lunedì 20 luglio 2020

Due Dopoguerra


Non so come finirà la trattativa in Europa ma, per favore, non paragonate questo dopoguerra all'altro. 
Allora c'erano EINAUDI e DE GASPERI, oggi ci presentiamo con gli avvocati Conte e Mattarella.
Allora C'erano due grandi partiti colti e popolari come la D.C. e il PCI, oggi  vedete voi chi c'è e se si può fare un paragone. 
Allora si partì collaborando per fare la Costituzione e Ora?
Ora il posteggiatore abusivo Conte si presenta del tutto impreparato, senza uno straccio di programma, a capo di una coalizione che rappresenta l'elite del paese e non la maggioranza dei cittadini.

venerdì 17 luglio 2020

Presento FILOSOFIA DEI PARADIGMI


Il saggio si divide in tre parti:

  •  Concettualità verticale,
  •  Concettualità circolare, 
  • Concettualità destinale,

La prima analizza le razionalizzazioni unidimensionali, quelle che da sempre, prima degli studi di cibernetica, informavano gli studi, i saggi filosofici e il procedere lineare di scienze e ragionamenti. Una modalità di aprirsi al mondo, quella verticale, che permane benché mostri da sempre limiti invalicabili come le assurde contraddizioni che obbligano a interrompere le catene di cause con auto-contraddittorie cause che causano se stesse, motori immobili che muovono, creatori increati. Tali sono anche le antinomie, veri serpenti che si auto divorano, rivelatesi così dirompenti in logica.

Il saggio analizza come, in opposizione alla “bestiale” teoria dei tipi, dei Principia, Wittgenstein cerchi di uscire dai pasticci di questa concettualità con la teoria raffigurativa del linguaggio. Una teoria, secondo il saggio, fallimentare già nelle semplici proposizioni predicative.

Nonostante questi problemi, il paradigma verticale ha avuto successo per motivi tecnici e linguistici, ma mostra ad una attenta analisi le sue caratteristiche violente di assimilazione del nostro mondo, che, nel saggio, viene analizzato non come vergine ma come esito di stratificazioni di teorie assimilanti. In questo contesto vengono analizzati i concetti di gerarchia, di selezione delle teorie, dei fondamenti, del vivere teorico.

La seconda parte riguarda le strutture ad anello chiuso, e in generale la cibernetica, mettendo in evidenza quanto  questa possa aiutarci nel costruire un nuovo paradigma di pensiero e di vita. Vengono analizzati i singoli componenti dell’anello, i mutamenti di linguaggio nell'anello, la presenza vitale della cibernetica nella nostra vita, nella nostra sopravvivenza, nella nostra stabilità, le possibili modalità di reazione ai mutamenti. Un'analisi condotta attraverso I concetti di analogico e di digitale, di stabilità e d'instabilità, di reazione positiva e negativa, giungendo fino alle antinomie e alle teorie degli auto valori.

L’ultima parte, "Concettualità destinale" analizza, registra come già in Kant fosse chiaro il pensiero secondo cui il senso non può che poggiare sul non senso, come la nostra conoscenza prema verso la domanda totale di teorie che diviene essa stessa soggetto del nostro destino, creando una propria concettualità in cui trova posto un nuovo concetto di destino. Questa nuova concettualità che si estende nel tempo, come del resto la concettualità della teoria darwiniana della selezione della specie, non può che mettere in relazione una storia di contingenze con una storia di necessità, una bipolarità da sempre presente nella stessa ambiguità di destino cui siamo da una parte assegnati e di cui teorizziamo l’assegnazione.

Ezio Saia

Per cominciare a leggere e fare il Download:

Clicca qui   

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giovedì 16 luglio 2020

FINIREMO COME IL VENEZUELA

Stato di emergenza imposto come dictat, Mattarella come Conte, statalizzazioni a tutto spiano, deficit infinito, rinuncia a sovranità, parlamento esautorato, modifica modalità di elezioni, italiani che se ne vanno.
Siamo sulla strada del VENEZUELA e finiremo come il VENEZUELA. 


mercoledì 15 luglio 2020

GIUDIZI POLITICI


Giudizi politici
Presento ora uno dei miei libri di saggi filosofici. Una parte dei quali è già comparso su siti filosofici del Web.
Dove cominciare a leggere e scaricare:
Il primo saggio TEORIE POLITICHE cerca di evidenziare e discutere il grado di pericolosità delle teorie che viene individuato successivamente nella valutazione nella loro Completezza, nella loro Decidibilità, nella loro Compromissione. Un’analisi nuova e necessaria per comprendere la teorie totalitariste, non una rimasticatura di ovvietà.
LA COMPLESSITÀ DEL DIO si pone appunto come obiettivo la disamina delle condizioni dell’organizzazione ideologica della società e delle teorie che caratterizzano questi totalitarismi, partendo dallanalisi dei concetti di verità e di interpretazione e individuando là dove la verità è considerata una realtà unica ed esistente, il grado di compromissione di un individuo in essa.
Successivamente analizza attraverso l’esame di concetti come democrazia, armonia, secolarizzazione, stratificazione della verità, spazio pubblico e spazio privato, coerenza, le diverse stratificazioni di una democrazia incentrata sul rapporto ermeneutico fra amico e nemico politico in una società democratica e in uno stato armonioso, dove viene perseguita la politica del tutto armonioso, dove tutti condividono lo stesso credo, la stessa moralità, la stessa verità, dove verità e moralità e dove, quindi, il nemico politico non esiste se non al di fuori dei confini. Anche qui un’analisi nuova, originale, innovativa, non una rimasticatura,
Il saggio sulla teoria della probabilità fa intravedere la difficoltà di considerarla logica umana quando si evidenzia l’insufficienza dei concetti di scommessa, premio, promessa e si dimenticano sia le condizioni iniziali e sia l’infinità della promessa.
La LOGICA DEL SI' MA analizza il senso, la natura e la filosofia di ciò che è associato rispettivamente al “Si” o al “NO”da una parte e al “Ma” dall’altra. Il Primo associato  a una logica processuale della libertà e della responsabilità, il secondo alla logica della necessità e a quella all'esonero di ogni responsabilità.
L’Interazione democratica e la sua importanza è l’oggetto dell’ultimo saggio. L’apparenza dispersiva è dovuto alla varietà dei concetti intensionalmente ed estensionalmente affrontati. Concetti come identità, come vittoria e sconfitta in guerra, di guerra e dopo guerra nelle democrazie e nei regimi autoritari.

