metamorfosizzati oltre che nel pluripremiato Mouse anche in quelle belle favole, in quei bei cartoon prodotti da quel reazionario e fascistone di Walt Disney.
Anche qui, come per la musica, l’arte figurativa ufficiale dell’alta società civile, finita in vicolo cieco, in una strada che sfocia anche nell’immondezzaio, è pronta a ricominciare da capo senza rinunciare alle conquiste semplificatrici, alle deformazioni, alle invenzioni delle Avanguardie, e non ha più necessità di un bambino irridente che ci apra gli occhi e ci dica che il re è nudo.
Ancora qualche parola sugli esperti, esteti e professoroni autenticatori. Ancora qualche parola sugli esperti, esteti e professoroni autenticatori. Anni fa la direttrice di un museo in base a notizie, ricordi, informazioni letture invitò le autorità a dragare il fiume alla ricerca di sculture che il grande pittore scultore Modigliani aveva, secondo le sue informazioni buttato dalla finestra direttamente nel canale che scorreva davanti al suo studio.
Fu recuperata la prima, la seconda e la terza (il 10 agosto 1984) e subito si gridò al miracolo. I più importanti storici dell’arte – tra questi asini anche l’asino più noto Giulio Carlo Argan – si dissero pronti a certificare l’autenticità  di simili reperti( teste umane scolpite, abbozzate su pietra, come opera del grande Modigliani. Notare la presenza fra essi di Giulio Carlo Argan già fascista della corte del ministro dell’arte fascista e dopo la caduta del fascista subito convertito e accolto nella corte comunista, che giunse a farlo eleggere sindaco di Roma. (C’è da chiedersi quante consulenze d’attribuzione abbia effettuato questo cambia bandiera e asino di corte Giulio Carlo Argan)
Per fortuna fuori dal coro Carlo Pepi capo degli Archivi Legali Modigliani, il critico Federico Zeri e Jeanne Modigliani non si unirono al coro e seccamente come l’ingenuo bambino gridarono il re è nudo. Zeri fece di più e invito gli autori dei falsi a farsi avanti il che puntualmente avvenne. Fra loro tra ragazzi che tranquillamente ammisero di essere autori di uno scherzo, in cui erano cascati tanti asini professoroni e ancor più asini esperti. 

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venerdì 7 febbraio 2020

FIL FICHTE E IL SUO ROMANZO METAFISICO


Da correggere

A scuola ti presentano Fichte in maniera indecente con le tre leggi dell’Io che pone se stesso, ecc. ma Fichte è un grande pensatore i cui capisaldi poggiano nella congiunzione dell’etica con libertà. Mi piace pensare che, tormentato dall’esigenza della assoluta libertà dell’Io penso di Kant, abbia chiuso gli occhi e creato uno spazio infinito, del tutto puro e vuoto in cui ritrovare e descrivere quella libertà che lo ossessionava e che, vagando in quello spazio senza resistenza, si sia reso conto che nulla in esso aveva senso tantomeno la libertà. Tanto meno quella libertà assoluta che era per lui un’esigenza morale. La libertà per esistere aveva bisogno di ostacoli, di oggetti, di resistenze. E se l’esigenza di libertà era un’esigenza etica altrettanto etica doveva essere l’esistenza degli ostacoli. Di qui l’esigenza di porre se stesso come Io assoluto e come libertà e di porre il “non io” come ostacolo e esigenza morale.
Kant aveva impostato la sua filosofia critica ponendo a un capo l’Io penso e, all’altro capo, il noumeno. Il noumeno era bifronte per un verso puro limite e confine e per l’altro, substrato ai fenomeni. Questa ambiguità salvava la sua filosofia dallo scivolamento metafisico.
Fichte forse con più coerenza elimina l’ambiguità eliminando l’interpretazione del noumeno come limite, l’etica diviene noumeno e causa del mondo e di colpo i tasselli tra fenomeno noumeno, io empirico, io assoluto, mondo enti del mondo e loro interazioni, libertà ed etica vanno al loro posto per formare un puzzle metafisico.  
Se Darwin si fosse identificato in Fichte forse avrebbe accettato che l’io assoluto ponesse il non io nelle forme che voleva e quindi castelli incantati, abissi di terrore, ecc senza nessuna esigenza morale ma la dura legge di selezione avrebbe limitato le possibili forme dei “non io” e delle interazioni fra i vari non io empirici?  Ha ancora senso leggere Fichte? Certo, come ha senso, leggere tutti i grandi romanzi della metafisica, tutti i romanzi della storia dei numeri, tutti quelli della fisica, quelli della letteratura, come ha senso leggere i romanzi che hanno come protagonista quell’infinito attuale, quel controverso personaggio e vero re degli anarchici, che tanto affascinava Borges e Calvino.


lunedì 3 febbraio 2020

13 Teatro di prosa: cenni. Capitolo 13 de il Manifesto degli incivili



Il teatro aveva un senso altissimo in Grecia dove è nato e nella civiltà occidentale che ne è seguita, un senso così forte da indurre a dimenticarne i costi che gravano su tutti, anche su coloro che a teatro non ci andavano, per le ragioni più varie, perché il teatro non piaceva, perché era caro, perché le rappresentazioni avvenivano a corte.
Le commedie, le tragedie raccontavano storie accessibili alla vista e all'udito e non c’era altra maniera di raccontarle. Raccontavano storie che anche il proletariato povero, incolto, illetterato e incapace di leggere e scrivere, poteva comprendere e godere. Tutti i tipi di rappresentazione, anche il povero teatro delle marionette trovavano spettatori.
Ma, oggi, (anche tenendo conto dell’avvento del cinema), le cose non stanno più in questi termini e ancor meno lo saranno con il cinema 3D. Il cinema racconta storie in concorrenza col teatro ma la sua tecnologia è tale che i produttori possono produrre in attivo e senza ricorrere ai denari dei contribuenti (ma in Italia questo non succede, l’Italia finanzia anche i film, gli attori, i registi che banchettano ad aragoste, anche coi soldi dei contribuenti) che al cinema non ci vanno.
Quanto senso ha oggi il teatro? Quanto ne ha da giustificare il fatto che gravi sulla comunità? Quanto che giustifichi che chi non va a teatro paghi una parte del biglietto di chi ci va? A nostro avviso nulla. Neppure le scusanti che può offre l’opera in quanto prodotto, invenzione degli italiani.