LA COMPLESSITÀ DEL DIO E ALTRI SAGGI








martedì 14 luglio 2020

ALTAFORTE Cacciato altro sintomo di COLPO DI STATO


Cancellata su Facebook la Pagina di Altaforte. Altro sfregio alla libertà di opinione.
Prosecuzione del regime speciale in Italia con la scusa del Corona-virus. Unico regime in Europa a proseguire la dittatura..
Sgombrata a Roma la sede di Casa Pound, mentre restano tranquillamente occupate le sedi di sinistra.
Ignorata dal parlamento la richiesta di una commissione d'inchiesta sulla condanna di Berlusconi e su tutta la persecuzione giudiziaria  dal fatidico giorno del ridicolo "NON poteva non sapere".
Le elite si preparano a fronteggiare e annullare la prossima vittoria della destra al potere, a sabotarla ad annullarla. 
Dopo il colpo di stato con Leone, dopo quello contro Berlusconi, dopo quello contro Salvini si preparano a far intervenire l'esercito, i Giudici e i PM.
Caccarella tace e tutta questa vergogna  viene giustificata da Elite giornalistiche e televisive che ci presentano un Mattarella tutto affannato a nascoste prediche di moral suasion sulle porcherie del governo.
Vergogna!
IL termine Caccarella non è un insulto o una sensibile moral suasion verso questo strano individuo silenzioso ma una metafora di chi, affetto da caccarella, va al cesso e cacca in silenzio, chiudendo la porta.
Così fa Caccarellla e noi non sappiamo se la sua moral suasion nascosta sia un invito a RISPETTARE LA DEMOCRAZIA A FINIRLA CON QUESTA FARSA DI GOVERNO oppure degli inviti "BENE COSI'! AVANTI! COSI' A TUTTA FORZA! 
Se veramente vuole esprimere il suo pensiero, non lo faccia nelle sue stanze ovattate ma vada in parlamento e parli della commissione sul colpo di stato a danno della destra. Parli della necessità di una commissione d'inchiesta, con la possibilità di arrestare colpevoli e reticenti, e condanni questa dittatura di Conte e dei suoi sgherri PD. Dica chiaramente che Magistratura e governo non possono orchestrare l'ennesimo colpo di stato.   


E la destra tace. Non scende in piazza. Il che non è affatto una buona cosa. Limitarsi a ricordare, a non dimenticare, in attesa del giorno col sole nero, della nostra Srebrenica non serve. Srebrenica fu favorita dalla elite e dall'ONU per permettere al delinquente Clinton di bombardare i Serbi e toglier loro il Kosovo.

domenica 12 luglio 2020

Memorie criminali condivise

Uno degli strumenti più diffusi dalle repubbliche di Platone travestite da democrazia è l’insistenza per una memoria condivisa. Ovunque ci sono divergenze sul giudizio del passato, ecco che nascono accuse di revisionismo e, quando anche queste non fermano il fenomeno, ecco spuntare la necessità di un’unità nazionale e di memorie condivise. Una visione condivisa sulle Foibe? La si chiedeva anche quando l’intellighenzia che scriveva sui giornali, addirittura le negava.

Quanti furono gli italiani massacrati nelle Foibe? Chi lo sa. L’Italia civile degli storici marxisti piuttosto di parlarne, si dedicavano alla fecondazione artificiale dei coleotteri. E naturale che si sia constatato che delle foibe ai nostri studenti non veniva insegnato nulla e perfino la parola “Foibe”, non comparisse.

Ha capito, signora letterata, l’argomento Foibe non compariva! Compariva invece, ad esempio, sul Vocabolario della lingua parlata in Italia, a cura del noto Carlo Salinari, militante del PCI che scrivevaDolina con sottosuolo cavernoso. Indica le fosse del Carso nelle quali nella guerra ’40,45, furono gettati i corpi delle “vittime della rappresaglia nazista,” Che criminale bugia! I nazisti al posto dei comunisti Titini. Non basta! Il Garzanti De Agostini, riedito daRepubblica”nel 20004, (ha capito lemure “2004”) parla angelicamente di “fenomeno carsico”. Nel 2000 il Devoto Oli parla di: “Fossa comune di lotta civile e assassinii politici” mentre nel dizionario di Paravia del 2000, Tullio De Mauro parla con indecenza di “Fossa comune per occultare cadaveri vittime di eventi bellici!”

Inutili anche i tentativi di gettare solo sugli slavi le responsabilità. Il viaggio degli esuli, trattati in Italia come lebbrosi, si trasformò in un viaggio della disperazione, insultati dalla ben presente forza partigiana. Inoppugnabile testimonianza che chi li ha perseguitati in questi 70 e più anni furono i partigiani italiani. Nella loro fuga senza fine, tra l’ostilità e il disprezzo in Italia, non c’erano slavi non c’erano Titini ma solo partigiani rossi. 

Massacro slavo etnico e non politico? Ecco quello che ci ricorda uno di quegli esuli, Mario Cappellini di Milano, in una lettera alla Stampa:

“Caro Aldo, il giorno del ricordo delle Foibe, mi dà lo spunto per una riflessione. Quei massacri sono sempre e solo attribuiti ai partigiani comunisti di Tito e nessuno, o quasi, cita mai la collaborazione data ai Titini dai partigiani comunisti italiani. Sono nipote di esuli istriani scappati nel ’45 e ricordo bene i loro racconti. La loro paura maggiore era quella di incontrare i partigiani italiani che erano più crudeli dei titini.

Possibile che dopo più di settant’anni si cerchi ancora di nascondere quello che, ahimè, fa parte della storia?”

Risponde in poche righe il signor Aldo:

“Caro Maurizio, mi associo al suo ricordo e alla condanna per quella pagina nera della storia nazionale.!

Stop? Tutto qui? Lui si associa! Le parole d’ordine della società civile sono diventate “Mi associo” quando non se ne può fare a meno, oppure “auspico, auspichiamo” tutto per mettere una pietra sopra e correre via.

Volevate una memoria condivisa? Ancor oggi, quando esiste un’associazione, l’Anpi, che insiste sulla memoria sua e non ammette l’evidenza che le foibe furono una strage immane, un genocidio, in buona parte consumato, portato a termine dai partigiani, Titini o italiani che fossero. Eppure l’Anpi è un’associazione, finanziata dallo stato e che fa politica. 

Sono stati tolti i finanziamenti ai partiti politici ma ecco che la sinistra ha un braccio armato, finanziato dallo stato che interviene pesantemente nelle questioni oggetto di controversia politica, per urlare i suoi insulti di fascismo e di razzismo. Perfino sul referendum costituzionale intervenne con minacciosa pesantezza.

Anche il papa anche la chiesa interviene pesantemente in favore della sinistra nella questione migranti. Lo fa il Papa e lo fanno i suoi preti dai pulpiti. Eppure sono anche loro finanziati tramite il cinque per mille e ricevono vergognosamente una parte dei finanziamenti di coloro che non scelgono né lo stato ne alcuna confessione religiosa.

 C’è stata successivamente specialmente dopo il duemila una presa di coscienza dell’orrore degli eccidi delle foibe e ci chiedono di condividere il nuovo clima. A parte che sussistono ancora molte divergenze e non esiste ancora affatto una memoria condivisa ma e i settantanni passati a ricevere gli insulti di “revisionisti vergognosi”, di “razzisti”, di “fascisti” dove li mettiamo? Su questi non esiste neppure un accenno di memoria condivisa. Su quel periodo infame, sulla cupola culturale imposta dalla sinistra per cinquantanni anche sulla questione Foibe, la memoria di sinistra non si pente.

Lo stesso accade con la resistenza e la liberazione. Dopo roventi accuse di fascismo a chi parlava di guerra civile, l’elite culturale, la stessa che ignorava o giustificava le foibe e l’infame trattamento degli esuli in fuga lungo l’Italia, accettò l’idea ma mantenne intatta l’atmosfera mitica di una resistenza tutta buona e civile, nonostante i diversi episodi e gli eccidi ormai, se non di dominio pubblico, ben a conoscenza degli storici che come sulle foibe tacevano, incalzati dalla solita Anpi, che con i soldi dello stato, di tutti, faceva politica, la sua politica, e la sua falsa memoria.

 Una svolta recentissima, quella del giornalista Pansa, che benché del gruppo l’Espresso, studioso della resistenza non esitò per amore della verità a parlare degli omicidi dei partigiani, e delle enormi bugie presenti in quella che le elite culturali volevano come memoria condivisa.

Ma già c’era stato un grande storico, De Felice,  che vilipeso ostracizzato ma non azzittito perché la sua conoscenza, le sue ricerche, i suoi giudizi erano giustificati. Su De Felice e Pansa si accanì tutta la malignità conformista e filo partigiana, ma i fatti denunciati, gli assassini raccontati erano veri e la violenta campagna della cupola di sinistra non fermò l’onda.

Un’onda ancor ben viva ma destinata a terminare malamente. Intanto in questi settant’anni i libri di memorie di partigiani non allineati non venivano pubblicati ma non solo, tutti i nostri libri, i nostri saggi, i nostri romanzi venivano rifiutati. Anche quel capolavoro postumo che fu Il partigiano Johnny di Beppe Feisoglio fu messo alla gogna per le critiche ai partigiani comunisti, ma contro quell'arte evidente, contro quel racconto di getto, avvincente, contro quella lingua innovativa che da sola testimoniava la cultura dello scrittore, nulla poterono. C’è da chiedersi come mai uscì postumo ma la risposta è semplice. Come ebbe a dichiarare Gauss i suoi studi sulla geometria non euclidea, non furono da lui pubblicati perché giustamente già lo disgustavano le sicure critiche degli ignoranti beoti.

Arriveremo anche qui a un ripristino della verità? ma come potremo, in ogni caso, cancellare dalla nostra memoria, settantanni di ostracismi insulti e discriminazioni? Impossibile.

La sinistra si tenga la sua memoria noi ci teniamo la nostra e hanno ben ragione di temerla i falsificatori della cupola.

Per loro valga l’esempio della Serbia, dei Serbi che per anni, decenni, secoli subì l’occupazione e le angherie dei Turchi musulmani. Impotenti assisterono alle bestiali impalazioni descritte anche dal premio Nobel Ivo Andric nel suo capolavoro, Il ponte sulla Drina, ma nulla potevano contro i turchi e gli slavi che avevano tradito e addirittura abbracciato Maometto e la Sharia, se non ricordare e trasmettere ai figli, ai nipoti la memoria di quei traditori e di quei Turchi. Contro i loro eserciti si erano battuti in battaglie feroci e memorabili, le loro città e i loro villaggi avevano subito la sistematica uccisione dei civili. Quelle battaglie perse salvarono l’Europa e alla fine gli impalatori furono fermati sotto le mura di Vienna, ma intanto i serbi, avevano, i serbi kosovari soprattutto, trovarono altri torturatori nei fascisti, nei nazisti e poi in Tito e nei comunisti, decisi anche loro a imporre con le buone e con le cattive a imporre una memoria comune, a reprimere la rabbia serba kosovara, a far finta di non vedere, i tormenti a cui quei serbi venivano sottoposti, Tormenti che comprendevano di tutto perfino il furto di bestiame, l'uccisione di bestiame, falsificazioni di catasto. agguati, pestaggi, punizioni punitive continue sui serbi, violenze e stupri sulle loro donne, fino alla violazione posteriore con bottiglie. Il tutto perfino utilizzando anche picchiatori albanesi.  

Anche con Tito, col delinquente e assassino Tito, i serbi kosovari poterono solo conservare la loro memoria contro i convertiti diventati impalatori e assassini e attendere il giorno della sole nero. Un giorno che giunse con la morte di Tito e il disfacimento del suo regime criminale, per esplodere a Srebrenica, nel giorno in cui quelle memorie presero vita con il massacro di più di ottomila civili maomettani, sotto l’occhio chiuso delle truppe dell’ONU, che, sul posto per evitare quelle stragi, perché Srebrenica stava cadendo in mano ai Serbi, che certo non si sarebbero fermati, si voltarono dall’altra parte.

L’ordine di intervenire non arrivò. Perché non arrivò? Perché all’Onu si pensò che uno sfogo al secolare odio serbo, al secolare desiderio di vendetta bisognava concederlo? Che se si evitava Srebrenica sicuramente sarebbero accadute altre stragi, che un massacro in più o in meno non cambiava nulla? Che un massacro giustificava un intervento di civiltà, come in effetti avvenne con i sinistri Clinton e Dalema che si diedero da fare a bombardare i Serbi che non volevano cedere i loro santuari, ossia la loro memoria ai maomettani del Kosovo.

Memoria condivisa? Non esiste per i pochi fra i tanti citati e già si affacciano le nubi di un altro malaffare della sinistra, su cui la stessa sinistra sarà poi obbligata a chiedere una memoria condivisa. Parlo del colpo di stato iniziato da un magistrato che già si vedeva presidente della repubblica, che subì come un affronto la vittoria di Berlusconi e che, in barba ad ogni legge di probabilità fece arrivare a Berlusconi il ridicolo avviso di reato sintetizzato nella frase “Non poteva non sapere” a un congresso mondiale sulla criminalità, avvisando così con chiarezza e senza equivoci che l’Italia sana e civile era dalla parte delle elite contro Berlusconi e che il suo era l’inizio di una guerra giudiziaria, che puntualmente avvenne in barba alla civiltà democratica e alla costituzione della resistenza. Guerra che si trascina ancor oggi dove l’incivile Berlusconi è stato sostituito dal barbaro Salvini.

 


martedì 31 marzo 2020

Nuovo editore


Che dire della casa editrice CasaSIRIO editore  nata  coraggiosamente nel panorama politico italiano, in un momento così decadente per i libri, in cui le librerie chiudono e gli editori campano con libracci di canzonettari, attrici, attricette, gruberiadi,? Che dire se non applaudire e incoraggiare i tre fondatori?

Il fondatore di Repubblica a un intervistatore che gli chiedeva cosa consigliasse alla direzione di un nuovo giornale, rispose che valutava come ottima la possibilità di esplorare il campo della destra così come Repubblica e l'Espresso avevano fatto con la sinistra. In realtà i due giornali non esplorarono ma assimilarono e coprirono i relitti in disfacimento del partito comunista, avviandoli non alla democrazia ma alla repubblica di Platone, alle Elite potenti, alla conquista dei centri cittadini, ma a parte ciò, molti di noi ritengono che il consiglio di esplorare il pensiero di destra nelle sue varie articolazioni, ricche di pensiero, sia una via da percorrere.
A noi di interclassisti o destra che abbiamo difficoltà a farci pubblicare, che da cinquant'anni subiamo l'odioso giogo culturale della sinistra, un nuovo editore fa sempre sperare in una casa editrice culturalmente non allineata. Questa come sarà? Accettiamola comunque e battiamo le mani.
Arriveranno comunque per noi tempi migliori vista la situazione attuale che si trascina da anni e ha portato la cultura italiana all'incultura. L'italia non fa figli e non fa neppure musica e romanzi. Un tempo gli dei della musica erano i grandi compositori come Verdi e Puccini, oggi sono le bacchette magiche, i grandi directstrar in coppia con i grandi registar, tutta gente prolifica come i muli. Non è più uscito un grande romanzo dai tempi del Gattopardo e anche quello è uscito per miracolo, visto che era stato scartato da gli editori a cui era stato sottoposto, I grandi film sono finiti da chissà quanto tempo, e con loro anche i grandi attori,. i testi teatrali, ecc.
Io che leggevo di giorno, di notte, in ferie, da vent'anni non entro più in una libreria e il motivo l'ho esposto in un saggio che naturalmente nessun editore ha preso in considerazione. La stessa fine hanno fatto dei miei dieci romanzi anche se solo due li ho proposti. La stesso per i miei quattro saggi di filosofia, ma gioisco comunque quando tre amanti della lettura aprono un nuovo editore. Auguri..