Parlare di magia del teatro non ha senso e, per chi quella magia non la sente o che non ama il teatro o non ha tempo per il teatro o non ha i soldi per il teatro, è solo un’aggravante del danno. La magia del teatro nel teatro di prosa come in quello d’opera è paragonabile alla magia dello stadio rispetto al televisore di casa o del bar ma chi va allo stadio il biglietto se lo paga con i soldi suoi e non con i miei e in genere di chi non va allo stadio.
Non siamo noi barbari a mettere in evidenza questi fattori, non siamo noi incivili, ma il teatro stesso che non è più in grado di darsi un senso. Se ci fossero autori che scrivono commedie, tragedie, rappresentazioni in varie modalità, tali da dare indizi di vitalità, un certo senso lo conserverebbe ma le cose non stanno così. E’ il teatro stesso che non sa darsi senso e vitalità.
 Pirandello, G. B. Shaw sono autori di altri tempi, dei primordi del secolo ventesimo, un soprassalto di vita si è avuto con il teatro dell’assurdo, con quel Aspettando Godot che, come una bomba, sembrava resuscitare un teatro morto, asfittico, sterile, ma i drammaturghi sulla scia di Godot non hanno prodotto granché, anche se quel poco granché viene ancora talvolta rappresentato. Benché premiato dal nobel il teatro di Sartre mi pare decisamente scombinato e di basso livello. Questa mia opinione è condivisa da molti. Gli autori di teatro non ci sono o producono sterili messe in scena di romanzi, oppure, detto altrimenti, non è il teatro ma il cinema ad attirare gli autori da palcoscenico.
Il teatro si è ridotto a esibizioni di registar e di attori, finanziata dallo stato, dalle regioni, dai comuni come salvacondotto di vivacità intellettuale, di cultura mentre in realtà sono musei, dove si riproducono i capolavori del passato quando il teatro era l’unica possibilità di offrire divertimento ed emozioni, dove si riproducono scene, equilibri, parole che divertivano ed emozionavano i nostri antenati, quando l’uditorio era in parte analfabeta, ma lo è molto di meno per noi che abbiamo altri spettacoli, altri autori visibili in film, in telefilm, ecc. dove l’invenzione artistica è stata ed è, anche se meno, ben viva.
Viene spesso evocata la magia del teatro dal vivo, sia a proposito del teatro di prosa che di quello lirico. Non dico che non esista ma dico che, ad esempio, noi, come molti altri, non la sentiamo. Da quando c’è You tube, in particolare, la possibilità di esplorare la musica e il teatro della Firenze dei medici, della Venezia dei dogi, fino allo Stravinskij dodecafonico, sono diventate per noi accessibili. Internet ha cambiato il nostro modo di emozionarsi e il nostro rapporto col teatro. Il mondo musicale è un universo infinito. Più che sentire cento volte un pezzo di Mozart, a molti piace esplorare tante voci. Mozart è sommo ma non esplora tutto, quel tutto che trovi in altri. Il repertorio dei teatri mi pare enormemente angusto e ristretto.
La cosiddetta magia del palcoscenico vale per chi la sente e ne gode. E’ giusto che chi la prova e se la gode, se la paghi per intero e non la faccia pagare a tutti. Vale perché è un’occasione di ritrovo, di commenti, di presentazioni, di sfoggio di abiti, pettinature e gioielli, ma perché queste chicchere, queste esibizioni di snobismo per gente snob ,dobbiamo pagarle noi?   
I nostri antenati si divertivano anche con il teatro delle marionette, coi circhi, con la donna serpente. Anche opere come la Traviata venivano rappresentate con marionette e dischi. Nel romanzo Gli insetti preferiscono le ortiche  del giapponese Tanizaki, l’autore racconta quante emozioni siano ancora in grado di suscitare nei giovani il teatro delle marionette azionato con le mani, una magia del teatro, una magia delle marionette, dell’ambiente, del palco, che lancia gli ultimi sussulti mentre percorre la via della sua estinzione. Anche qui in Italia si parla a non finire di magia del teatro, di magia del palcoscenico, dell’ambiente, degli attori, delle luci artificiali, una magia culturale così forte da esigere di essere mantenuta in vita. E’ la stessa magia che danno gli intervalli, le conversazioni negli intervalli, le critiche, le lodi, gli abiti, le acconciature, il piacere di mostrasi colti, di credersi colti, di mostrare agli altri quanto siamo colto, le prime, la programmazione, le prenotazioni, le assegnazioni dei posti, le critiche agli attori, al regista anche in aperta contraddizione agli applausi sperticati che fanno parte di un cerimoniale consolidato all’interno di quella magia, ma non tutti sentono quella magia. Non la sentono e non la giudicano certo cultura ma scipito, inutile compassionevole relitto. Compassionevole ma caro. Non vogliamo più che i nostri soldi servano a chi soggiace a quelle magie da quattro soldi, povere, superbe, costose, esigenti.
Anni fa molti anni fa Moravia, parlo degli anni ’60, si dedicò al teatro con gran strepito di commenti tra i quali quelli del tipo “Il teatro muore, i romanzieri di valore accorrano al suo capezzale per rivitalizzarlo” Scrisse tra l’altro un testo (forse il mondo è quello che è ) che nessuno di noi conosce se non per il rumore che fece l’evento e che pare totalmente scomparso dalla circolazione. Allora si diceva che fosse influenzato dalla filosofia di Wittgenstein. Qualcuno ricorderà i commenti e le discussioni anche nei quotidiani all'insegna del dilemma: il mondo è di cose o di parole. A che opera di Wittgenstein si ispirasse Moravia non lo sappiamo. E’ difficile che fosse il Tractatus che esige una preparazione logica, probabilistica, ecc. Anche se l’avesse letto non ci avrebbe capito nulla con la sua cultura ed è quindi probabile che qualcuno gli abbia fatto un riassunto comprensibile. La meteora infausta del dramma di Moravia ci esonerò anche dal leggere il testo ma non ugualmente accadde con le maldestre opere di Sartre. A porte chiuse, Le mani sporche, Il diavolo e il buon dio, I sequestrati di Altona, meritano appena una citazione. Del grande e frettoloso scrivere di Sartre solo La Nausea e, in parte i racconti de Il muro, paiono resistere all'azione del tempo demolitore di effimeri entusiasmi. Sartre non ha certo contribuito a salvare il necrotico teatro. Anzi forse ha contributo ad affossarlo. Il teatro è un relitto tenuto in vita dai suoi significati sociali di aggregazione e dalla retorica interessata dell’ARTE-ARTE-ARTE, CULTURA-CULTURA- CULTURA. Una forzata sopravvivenza senza senso, dal punto di vista artistico, e irragionevolmente costosa, dal punto di vista culturale e politico. Il Teatro come molti miti dell’ARTE-ARTE-ARTE, CULTURA-CULTURA-CULTURA dà da mangiare a un'élite e ruba al popolo dei cittadini che non vanno a teatro. La giustificazione addotta è sempre il supposto valore artistico e culturale ma il mito romantico dell’arte è ormai preistoria, roba per la società civile, per la società civile e superficiale, per la società civile maneggiona, mangiona e succhiasangue.

Il rimedio è la cultura del volontariato e del tempo libero, della cultura che recita, che è attiva, che non si organizza in consigli di amministrazione, in compensi o come passivo e parassitario ascoltatore. Ci sono eserciti di volontari che prestano gratuitamente il loro lavoro in istituzioni culturali come le università popolari e quelle della terza età.
Si fa, ad esempio, un gran parlare di occupazione di edifici pubblici da parte dei giovani anarchici o di sinistra dei cosiddetti Centri sociali. Non aderiamo certo alle loro idee ma è una colpa occupare edifici pubblici per auto-organizzare il loro impegno, il tempo loro libero, i loro concerti. i loro spettacoli. C’è una discriminazione evidente fra locali in disuso, occupati dai centri sociali che non pagano affitto ma non costano alla comunità e fanno cultura, di quella banda di malaffare che è solo capace di far debiti.
Siamo mille miglia lontani dai parassiti, dai super pagati attori, dai

Mazinga directstar, dai Goldrache conductstar, dalle sartorie 

teatrali, ecc. e chi più ne ha più ne metta, che divorano il denaro 

dei contribuenti. Altro che limitarsi a non pagare l’affitto. Arte? 

C’è più creatività in quei gruppi, c’è più arte in quel territorio 

underground che in tutta l’ipocrita, e ladra società  dell’ARTE-

ARTE-ARTE, CULTURA-CULTURA-CULTURA. C’era persino 

più arte nel disprezzo con cui anni fa i contestatori contestavano 

l’esibizionismo di pellicce, parrucche e mise alle prime della Scala, 

lanciando le loro sante e benedette uova.

venerdì 31 gennaio 2020

12 La società civile e la musica seconda parte capitolo 12 de il Manifesto degli incivili


Ciò detto ci porta ai costi. Il rock, i concerto rock, non ci costano nulla anzi sono redditizi per le tasse che pagano, mentre la musica “colta” e in particolare l’opera lirica, il mostruoso complesso dei teatri, è costosissimo e a pagarlo siano noi contribuenti. Chi va all’opera paga un biglietto d’ingresso di gran lunga inferiore al costo, la differenza la pagano in egual misura chi all’opera ci va e chi non ci va e non vedo perché chi non ci va, (me compreso dal giorno dell’evento Strehler),  debba pagare per chi ci va.
L’unico ragionamento a giustificazione può essere che l’Opera e l’Italia vanno a braccetto, che l’opera è un prodotto che aiuta tutta l’industria italiana, il design italiano, la moda italiana, il turismo italiano, ecc. Sono solo in parte d’accordo ma, con tutto ciò, non vedo perché questa differenza fra costo e prezzo del biglietto debba pagarla chi non ci va che non usufruisce dello spettacolo o chi ne trae vantaggio, ammesso che ne tragga, perché non vedo proprio come chi frequenta le spiagge italiane, le montagne italiane, le città d’arte, chi viene in Italia a fare i bagni, a salire sulle montagne a visitare monumenti e musei, non verrebbe in Italia se i tredici o quattordici teatri d’opera nonché i vari e numerosi festival di musica classica e lirica fossero la metà, se i loro costi non fossero stratosferici, se i carissimi Wonder Men, gli eccezionali Uomo ragno e Superman, parlo dei nostri Registar e Conductstar, non fossero strapagati e celebrati come nuovi dei, se i vari direttori, i vari consigli d’amministrazione, i vari sovrintendenti, le varie fondazioni, ciascuna col suo presidente, vicepresidente, consiglio di amministrazione, non fossero ridimensionati all'ottanta, novanta per cento o, addirittura, con una totale riorganizzazione aboliti.
L’ottocento musicale non aveva questi favolosi registar e conductstar eppure la gente andava all’opera e non vedeva certo porcherie. Gli spettatori assistevano alle opere di Rossini, Donizetti, Verdi, Boito e questi erano i nomi per cui la gente andava in delirio non certo per i direttori d’orchestra, i registi o gli scenografi. Chi non ci crede legga i diari di quell’autentico amante dell’opera che fu Stendhal, che, incaricato come diplomatico, ne parla diffusamente.
E’ rimasto, ad esempio, in Italia il nome di Mariani, sul quale certi acuti critici si buttarono per sostenere che le opere di Verdi erano somme, eccezionali, straordinarie ma solo perché le dirigeva Mariani. Ma Verdi era Verdi e quando ci fu da dirigere l’Aida, a cui molto teneva Mariani, che aveva diretto il Lohengrin a Bologna, su di lui Verdi mise il veto. L’Aida fu un trionfo e tale rimane anche senza Mariani. Perché l’opera, la melodia, il dramma erano tutti nella sua musica e nel suo senso teatrale, al massimo Mariani poteva essere un traduttore più o meno fedele. Nell'ottocento, nell'era delle grandi opere, dei grandi compositori, della grande arte non sentirono come oggi, era di poca arte, di pochi e piccoli autori, la necessità dei vari Batman-Mazinga conductstar dei vari Mandrake-Goldrache, Registar e del variopinto direttorame d’ogni genere. Allora si componeva arte e poesia, oggi si interpreta e si guadagnano iperboliche cifre interpretando, variando, massacrando come parassiti le altrui smisurate grandezze. Mediocri parassiti che non lasceranno nulla se non le loro traduzioni del genio altrui, osannati da altrettanti mediocri spettatori, critici, politici che quei loro mediocri Dei li riempiono di denaro. L’arte dà da mangiare come dice un ministro? Forse a qualche mediocrità ne da un’esagerazione, a me e ai molti altri che, come me, amano la musica, amano chi l’ha composta, il loro genio, non dà affatto da mangiare ma preleva. Mangiano i sovrintendenti, i direttori dei teatri, i conductstar, i registar, ecc. e in minor misura - molto minore - i violinisti, gli scenografi, i sarti, ecc. e i fruitori spettatori. 