lunedì 30 marzo 2020

La sinistra inventò l'insulto. Non dimentichiamo



L’enorme ricchezza accumulata da Berlusconi con Mediaset si deve in parte alla ridicola concorrenza che gli faceva la RAI a cui non bastò la società civile e il soccorso della magistratura per correre velocemente verso il fallimento.
Non fu il conflitto d’interessi ciò che mobilitò il popolo della civiltà, fu la spaventosa idea che fosse giunta l’età dei Lumpen, del dominio dei lumpen.
La reazione degli intellettuali della sinistra, degli impegnati della autonominatasi società civile, nata in alleanza della magistratura, ma subito mutatasi in opposizione alla lega, definita barbara e incivile, insultata come barbara e incivile, additata come barbara, rozza, incivile. E dire che gran parte di quella società aveva sostenuto la macelleria comunista.
Ci fu una reazione rabbiosa. Vinceva Berlusconi! Incredibile! Il padrone delle tivù private! Di quelle incredibili tivù private. Della pubblicità, dei pannolini, dei sorrisi a quaranta denti, della superficialità, dell’evasione dal pubblico, dalla moralità, dall’impegno civile, vinceva l’ignoranza e la superficialità. Irrisione e condanna per chi lo ha votato, descrizioni feroci di chi lo ha votato, proclamazioni dell’ignoranza di chi lo ha votato, dei suggestionabili dalla tivù commerciale del divertimento, dell’evasione.
Il fronte intellettuale affida il proprio pensiero al giornale diretto da Furio Colombo e Antonio Padellare, che appare come un interminabile tuffarsi nell'apocalisse. Ecco Dario Fo, di cui viene integralmente riprodotta la requisitoria antiberlusconiana apparsa su Le Monde, che denuncia un clima mefitico in cui in Italia si tornerebbe nientemeno che a parlare di «difesa della razza». Oppure Antonio Tabucchi, che bacchetta il Presidente della Repubblica, reo di non essersi immolato nella trincea posta a difesa dell'Italia dall'assalto dei nuovi barbari. O la scrittrice Francesca Sanvitale, che sferza gli italiani affinché ritrovino intatte le parole di un'immedicabile «indignazione». Si applaude ripetutamente il membro diessino del Csm, Di Cagno, che ha pubblicamente paragonato i magistrati antigovernativi agli ebrei vessati e decimati dal regime hitleriano, scomodando persino la celeberrima formula di Primo Levi: «Se non ora quando». Persino un poeta solitamente schivo e parco di dichiarazioni politiche come Mario Luzi si arruola nella crociata contro il «nuovo regime», con uno spirito che non ammette tentennamenti o obiezioni, la cui semplice espressione viene senz'altro riprovata alla stregua di un «tradimento».
Si allarga il discorso agli amici e ai suoi simili, volgari come lui

La piazzata è così sconclusionata, canina, in rivolta pure verso i politici di sinistra troppo arrendevoli mentre dovrebbero imbracciare il fucile, o, perlomeno, trasformare le piazze, le vie, i palazzi in una permanente sfilata di slogan e insulti, che pure le travi del partito di sinistra è perlomeno perplesso.
Il guaio è che il «fronte» degli intellettuali di sinistra è tutto contro di loro. Massimo D'Alema e Piero Passino, rispettivamente presidente e segretario dei Democratici di sinistra, esortano a cambiare linea. Sondaggi alla mano, scoprono che il muro contro muro, l'opposizione tutta urla e strepiti, la retorica dell'«allarme democratico» con connesso diuturno e irrituale appello al Quirinale, anziché indebolirlo e sfiancarlo, rafforzano il nemico Berlusconi. Perciò invitano la sinistra a rettificare linguaggio e comportamenti, propongono di iniziare davvero, smaltito il trauma frastornante della sconfitta, la lunga, impervia traversata nel deserto. Fassino chiede al partito di liberarsi dell'illusione della spallata, di smetterla di baloccarsi con l'invocazione delle virtù salvifiche della piazza, D'Alema convoca la sua Fondazione Italiani europei per azzerare mesi e mesi di opposizione rovinosamente autolesionista. Ma ambedue devono affrontare il fronte recalcitrante degli intellettuali che hanno imboccato la strada opposta. Forse è dai tempi della svolta di Achille Ochetto alla Bolognina che non si percepisce un distacco così radicale tra il partito e gli intellettuali. Nel 1989 Fabio Mussi liquidava le accorate rimostranze di Natalia Ginzburg contro l'abbandono dell'identità comunista come la manifestazione di un'invincibile nostalgia per il Pci «bambolotto di pezza» coltivata da una cultura incapace di distogliere lo sguardo impietrito sul passato. Oggi gli intellettuali sembrano ipnotizzati dalla mitologia dell'ultima spiaggia: la condizione psico-culturale peggiore per affrontare svolte.
Le voci della sinistra intellettuale difformi o stonate nel coro che chiama alla mobilitazione generale appaiono infatti flebili, sporadiche, isolate. Del senatore dei Ds Franco Debenedetti viene invocata addirittura la testa, sotto forma di espulsione dai luoghi deputati della sinistra (Massimo Roccella sull'Unità). E tale è la reattività degli animi esacerbati che proprio sul capo di Debenedetti, Gianni Vattimo ha lasciato che aleggiasse lo spettro del «tradimento». Come nei tempi corruschi del giacobinismo rivoluzionario, sono i «tiepidi» sospettati, per il loro scarso ardore attivistico, di albergare sentimenti disfattisti abilmente dissimulati, ad essere indicati alla pubblica esecrazione. Altri intellettuali poco propensi alla demonizzazione dell'avversario, come Michele Salvati o Augusto Barbera, non sembrano raccogliere ascolto nei ranghi serrati dell"«intellettualità» di sinistra. Una rivista come Le ragioni del socialismo di Emanuele Macaluso agita là bandiera del riformismo, ma con una dichiarata propensione al minoritarismo dentro una cultura di sinistra tutt'altro che desiderosa di abbandonare un atteggiamento di irriducibile oltranzismo: quello che corrosivamente Francois Furet definiva «L'oligarchia dell'attivismo». Nel seminario della Fondazione Italianieuropei in cui più è emersa l'esigenza di superare atteggiamenti rissosi e verbosità inconcludenti, gli intellettuali del cinema e del teatro, della letteratura e dell'arte hanno brillato per la loro assenza. Persino un intellettuale noto per la sua prolungata e autorevole appartenenza riformista come Massimo L. Salvadori ha di recente indicato con toni accorati e ultimativi l'insorgere di una terribile «emergenza democratica», con l'ovvia conseguenza di cancellarla radicalmente
Ogni aggiustamento di linea politica nella direzione opposta a quella della guerra civile ideologica che punta alla delegittimazione reciproca e all'annientamento di ogni valore condiviso tra due schieramenti avversari ma non nemici alla morte.
Le uniche voci della sinistra intellettuale che si sono alzate per commentare l'idea del Capo dello Stato di un Museo dedicato all'identità italiana sono apparse su Liberazione e con toni veementemente polemici nei confronti di un'iniziativa inevitabilmente destinata a ridurre il fossato incolmabile che secondo i detrattori della proposta divide (e deve continuare, indefinitamente, a dividere) in due metàincomunicanti gli schieramenti politici che si contendono la leadership del Paese.
La teoria dello scontro frontale con lo schieramento attualmente al governo suggerisce a cospicui settori della cultura di sinistra, sovente tra gli applausi di ammirazione, il lessico della guerra totale e senza mediazioni. Viene accolto con sollievo il linguaggio dell'economista Paolo Sylos Labini che descrive il presidente del Consiglio come il capo di un clan criminale, che andrebbe condotto alla sua natura puramente delinquenziale. Malgrado le resistenze di Fassino, di D'Alema e anche di Luciano Violante, suscita adesioni l'idea di Paolo Flores d'Arcais e di MicroMega di celebrare solennemente il decimo anniversario di Mani pulite e se D'Alema eccepisce che una sinistra non forcaiola può festeggiare la presa liberatoria della Bastiglia, ma non i colpi secchi della ghigliottina che fanno rotolare le teste dei nemici del popolo, Flores d'Arcais replica sulla Stampa che anche i «liberatori» della Bastiglia, se proprio occorre inerpicarsi sulla strada delle comparazioni storiche, portavano infilzate sulle loro picche le teste dei nemici. Ma è nell'uso corrente della comparazione tra berlusconismo e fascismo che si misura la distanza incolmabile tra la nuova linea proposta da D'Alema e Fassino e la parte più ciarliera e combattiva dell'intellighenzia di sinistra.
L'idea della «vigilanza» democratica, dell'emergenza, della barriera «antifascista», del pericolo attualissimo di un tuffo nel passato, l'evocazione ricorrente (e fortemente contestata, isolatamente, da Debenedetti) di Hitler come precedente storico di un dittatore dapprima democraticamente eletto e poi trascinatore del proprio popolo negli abissi del totalitarismo, fanno da nutrimento culturale e psicologico di un prossimo «Giorno della memoria» del 27 gennaio all'insegna dell'attualizzazione del pericolo fascista e persino nazista. Un giurista sofisticato come Franco Corderò si abbandona a tortuosi ed eccentrici itinerari comparativi per evocare nientemeno che il fantasma di Goebbels. Lo storico Paul Ginsborg mette in guardia, sulla scorta di un Tocqueville, repentinamente riscoperto, dai rischi estremi della «tirannide della maggioranza». Tra i cineasti di sinistra crea allarme e indignazione persino la nomina alla Scuola nazionale del cinema di un sociologo tutt'altro che fedele all'ortodossia berlusconiana come Francesco Alberoni. Come se il grido di battaglia di conio borrelliano, «resistere, resistere, resistere», fosse diventato il motto di un intero schieramento culturale, si auspica la spallata giudiziaria per rovesciare il tavolo e azzerare per incanto l'«anomalia» berlusconiana. Tutto il contrario del lento lavoro di ricostruzione che, nella prospettiva di Fassino e di D'Alema, dovrebbe riportare la sinistra a ricucire quei rapporti strappati con la società e di cui si è sinora giovato lo schieramento opposto.
Il rapporto con gli intellettuali costituirà nel prosieguo una spina nel fianco della leadership politica della sinistra diessina. Come dopo la Bolognina, appunto, quando molti intellettuali parteciparono con furore al «fronte del No» alla svolta che avrebbe messo fine al Pci. Oggi come allora, all'indomani di una sconfitta storica che inasprisce gli animi e rende sempre più arduo l'avvio della lunga e solitaria “traversata nel deserto”.

Pierluigi Battista scrive sulla stampa del 23/1/02 un articolo dal titolo A sinistra nasce il partito dell’Apocalisse.
Come ha ben riferito Battista in un parolaio del 2003, SYLOS LABINI NEGA CHE CI SIA QUALCUNO IMPEGNATO con odio A DEMONIZZARE berlusconi
meno che il famoso critico cucurbitaceo Armando Gnisci otto chili di sinapsi che le usa tutti quei kili che ha sofferto per la sua discesa in campo come un’offesa estremamente umiliante, in quanto letterato nativo europeo di lingua italiana. … lei incarna psicofisicamente il peggioè un capo opprimente e contraffatto…di un ridicolo estremo… goffo … vuoto …falso… lei è una maschera trucida ….bisogna parlare al cuore di lei per tentare di fracassarlo …il suo è un fascino mostruoso   lei è l’orrore incarnato …oscilla sulla frontiera del disumano del ventesimo secolo … lei va abrogato.
Più moderato Angelo D’orsi ricorda che è vero che comanda chi ha più voti ma non è detto che chi ha più suffragi sia quello che ha ragione. Anche con lui siamo in piena repubblica di Platone. 
La reazione alla discesa e alla prima vittoria è isterica. Ha vinto la cultura dei pannoloni, della tivù di plastica, della pubblicità, del populismo, della volgarità. Ricordo l’espressione “L’ingresso della volgarità nelle istituzioni”. Dura contro lui, contro il suo partito il che è normale. Normale è anche la caratterizzazione brutale, infamate del nemico politico, ma non la sistematica offesa dei suoi elettori che non sarebbero coscienti di cosa fanno, che sarebbero, deficienti stupidi, barbari ecc. Poi la solita storia imbonitore/imboniti, illusionista/illusi che tanto ricorda gli altri accoppiamenti del passato del tipo sobillatori/sobillati o demonio seduttore/ peccatori. Non solo contro Berlusconi ma contro tutti gli amici e coloro che non si scagliavano contro. 
Paradigmatico è il caso della “Milano da bere”. Paradigmatico perché queste tre parole che, in qualche modo, sintetizzano un importante cambiamento culturale, erano diventate per gli allora moralisti berlingueriani sintesi di un disprezzo morale anticraxiano e antiberlusconiamo. Da una parte loro, i limpidi, i puri comunisti e dall’altra la nuova avanzante immorale cultura ed economia fracassona, volgare, indecente.
E’ evidente che la nuova cultura e il nuovo lavoro connessi alla moda, alle sfilate, ai laboratori, ai negozi di moda portavano con sé un fervore che comprendeva, con le sfilate, anche le indossatrici, le aspirante indossatrici, le divette, le esibizioni, i fotografi, le notti nei locali con movida notturna. Ma questo non era il contorno di una nuova economia capace di creare grande ricchezza, lavoro qualificato, prodotti ad alti valore aggiunto, turismo di lavoro, bellezza, arte, ecc.; capace di elevare e portare il nome italiano in tutto il mondo. Un contorno, creatore, esso stesso di turismo e di ricchezza; quello stesso contorno che immortalato da Fellini col nome DOLCE VITA caratterizzava la fiorente produzione cinematografica italiana del dopoguerra, tanto amata dai confusi puri come se fosse tutt’altra cosa rispetto a quella della “Milano da bere”