O i palazzi dell’Opera si prendono cura dell’Opera e l’opera si prende cura di se stessa, o morirà, neppure di morte onorevole ma di morte meritata. O acquisterà la capacità di reggersi economicamente anche accettando compensi meno onerosi, meno sfarzo, meno organico, meno fiori, meno amenità turistiche o continuerà sulla strada del declino. 
Non propongo di abolire l'opera e di chiudere i teatri; il mio discorso è rivolto a ridurre i costi e a favorire la nascita di una cultura favorevole alla composizione artistica e non solo alla riproduzione. Il sistema di riproduzione deve reinventarsi, ma anche i trascurati compositori devono reinventare le loro modalità di comporre e aprirsi a una strumentazione più elettronica, meno numerosa, meno costosa, più potente. Entrambi devono inventare risparmi, inventare l’uso dei mezzi elettronici di produzione, di riproduzione e di amplificazione del suono. Entrambi devono almeno in parte scendere dal loro piedistallo, demitizzare i nuovi falsi Dei, directstar, conductstar e interpreti in genere, e volgere lo sguardo verso ciò che considerano basso e popolare, come, ad esempio, il mondo del rock e i suoi modi di suonare, di utilizzare la strumentazione, di far spettacolo.
Come fare una rappresentazione, come utilizzare la tecnologia, come fare tante rappresentazioni, come ridimensionare i registar e i conductstar, come costruire un terreno fecondo per la composizione? Queste sono le domande che ci si deve fare.
I registar e i loro dispendiosi fan sostengono di aver salvato l’opera, di aver abolito certe ridicole maniere dei cantanti di muoversi sulla scena, di aver attualizzato l’opera. Certamente al Metropolitan non è successo e l’opera gode di ottima salute.
Cominciamo dalla rivendicazione dell’abolizione di certe ridicole maniere di muoversi sul palco.
Da giovane vedevo i cantanti che si mettevano una mano sul cuore, che allargano le braccia, che facevano quei movimenti convenzionali che i registi vedono oggi, appunto, solo come convenzionali, come ridicoli ma le cose non stanno come le vedono loro. Tutta l'opera è una convenzione, trasformare i movimenti dei cantanti sulla scena in movimenti realistici o, peggio, falsamente simbolici non ha senso. La mano sul petto è una rappresentazione cerimoniale, simbolica, espressiva; il forzato realismo dei tribolati registi d'oggi, con i loro aggiornamenti non contestuali non lo sono. Assoldare dispendiosi registi perché insegnino ai cantanti i movimenti come se fossero attori di prosa, non ha senso. Quei movimenti del braccio sul cuore, delle braccia allargate, ecc. fanno parte della mistica dell'opera come il buio in sala chiesto da Wagner. Quelle opere sono nate con quel Dna, sono nate assecondando quei movimenti, assecondando tutti i movimenti e le posizioni mediante le quali la voce poteva dispiegarsi e quelli altamente significativi e simbolici come, appunto, la mano sul cuore. L'opera con le sue pazzie assumeva il significato di un rito. Non sostengo che il mondo dell’opera non debba subire mutazioni ma nego che la messe in scena tradizionali siano false e ridicole. Ripeto: tutta l’opera è una convenzione che giudicata con occhio realistico può apparire demenziale. Che Traviata in fin di vita senza fiato canti a piena voce è un’evidente irrealistica impossibilità non è pazzia: questa è la convenzionalità con cui l’opera si è formata e a cui ha avuto il suo straordinario successo. L'unica cosa che il regista deve fare è assecondare questo rito, celebrare questo rito e meno che mai fare assumere al cantante posizioni che danneggiano l'esplosione del canto per accontentare occhi che vogliono posizioni realistiche, nuove, provocatorie, falsamente simboliche.
Non sono migliori le regie del giorno d'oggi quando trasformano e falsano l'opera. Si comincia, addirittura a mormorare contro i cantanti troppo grassi o troppo piccoli o non belli come richiederebbero miti come quelli di Didone, di Otello, di Sigfrido? Cosa faremo? Non li manderemo in scena perché offendono la vista? Perché la parte della bella sigaraia esige una bella sigaraia? Poveri i nuovi Pavarotti! Che parte verrà riservata ai grassoni come Pavarotti? Nessuna ovviamente. Al massimo quelle tipo Falstaff. Siamo seri! Mica si può offrire alla nostra elite un Pavarotti per la parte di Guglielmo Tell, di Sigfrido o di Otello! Il palcoscenico d'opera diventerà una sfilata di modelle o modelli o resterà un palco per cantanti?
Passo al secondo argomento: che senso ha rendere l’opera contemporanea? Forse che il teatro di prosa attualizza la tragedie di Shakespeare, di Goldoni, di Plauto? Oggi no, ma se continua questo andazzo inculturale, lo farà. Forse che il regista veste Arlecchino di un competo di giacca e cravatta? Non mi dilungo perché questo è un campo minato, perché la tecnologia consente soluzioni e graficismi altamente simbolici che per molte opere possono funzionare, ma questo simbolismo reso possibile dalle nuove tecnologie grafiche che c’entra con l’attualizzazione, col rappresentare Otello da generale novecentesco? Il ridicolo sta nel fatto che con certi abiti, certe messe in scena, si canti con le parole originali mentre non si rappresentano gli eventi originali: non solo ridicolo: sono decontestualizzazioni falsificanti.  
A Torino qualche anno fa un regista arrivò a falsificare la trama delle Salome di Strauss: nel finale non viene giustiziata Salome ma la matrigna. Questa è pretenziosa falsificazione e nulla più. Criminale direi. Una falsificazione dell’opera di Oscar Wilde e di quella di Strauss.

Un manifesto per una nuova cultura musicale deve suggerire sia soluzioni per la rappresentazione del passato sia  nuove idee ai compositori. Idee che permettano loro di sconfiggere quel pigro, falso, elitario pubblico, adoratori di falsi dei, di mandarli a quel paese e di conquistare un nuovo pubblico, perché il vecchio è stupido e ingessato senza speranza nelle sue svenevoli sciccherie. A questo pubblico va detto solo "Per voi neppure più un soldo"
Soluzioni per questa incresciosa situazione sono possibili. Non si possono chiudere otto, dieci teatri, risanando coi licenziamenti, ma una soluzione si deve trovare. Possibilmente una soluzione che risolva anche l’annoso problema dell’assenza dell’insegnamento musicale nelle scuole italiane, una soluzione che vivifichi il terreno da cui possano nascere nuovi autori, una soluzione che veramente esplori i giacimenti e non si fermi alla comoda superficie dell’opera ottocentesca. E se bisogna licenziare, bisogna avere il coraggio di farlo, trovando anche nell’istruzione musicale, una parte della soluzione occupazionale. I denari non vanno sprecati ma devono essere a disposizione di chi è in grado di farli produrre e partecipare a imprese che non assorbono fondi ma pagano tasse.
La soluzione più ovvia è quella di diminuire il numero delle rappresentazioni, ma, se un teatro d’opera deve comunque pagare un’orchestra, un direttore fisso, un’impresa di sarti, scenografi, anche quando non lavorano, diminuire le rappresentazioni serve a poco. Meglio appaltare e riutilizzare e questo è possibile se si torna a un concetto del teatro in cui non esistano gli Stabili con il loro organico di stipendi fissi ma le rappresentazioni arrivino tramite una compagnia viaggiante che ha un luogo di produzione unico con organico di regista, direttore, scenografi, pittori, sartoria ecc..
Se abbiamo dieci allestimenti in dieci teatri d’opera con dieci titoli diversi, i costi di dieci complessivi dal direttore generale all’ultimo degli impiegati, passando per i musicisti, il direttore d’orchestra, la squadra addetta alla messa in scene della scenografia è enorme.
E’ altrettanto evidente che un solo complesso che porti un’unica opera in sette - otto teatri senza spendersi in sette, otto serie di prove, in sette, otto sartorie, in sette, otto scenografie, ecc. con gli stessi cantanti e la stessa orchestra costa molto meno. Da una parte una sola serie di prove orchestrali, musicali, registiche, con gli stessi costumi, dall’altra otto allestimenti, otto prove d’orchestra, otto sartorie, otto preparazione di scenografie, ecc.
Certo ci sono in più le spese di permanenza, trasloco, viaggio e a questo punto i conteggi sono aperti ma non molto: vedere se sia conveniente e quanto lo sia, non tocca a noi. Per me la chiusura e la discussione a bocce ferme è la sola possibilità.

Ogni considerazione non può che partire dal che l’opera, diffusa in ogni parte del mondo, è stata inventata in Italia e, dall’Italia, ha conquistato tutti i luoghi della civiltà occidentale, espandendosi, poi, da questa al resto del mondo. L’Italia è terra di grandi civiltà, quella etrusca, quella sicula e sicana colonizzata dalla civiltà greca e cartaginese, quella romana, quella cristiano-papale, quella rinascimentale di Venezia e Firenze. Civiltà che hanno disseminato monumenti, chiese, quadri, musiche, opere letterarie, scoperte scientifiche, teorie filosofiche e, tra queste, l’Opera in musica, che è uno dei suoi più duraturi e riconosciuti gioielli. Di questa ricchezza di civiltà il made in Italy ha potuto giovarsi in maniera permanente e se ne giova tuttora. Se ne giova l’industria della moda, che quella del cibo che quella turistica. Non si può semplicemente abolire il rinnovarsi di questa gemmatura per motivi economici, ma non si può neppure accontentare l’attuale comportamento scellerato, l’attuale esibizionismo, l’attuale alterigia, la spasmodica fame di guadagno e di mungitura dei soldi dei cittadini da parte di una classe culturale parassita in due sensi, parassita di ciò che grandi compositori fecero in passato e parassita dell’economia e del lavoro dell’attuale classe di cittadini. Gemmare significa rappresentare, far rivivere il passato, e fertilizzare il terreno per la fioritura del presente di opere grandi come quelle del passato.
Un programma culturale musicale non può che usare il martello per ricondurre a limiti patologici l’egoismo sterile e parassita e la cura della fertilità del terreno perché i semi gettati diano frutti nuovi e rigogliosi.