Abbiamo citato Cafonal. Cafonal è uno dei tanti aggettivi inventati dalla cultura antiberlusconiana per caratterizzare la volgarità berlusconiana. Non si può certo parlare di “cultura Berlusconiana” perché la cultura berlusconiana non esiste come cultura per i suoi coltissimi nemici.” Compaiono i termini non-cultura, anticultura, sottocultura e veniamo ributtati all'indietro di decenni quando alle elementari maestri e maestre per sgridarti quando, secondo loro,  non avevi studiato ti redarguivano con frasi del tipo “Mica vuoi crescere come un negro dell’Africa.”, “Di questo passo farai al massimo lo Zulu”.
Fummo poi indottrinati da una nuova idea che esecrava quella appresa dalle maestre secondo cui l’idea di una cultura (la nostra, quella della civiltà occidentale) contrapposta a una incultura (quella delle tribù, della barbarie, della negritudine, ecc.) era profondamente ingiusta, errata, connotata di razzismo e di imperialismo. Si affermava così la dignità di tutte le culture.
Ebbene - potenza di Berlusconi – tutto è cultura: i vini, bere vino, il cibo, la cucina, la coltivazione dell’orto, le canzonette, i romanzi, gialli, rosa, ecc. Tutto, dicevamo, è cultura tranne quella del berlusconismo. Siamo tornati ai tristi tempi degli Zulu sostituendo a Zulu i baluba “berlusconidi”.

Per le elite e le aggregazioni elite sinistra radical chic esiste una solo cultura, la loro. La cultura è quella che loro considerano cultura, fosse anche la conoscenza della loro cacca. I confini li fissano loro, questo sì questo no. Sono cultura i teatri, le mostre, le conferenze, i convegni, i bachi da seta, l’inseminazione artificiale dei coleotteri, la preparazione dei bignè della Pomerania. Tutto è cultura, tutta quella approvata da questi cavalieri della cultura, tutto ciò che passa nelle loro cervici, nei loro intestini, nei loro stomaci, nelle loro pance, tutto tranne ciò che ieri riguardava Berlusconi e oggi i nuovi infami populismi, i nuovi mostri, i nuovi, barbare, i nuovi Attila, che invece la cultura, la democrazia, la civiltà la distruggono. La fine del mondo civile, l’apocalisse!
Inchiniamoci noi, stupidi ignoranti, inchiniamoci ai libri letti dalla mammellata ministra dei beni culturali, con villa in Kenia, frequentatrice delle feste, in quello stesso Kenia, dell’orrido cafonal Briatore e pronta a smentire, bugiardamente, quella sua presenza fino a che una fotografia ridicolizzava la sua menzogna, inchiniamoci alla già ministra della cultura lei, che si diceva avesse in vita sua letto ben cinque libri e stesse coraggiosamente leggendo il sesto e che ora inquina la seggiola di amministratrice niente di meno che del Maxi; una sedia donde diceva lei avrebbe disseminato la sua cultura del tutto gratuitamente ma alla quale fu lestamente riconosciuto l’abbondante appannaggio da aggiungere al suo lussuoso assegno pensionistico come ex parlamentare e lettrice di libri.
Meraviglioso pacchetto confezionato subdolamente dai suoi compagni di partito e dalle elite culturali associate di cui non si vergognano neppure.
L’avesse fatta Berlusconi una cosa simile, l’avessero fatta i Berlusconidi una cosa simili, giornalisti, giudici, società civile, popolo dei fax, girotondisti, sarebbero insorti facendo un baccano del diavolo, un baccano da barbari, da squilibrati, come i tanti messi in moto da questa ammorbante elite che si muoveva per molto meno. Bastò un muro caduto a Pompei per una sceneggiata isterica contro il ministro berlusconiano fino a farlo dimettere ma quello era un muro speciale. I muri continuarono a cadere a Pompei ma nessuno si mosse contro i ministri non berlusconidi.
E dopo questo indegno scoppio d’ira populista ecco che veniamo colti dal pentimento. Ecco che abbiamo dimenticato che tutto ciò che fanno la sinistra e i loro compagni di merenda è bene, bene per loro e bene per noi tutti e quindi facciamo ammenda e ripetiamolo che loro sono ecc. ecc.

sabato 28 marzo 2020

Premio Nobel ad Hanche. Riotta una caduta d’umanità e di logica



Il nobel allo scrittore che negò i crimini di Milosevich
Spiace e spiace molto criticare l’articolo di Riotta su La Stampa sul Nobel assegnato a Peter Handke. Spiace perché Riotta è fra i pochi giornalisti che leggono con continuità opere letterarie contemporanee, spiace perché ha dimostrato di conoscere la teoria grammaticale di Chomsky. Per la maggior parte dei suoi colleghi giornalisti e opinionisti, Chomsky è solo l’autore di trattati animati da infuocato antimperialismo e anticapitalismo. Saranno pure importanti anche questi, ma, dozzinali, come sono, non sarebbero neppure stati pubblicati, se Chomsky non fosse stato l’inventore della grammatica generativa.
Ciò detto si deve prendere nota che anche Riotta appartiene, è in armi contro gli odiati populismi.
Su La Stampa del 1/11/16  scrive “La classe globale invisa a May, le Pen, Trump, Sanders e Corbyn e ai nostri populismi domestici ha perduto la battaglia del consenso per snobismo, avidità, mancanza di fiducia nei nostri valori. 
Se non vogliamo che, come sempre avviene nella Storia, il nazionalismo liberi i suoi figli rabbiosi, razzismo, antisemitismo, totalitarismo, dobbiamo ripartire da pochi semplici ideali e riforme: lavoro, sviluppo, ricerca, apertura alle altre culture ma con fierezza e difesa.” 
Tutto bene ma perché la parola populismo? Che significa populismo? Delle due frasi citate pare quasi che il populismo sia il nazionalismo che libera i suoi figli rabbiosi, razzismo, antisemitismo, totalitarismo. I nostri figli rabbiosi liberano l'inimicizia contro l'elite e i loro servi, contro i nuovi aristocratici, il nuovo impero. Non l'avete ancora capito oltre che ignoranti avete anche teste ottuse e dure.
A questo punto anche la sua prima frase assume un significato banale. E’ sicuro Riotta che sia democratica una costituzione dove, ad esempio,  i parlamentari hanno il diritto di decidere sul loro numero, sui loro benefit, sulle loro pensioni? O non è che un emblema di una costituzione in cui regna sovrano il conflitto di interessi? 
Naturalmente tutto ciò che altrove è brutto, in Italia è pessimo e lo abbiamo sperimentato con le reazioni alla nascita della Lega, alla discesa in campo di Berlusconi, al tipo di opposizione del tutto antidemocratica contro il berlusconismo.
Prima degli attuali odiati populisti, il populista era Berlusconi col suo partito, coi suoi elettori. Ora non lo è più?  Ma che significa populismo in Italia? Chi si oppone alla democrazia delle elite? Chi vede in questa una variante della vecchia aristocrazia? Chi si oppone all’ingresso dei cittadini di altri stati? Chi vuole la sharia fuori dai propri confini? Chi si oppone alle elite dei giornalisti, delle università, delle menti colte dei professoroni? 