Quanti teatri d’opera? Quanti ne servono per conservare il prestigio dell’Italia operistica inventrice dell’opera? Che scala di importanza va attribuita ai vari centri di quella che viene chiamata produzione musicale ma che in realtà non produce nessuna nuova composizione ma solo repliche, sperpero e parassitismo? I grandi centri storici sono Venezia (dove lavorarono Monteverdi, Cavalli e Vivaldi e dove nacque l’imprenditoria teatrale), Roma (dove produssero Carissimi, Scarlatti, Rossini, dove ai primordi venne messa in scena la rappresentazione di Anima e corpo di Emilio del Cavaliere, dove lavorarono Caccini, Peri coi loro primi embrioni d’opera, Rossi Cesti, Milano ( la scala è il teatro d’eccellenza del romanticismo), Napoli (patria o patria d’elezione musicale di compositori come Paisiello, Cimarosa, Piccinni, A. Scarlatti, ecc. dove produssero anche Rossini e Donizetti) . Ma quattro sono troppi, oltre l’importanza storica bisogna attenzione al bacino di utenza. Se i bacini di utenza di Milano e Roma sono appena discreti quelli di Napoli e Venezia non lo sono. Due grandi teatri d’opera con funzioni di produzioni di alta qualità sono sufficienti, quattro sono tollerabili. Agli altri nessuna produzione autonoma, nessun dispendioso organico fisso, ma rappresentazioni la cui regia, i cui scenari i cui costumi sono realizzati da uno e più centri di produzione. Il denaro risparmiato sia destinato a creare un terreno fertile per nuovi compositori, sia per resuscitare quel tanto decantato patrimonio fossile che oggi fossile è e fossile rimane.
I templi della lirica devono perdere la puzza sotto il naso e trasformarsi così come devono trasformarsi e perdere l’aristocratica puzza sotto il naso i compositori che devono parlare agli ascoltatori, non ad una elitaria e ristretta conventicola di privilegiati. Anche il sistema dei conservatori deve riformarsi: e’ inammissibile che non si studino strumenti elettronici. Non possono vivere nel passato ormai remoto.  Teatri d’opera, conservatori, compositori che, se non sono in grado di cambiare, vanno abbandonati al loro destino. Del resto sembra proprio che non siano adatti ai grandi compositori. Verdi fu bocciato all'ammissione, Wagner era un autodidatta, Berlioz ebbe a dichiarare di essersi inventato compositore nonostante la frequenza al conservatorio. Si in venti in liceo musicale e una facoltà musicale che abbia come scopo non solo la creazione di esecutori ma che stimoli alla composizione.
In Germania e in Italia le case editrici musicali indicevano annualmente concorsi che premiavano l’opera di un giovane. Durò finche durò poi morì il che è comprensibile perché i risultati esigui non compensavano le spese elevate. Ancor oggi quei concorsi vengono visti come inutili e deludenti. Ma come si fa a conservare una simile opinione quando in Italia generarono Cavalleria Rusticana e in Germania Palestrina? E Mascagni non è solo Cavalleria e Pfitzner non è solo Palestrina. Anche se non lo dice con difficoltà crearono due scuole Dopo cavalleria venne Pagliacci, e non solo Pagliacci. Facendo il bilancio le spese per i due concorsi generarono grandi risultati.

I teatri d’opera e di prosa non possono e non devono gravare sui contribuenti. Non devono rappresentare una forma di parassitismo culturale ed è veramente ora che gli spettatori che li frequentano siano meno egoisti e a loro volta parassiti.
Oltretutto il gioco non vale la candela, Le commedie, le tragedie scritte per il teatro in televisione raccolgono un numero miserevole di spettatori. Pochi, ben pochi, pochissimi, si fermano sul canale se questo trasmette tragedie di Sofocle o commedie di Goldoni. Eppure i testi sono gli stessi, ben ripresi e con bravi attori.
Coloro che frequentano i teatri parlano di atmosfera, di incanto del rappresentazione sul vivo ma la giustificazione non regge di fronte alla spese. Anche una partita è tutt’altra cosa se vissuta allo stadio rispetto al salotto di casa, o il bar in televisione; ma mica coloro che vanno allo stadio fanno pagare il biglietto allo stato e a noi contribuenti!
Oltretutto se possiamo affermare che chi va alla partita o la guarda in televisione è sempre partecipe non altrettanto possiamo dire del teatro di prosa o del teatro musicale dove spesso prevale si va per portare come vanto l’evento o per il ridotto o per sfoggiare l’abito della festa o l’elevatezza culturale.
I giornali con i suoi adulanti giornalisti tendono a magnificare con titoli e frasi a effetto “Mostra il cuore della tragedia”, “la illumina” “nessuna sa far risuonare gli ottoni come lui” magnificando le performance perché solo performance sopra e autori e titoli sono sempre i soliti.
Se veramente gli spettacoli fossero quelle meraviglie celesti, divine magnificate negli articoli non si capisce perché gli spettatori non debbano pagare un biglietto più caro per godere di simili meraviglie. I teatri forse sono pieni per i prezzi bassi ma molti preferisco i prezzi doppi, tripli di una serata in un buon ristorante.
Una sera di Traviata non vale una cena? neppure una cena? Chiudiamo i teatri non val la pena di tenerli aperti e mantenere un tale esercito di parassiti registar, conductstar, attori saltimbanchi, sarti, impiegati, ecc.    
Se si chiudono i teatri forse scompare il teatro di prosa forse rimarrà ma solo se vivificato da nuovi autori e nuove opere. Senza di loro non siamo noi a chiudere i teatri ma i teatri a chiudere se stessi e a rassegnarsi alla loro importanza del tutto marginale nella cultura.
Ho conosciuto il teatro prima come lettura che come rappresentazione. La lettura mi esaltava. Sofocle, Molière, Strimberg mi appassionavano nella lettura come i grandi romanzi di Tolstoj, di Steinbeck, di Malraux, due anni di abbonamento alla stabile in giovane età mi hanno solo deluso.
Quasi la stessa cosa mi è accaduto con la musica. Riuscii ad andare poche volte alle prove generali al Teatro Nuovo di Torino dove assistei al Guglielmo Tell con piacere anche perché ne conoscevo numerosi pezzi dalla radio. Con questo voglio dire che per moli di noi la musica e l’opera sono stati e sono tuttora eventi auditivi. Comprava a mille lire l’uno i dischi alla Standa e pur nella ridotta scelta ci trovai le sinfonie 3, 5, 6,7 9 di Beethoven, ecc.
I ricchi snob abbonati del Regio potevano dire quel che volevano, ma io potevo alzare, abbassare il livello di suono come volevo. Iniziare da dove volevo, sospendere come volevo. La tecnologia era entrata e entra sempre di più anche nella musica ed è inutile tapparsi gli occhi.
I teatri d’opera con i loro stitici Rigoletti e Traviate impoveriscono enormemente la musica. Una musica senza passato e senza presente. Appresi da molto giovane che esisteva un passato della musica che per me era Gino Latilla et similia leggendo le dispense del Milione, forse i frequentatori e i gestori dei teatri d’opera con tutta la loro pompa non hanno mai letto qualcosa di simile alle dispense del popolare Milione.  Ironizza sui grandi capi che dirigono i teatri mettendo in dubbio che conoscano Paisiello. C’è di peggio recentemente un regista d’opera ha tranquillamente ammesso di ignorare che fosse esistito il compositore Paer (scusate se mancano i due puntini)
Per decenni quando i libri già si stampavano, molti aristocratici preferivano i carissimi scritti a mano, perché avevano un fascino totalmente assente in quelli stampati. Questi gusti radical chic non hanno certo resistito, ma oggi i libri elettronici non sfondano con l’aristocratico mondo dei lettori. Capita come per la frequentazione dei teatri: la è l’incanto magico del posto ma anche il piacere di essere visti, qui il piacere del toccare la carta ma anche l’orgoglio radical chic di mostrare la biblioteca di casa.
I compositori e l'élite musicale quella che abita ai piani alti del fasullo grattacielo della cultura musicale devono prendere atto, che la cultura popolare musicale rock-pop è fondata su strumenti elettronici capaci di grandi manipolazione tecnica e di grandi amplificazioni, quelle stessi che usano le band del rock nei loro concerti. Il compositore deve scendere dalla nuvole a terra e utilizzare le risorse disponibili. A Venezia Monteverdi, che non poté usare le grandi risorse orchestrali e gli splendori della corte di Mantova, si adeguò. Si adeguò e seppe farlo anche con quel capolavoro assoluto che è L’incoronazione di Poppea. Con questo non mi sogno neppure di screditare l’opera di avanguardismo e i loro prodotti. Le opere di Alban Berg,  Wozzeck e l’incompiuta Lulù e sono state coronate da un meritato successo, da una meritata lode e sono capolavori, appena al di sotto l’orgiastico e incompiuto Mosè ed Aronne di Arnold Schoenberg, Delle conquiste di entrambi questi autori bisogna tener conto, pur non accettando l’integralismo di Mosè e Aronne.