Detto ciò, mi piace poco la dura condanna di Handke è l’altrettanto dura condanna della commissione del Nobel per averglielo assegnato. Per Riotta la giuria ha commesso un errore storico nel trascurare i propositi del fondatore che subordinava il premio alle motivazioni ideali. Ma per favore non inchiniamoci a celebrare il mistico matrimonio fra etica e arte che portò ad assegnare il primo a Giosuè in epoca di egemone culturale mangiapreti, ad Hansum in epoca di egemone vitalismo a Kipling in tempi in cui, dalla Società Civile, l’imperialismo era considerata alta missione religiosa, civile e morale e deprechiamo che quello stesso mistico premio sia stato negato a quei porcelloni di Moravia e di Joyce, a quel fascista di Borges, a quell’altro fascista di Celine, mettendo in forte dubbio che quei supremi accademici abbiano confuso l’idealità con la morale alla moda. Così è stato per Carducci, per Hansum, per Kipling, per Moravia, per Joyce, per Borges, per Celine.
Il Nobel ha sempre saputo rinnovare le sue idealità, e cambiare. Se Riotta e, come penso, molti editorialisti, l’intera Società Civile compresa, condannano, senza se e senza ma, la generazione di Milosevich, viene il sospetto che, al contrario, i professoroni del Nobel abbiano iniziato una revisione dei giudizi sui pensieri e sulla azione di quegli eventi sanguinosi.
La condanna conformista in blocco di quegli attori che riassumono i sentimenti di molti Serbi, riaffiorati dalla notte dei tempi, e la loro condanna “Senza Se e senza Ma” mi pare ottusa: proprio nella forma dei vari “Sì… MA…” , “No… Ma…”, così comuni nel nostro ragionare, si nasconde la realtà.    
L’uso di sintagmi del tipo “No, non condanno ma ”, “Si, assolvo ma…”, è salvifico.
Con il si dà un giudizio, con il ma si espone una giustificazione o un’attenuante. La forma proposizionale del si ma gestisce non solo una logica giudiziaria ma anche una logica politica.
Forme come “Il tale è colpevole ma era stato provocato da…..“E’ vero ma…” sono paradigmatiche e invano si tenterebbe di analizzare quel “Ma” come una particella logica vero funzionale. La forma quando viene usata nel discorso politico, pare composta da un giudizio di assoluzione o di condanna relativo a un certo evento e da un racconto che tende a modificare il verdetto del giudizio. Il racconto di cui si parla è in genere un racconto storico e segue quindi la logica del racconto storico; ma qual è la logica del racconto storico?
Quando ci dedichiamo alla storia, cerchiamo di capire la concatenazione fra gli eventi. Capire vuol dire connettere in qualche modo (catene di coordinazione, subordinazione, connessioni causali, finalistiche o probabilistiche) affinché si possa concludere “Questo è accaduto perché in precedenza è accaduto quest’altro”, “Agì in questo modo per queste ragioni”, “Agì perché motivato da …”.
L'allievo che ascolta una spiegazione di storia in questo non è diverso dal professore che la illustra: per l’uno e per l’altro l’obiettivo è la comprensibilità, il professore cerca di trasmetterla e l’allievo di comprenderla. 
Ma che significa "comprensibilità"?  
Il “Comprendere” assume significazione nel connettere fra loro gli eventi. Non sarebbe comprensibile che una palla calciata a Roma arrivi fino a Milano perché il lancio di una palla, il suo volo e il suo approdo sono connessi da leggi fisiche incompatibili con un simile evento. Anche nella storia, raccontando gli eventi, cerchiamo di connettere le azioni, gli attori, gli esiti, in base cercando le cause, le motivazioni, i caratteri, le situazioni, i fini e così via. Proposizioni quali: “Il tale Presidente fece questo perché doveva reagire”, “Il tal generale si mosse nel tal modo perché voleva raggiungere quel tal obiettivo”, ci dicono come si debba ricorrere a tutti i tipi di connessioni-motivazioni di tipo politico, comportamentale, statistico, sociologico, psicologico, fisico, ecc. per riuscire a connettere gli eventi in una catena o in una ramificazione di catene. 
Anche se molti filosofi della storia storcerebbero il naso, l’ideale della comprensibilità è la “necessità”. Anche se lo si ammette con difficoltà, una serie di eventi è tanto più compresa quanto più la catena che li connette è necessaria, ossia quanto più crea tra gli eventi dei vincoli che escludono tutti i possibili gradi di libertà: la storia è tanto più ’comprensibile’ quanto più le connessioni sono necessarie, quanto più il percorso è irrigidito in una serie di ragioni e cause che non lasciano spazio ad altre possibilità. Lo sforzo di comprensibilità assume così le forme di una razionalizzazione secondo forme. Col nascere della riflessione sulla storia e sulle narrazioni della storia, nasce anche la tensione verso la razionalizzazione in forme di necessità. Se Erodoto racconta la storia come una successione di contingenze, Tucidide racconta l’addivenire della guerra tra Sparta e Atene come un evento ineluttabile e un destino già depositato nella filigrana degli eventi che la precedettero. Tucidide raccontava ma non teorizzava. La razionalizzazione della storia come teoria avvenne molto più tardi e per analizzarla e trarne conseguenze dobbiamo ritornare al razionalismo illuminista Il mito della ragione illuminista permeò una cultura ma questa cultura continuò. Il romanticismo fu una reazione alla ragione astratta dell’illuminismo ma a questa ragione astratta i romantici opposero le ragioni della storia, delle tradizioni, dei miti, dei costumi, dei sentimenti ma in parte la incorporarono nei loro sistemi d’interpretazione della storia. Con Hegel la ragione diveniva la logica del comprendere e contemporaneamente la logica dell’essere e del divenire. Per lui “Ciò che razionale è reale e ciò che è reale è razionale”. Comunque la si voglia interpretare, questa formula più volte richiamata da Hegel, ci invita a considerare razionale e necessario lo svolgersi degli eventi storici. Hegel originò un movimento e creò un paradigma. Anche Marx si sentirà in dovere di completare il suo materialismo storico con un materialismo dialettico che rendeva congeneri i mondi della storia e della natura.
La forma “Si… Ma…” è composta da un giudizio di valore e una storia. E’ la necessità di capire il perché degli eventi a indurci a inserire la storia in una catena di necessità. E’ quasi una necessità ‘vitale’ e salvifica. Così noi parliamo di storia come maestra di vita, così noi ‘giustifichiamo’ gli eventi. li ‘giustifichiamo’ e, sull’ambiguità paradigmatica di quel ‘giustificare’, li connettiamo comunque con inesorabilità. Se è la necessità a muovere, è la stessa necessità a giustificare: quasi come se chi è obbligato a compiere un’azione, non ne avesse responsabilità. colpa o merito, chiudendo al giudizio morale: ciò che è avvenuto è tale perché giustificato e/o imposto dagli eventi, anche se la narrazione storica non riesce, certo, a essere esposta come se ogni evento fosse un teorema. Ma accanto a questa constatazione è altrettanto indubbia la tensione verso la massima ‘comprensibilità’ intesa come necessità.