Poche ultime parole per irridere a certe pretese. Il teatro al cinema e in televisione non funziona. Non funziona, non ha mai funzionato non funzionerà mai. Eppure l’Edipo è lo stesso Edipo, la locandiera la stessa locandiera che danno a teatro. Cosa cambia il capolavoro non è più il capolavoro? Non lo è? Non lo è mai stato? Neppure Shakespeare funziona in televisione; gli ascolti che raccoglie sono ridicoli. La televisione, il cinema non sono degni dei testi teatrali?
Ci vuole una nuova cultura: abbiamo bisogno di una nostra casa editrice. Mobilitiamoci.


lunedì 27 gennaio 2020

CULT. CULTURA INDECENTE La cultura di sinistra Napoli, Torino, Bologna


Basta con la sudditanza culturale vero la cultura della sinistra, del PD, dei nuovi comunisti, della società civile!
Rispondiamo che loro, gli imprenditori della cultura, fanno schifo. Dovunque governano a lungo Roma, Napoli, Torino lasciano disastri. Sappiamo cosa è successo a Napoli dove la sinistra governa con la società civile e dove, in passato, a un progetto d'iniziativa industriale, dell'IRI,  nei loro ovattati salotti decise per un dispendioso nuovo Museo. La città dell scienza, che non riusciva neppure a pagare gli stipendi arretrati di 10, 12 mesi. La Città della scienza è finita in fumo. Letteralmente in fumo, completamente bruciata fino alle fondamenta, lasciando macerie e debiti. Rimborsati dall'assicurazione (Le indagini chi le ha fatte? Chi ha fatto il rogo? Loro stessi?) hanno ricostruito il nuovo dispendioso museo, pronti ad accumulare altre perdite, che pagheremo noi.
Sappiamo che Torino è stata amministrata da un partito di massa, la D.C. che, in quei faticosi anni del dopoguerra ha saputo governare una espansione demografica ed edilizia eccezionale con la popolazione passata da meno di mezzo milione a più di un milione. La mentalità degli allora amministratori non era imprenditoriale, il governo della città si limitava ad assecondare lo sviluppo ordinato della città, ad asfaltare le strade, a potare gli alberi, ecc. con i comunisti che tuonavano contro i palazzinari, le concessioni edilizie, l’inerzia culturale della città e vantavano lo sviluppo ordinato, coordinato, brillante di Bologna che non aveva certo gli enormi problemi legati alla crescita degli abitanti, alla necessità di case, alloggi, strade che aveva Torino. Eppure oggi quella Torino con i suoi nuovi quartieri, puliti e ordinati, i suoi viali alberati, le sue comunicazioni, dimostra di avere avuto uno sviluppo ordinato, verde pubblico, ampie strade, invidiale equilibrio edilizio.
Quando la bella società, quella civile, quella di sinistra s’impadronì della città entrò subito con due iniziative ideologiche, due settembri cretinetti, in linea con il loro progetto di egemonia culturale, settembre didattico per indottrinare i professori, e Settembre musicale in osservanza al dettato gramsciano di conquistare la borghesia colta. La giunta di sinistra durò poco, lo scandaloso Settembre didattico finì con essa, il dispendioso Settembre musicale continua ancor oggi per la gioia di quella poca borghesia radical chic, che si gode i concerti pagati da noi, oppure sbadiglia e presenzia. Nella sua incredibile cecità inventò pure la metropolitana leggera altro spreco, e la viabilità ciclistica i cui ruderi durano ancora. 
Le nuove giunte di sinistra si sono gettate a capocollo nella loro vecchia politica inventando lo slogan Cultura Cultura Cultura Arte Arte Arte. Un’epopea che inizia a dissipare denari pubblici con le Olimpiadi e continua con i disastrosi palazzi a cominciare dalla distruzione del Lingotto, per finire con l’interminabile ristrutturazione della cupola del Guarini, passando per l’obbrobrioso, e tuttora inutilizzato Palafuskas, ribattezzato Palaschifas, del Palazzo regionale, del Palazzo San Paolo, indecenti parallelepipedi in verticale, casermoni anonimi senza un briciolo di fantasia, che si estendono in altezza piuttosto che in lunghezza, progettati dai soliti architetti di regime. Firenze del rinascimento? Andate a vedervi i palazzi le chiese, le statue, i dipinti, quando l’arte era invenzione e genio e non fracassonata di regime, quando, sotto, dimenticata da tutti gli storici dell’arte, c’era una rivoluzione bancaria che corrisponde a quella recente del web.
Promettevano al Sestriere, una nuova Cortina ed è rimasto il Sestriere. Potevano appoggiarsi per il bob in Francia o al Trentino e invece le aquile hanno orgogliosamente detto “lo facciano noi” ed è cominciato un colossale spreco che non è ancora finito. Hanno sprecato 40 milioni con la scuola professionale per poi lasciarla fallire. Hanno per anni criticato le giunte di centrodestra e di centro sinistra per non saper utilizzare gli edifici di Italia ’61 e, dopo anni di giunte PD ed alleati radical chic, quei brutti palazzi sono ancora lì inutilizzati e in corsa verso la rovina. Ma del disastro di Torino, dei soldi succhiati a tutti i cittadini italiani, ai cittadini piemontesi tramite la regione, dei cittadini della provincia tramite la provincia, ora città metropolitana, delle fondazioni San Paolo, e CRT, soldi nostri, soldi pubblici, delle sponsorizzazioni di ditte a partecipazione pubblica, fino a un vertiginoso debito di tre miliardi, nonostante la vendita parziale di società e di palazzi pubblici di cui parleremo in seguito.
L’ignoranza dimora, con il suo luccicante albero natalizio Cultura cultura cultura arte arte arte, con le sue stelle filanti, nelle vergognose prime ai teatri, nei teatri, nei soldi deliberati a copertura dei passivi, nei contributi statali, regionali, comunali: tutti veri e propri furti ai contribuenti. E’ tutta lì la loro cultura? Nelle sfilate alle prime? Nei finanziamenti alla classica e ai teatri. Recentemente la nostra gloriosa società civile ha tentato di montare una protesta perché la cifra pagata dal complesso degli U2 per la concessione del terreno in cui si sarebbe svolto il loro concerto era troppo bassa. E quanto pagano d’affitto quei saltimbanchi che fanno teatro? O le grandi favolose orchestre dirette da quei maghi Zurlì che sono i nuovi dei directstar, o i teatri d’opera con i loro stuoli di musicanti, di Mazinga direc-star, di Goldrake regi-star, dalle loro sartorie, dai loro allestimenti? Questi non solo pagano i luoghi ma mungono a più non posso dalle mammelle di stato, dalla tasse pagate dai contribuenti.
“Ma questa è arte? “ rispondono loro “Questa è arte stupido barbaro!” Perché il concerto degli U2 non lo è? Non possono neppure negarlo perché tutta la cultura dei nostri colti notabili, professoroni, radical chic, in minima parte partecipa alla frequentazione della musica classica e operistica. Sono degli ignoranti anche giudicando dal loro punto di vista.
Sono persone colte Fassino, Dalema, Veltroni? E’ una persona colta la loro protetta Giovanna Melandri che prima hanno piazzato a far la ministra della cultura e dello sport poi le hanno dato il Maxi da comandare?
Girava la voce irridente e insistente che in vita avesse letto cinque libri e che stesse faticosamente leggendo il sesto. Pettegolezzi da web e da giornali? Forse, ma forse diffusa da chi, frequentandola, aveva avuto modo di apprezzare il suo basso livello culturale e né lei né nessuno altro si mosse per smentirla. Una smentita certo necessaria prima di nominarla ministro. Non contenti i PD forse per liberarsi di un personaggio ormai scomodo anche dopo la sua bugia sulle sue vacanze in Kenya, la nominarono, non senza forti proteste, direttrice al Maxi di Roma. Nomina che lei caldeggiò sbandierando a piene mani “Lo faccio Gratis” Anche questa si rivelò una bugia. Alla nomina, era già in stadio avanzato il cambiamento della natura del Maxi che puntualmente avvenne e l’eroica Giovanna Melandri ebbe il suo luculliano stipendio.
Abbiamo accennato ad un’altra sua bugia. Ribadiamo: una vergognosa bugia. La signora Giovanni Melandri partecipò in Kenya dove ha evidentemente un possedimento da vera proletaria PD a una festa nella villa dell’incivile, chiassoso e volgare Briatore amico di Berlusconi, fattosi da solo, (così diverso dal nobile e civile Montezemolo) e per questo odiato e detestato dalla società civile, che non poteva certo addebitargli imperizia nel suo lavoro, dato che l’incivile aveva vinto quattro campionati in formula uno con due squadre diverse: due con la Benetton due. Ma comunque sia per l’elite, per la società civile il sopraddetto era indegno, vergognosamente indegno di essere frequentato dal civilissima Giovanna Melandri, nata a New York, e la civilissima, sincerissima Giovanna Melandri negò quella sua presenza a sì volgare corte, fino a che fu inviata ai giornali una foto che la immortalava a tanto indegna festa. Una bugia vergognosa e ipocrita, per cui qualche deputato americano si sarebbe sentito in dovere di dimettersi dal parlamento, cosa che non si sognò certo di fare la bugiarda Melandri, che forse più che lucrosamente dedicarsi al Maxi, dovrebbe dedicarsi alla lettura del suo sesto libro, ammesso che sia vera la voce che continua a girare, sul web e fuori.
E’ questa la cultura di sinistra? Sono questi i campioni di cultura della sinistra? Un giorno dovranno spiegarci cos’è questa benedetta cultura così evanescente, perversa, tiranna e fracassona.