Se, invece, entriamo in una logica di contemporaneità la guida è la logica giudiziaria. 
Nella logica del processo giudiziario la catena degli eventi e delle loro connessioni viene spezzata, perché oggetto di giudizio sono le singole azioni, che, disarticolate dalla catena di connessioni, perdono il loro carattere di necessità. Un’azione delittuosa viene giudicata in quanto tale al sì o al no mentre le possibili connessioni causali, giustificatorie, ambientali, assumono uno statuto logico di provocazione, reazione, influenza, ecc. con precisi sensi giuridici che le porta a intervenire nel calcolo del giudizio finale, come attenuanti o aggravanti, ciascuna giuridicamente prevista e definita in gradazione e peso, affinché possa entrare nel calcolo della quantità di pena attribuita per il delitto, considerato come fatto a sé. 
Naturalmente non tutte le attenuanti sono del tipo ambientale, storico e causale. La mancanza di precedenti non ha in genere nessun nesso causale con l’evento delittuoso oggetto del giudizio ma è in genere “attenuante” così come l’essere commesso in associazione con altri soggetti è in genere un ‘aggravante’ ma tutto ciò non fa che confermare la differenza delle due logiche, anche se questo non vuol dire che nel processo non si cerchi quello stesso tipo di comprensibilità, perchè l’insieme degli eventi, e la loro connessione, deve essere in ogni caso capita, deve essere comprensibile e avere un senso; questo è possibile solo inserendo il fatto specifico in una serie di connessioni che attribuiscono senso. 
Ciò che cambia profondamente è però la logica. In quella processuale il presupposto è l’esistenza della ‘libertà’ delle azioni e la 'responsabilità’ che le accompagna. La logica processuale è il regno della libertà e della responsabilità, se non lo fosse non potrebbe essere emesso alcun giudizio di condanna o di assoluzione. 
Se la razionalità storica tende a instaurare il regno della necessità la razionalità del processo giuridico è il regno della libertà. Il passaggio dal “sì” al “ma”, segna il passaggio dalla logica della libertà a quella necessità. 
Se trasportiamo la prima concettualità nel mondo giudiziario, avremo come conseguenza che nessun delitto può essere sanzionato, perché l’autore del delitto risulterà sempre non libero nella sua scelta ma costretto dagli eventi. Il mondo giudiziario non sparirebbe ma sarebbe circoscritto al compito di accertare il delitto, di accertare l’autore (non ‘responsabile’ ma ‘autore’). Al contrario se riconosciamo una libertà illimitata dovrebbero sparire nella valutazione del ogni tipo di attenuante. In ogni caso assume un significato discriminatorio l’opposizione determinismo/libertà. 
Senza spingersi oltre si può concludere che un giudizio “Si …Ma” è l’espressione di un giudizio eminentemente politico, che deve essere compreso nella sua origine, nella sua possibilità e nel suo senso tenendo in debito conto cosa comporti il cambio di paradigma o la confusione dei paradigmi adottati. E’ compito del pensiero politico, svolgere quell’opera di chiarimento e distinzione senza i quali ogni giudizio politico diventa, a sua volta, paradigma d’incomprensione e di sistematica ambiguità.
La formula del “Si ma o no ma”. che domina i nostri ragionamenti, i nostri giudizi, i nostri discorsi ci dimostra che ci appoggiamo ben saldi su una confusa, indecidibile ambiguità. Noi, come Riotta, noi, come coloro che hanno assegnato il Nobel. Non pensiamo che Handke approvi il massacro di Srebrenica ma che abbia sempre pensato e sostenuto le sue convinzioni secondo l’ambiguità del si ma e del no ma. Di fronte al palestinese che si fa esplodere su un tram israeliano, all’abbattimento delle torri gemelle, al massacro di Srebrenica, al bombardamento di Clinton e della Nato delle città serbe, dei ponti serbi, dei treni serbi, sappiamo che vengono emessi tanti verdetti di Sì senza Ma, di No, senza Ma e di altrettanti Si Ma e No ma, come quello di Handke. 
Se Riotta avesse parlato con qualche serbo, anche giovane, saprebbe che per troppe generazioni di fronte alla repressione, al sangue slavo versato dagli ottomani, durissimi nel reprimere i “partigiani”, se avesse meditato dell’enorme valore mitico di sacrificio ed eroismo di cui si sono caricate le battaglie perse dai serbi contro gli ottomani in Kosovo, che proprio in virtù di questa comprensione mitica (vedi Cassirer) considerano il Kosovo, con le sue chiese erette in memoria, territorio serbo e cristiano, se avesse valutato quanto dentro la memoria collettiva serba era vivo. Vivo quanto l’ordine morale che sanciva “Ora non possiamo cacciarli, ora non possiamo ribellarci ma la nostra memoria rimane nella nostra anima di Serbi” e invitava i padri serbi a non dimenticare e a trasmettere questa promessa a figli e nipoti, e figli e nipoti per secoli “Non dovete dimenticare, dovere mantenere viva la fiamma, verrà il giorno sacro della giustizia”, capirebbe quanto valore ha avuto a Srebrenica, prima e dopo Srebrenica il “MA” serbo. Del Resto Riotta, giornalista colto e non ignorante come tanti suoi colleghi, ha senz’altro letto “Il ponte sulla Drina” a cui il nuovo Nobel rinvia e l’agghiacciante, lunga, calma, descrizione dell’impalazione ottomana.
Stiamo correndo in tutto il mondo in una successione di vendette senza fine e non è certo ciò che noi “incivili” vogliamo. Ma c’è un’alternativa? Fascista di qui, fascista di là, barbaro, incivile, sovranista, costruttore di muri. E ancora e ancora: un’infaticabile corsa all’insulto ingigantitasi con la discesa in campo di Berlusconi. Avete perfino bruciato in strada il suo ritratto. Mai un segno di ravvedimento: i nostri scritti, i nostri saggi, i nostri romanzi che parlano di Foibe, di repubbliche di Platone, puntualmente respinti, giacciono nei cassetti. Neppure più li scriviamo: non servirebbe a nulla. Volete imporci una memoria comune che poi non è altro che la Vostra falsa memoria. Noi abbiamo la nostra e non vogliamo nessuna memoria comune. Almeno quella. Tenete almeno a bada i vostri cani che vorrebbero imporre la vostra a suon di censure.

Nel suo BUONGIORNO dal titolo L’intransigenza del bene, Mattia Feltri ricorda come in una lezione agli studenti dell’università del Michigan nel 1987 Brodskij (un’altro Nobel) che il male è umano, ammorbidendo l’affermazione con l’invito di non fare mai le vittime, e di controllare il proprio dito indice assetato di biasimo. “Nel momento in cui si localizza la colpa, si mina la determinazione a cambiare qualcosa” Il giudice, e specialmente se volontario e collettivo: quello gli faceva paura.
Quando Brodskij nella sua conferenza realisticamente, prima di ammorbidirla, afferma che il male è umano, non fa altro che aprire gli occhi anche all’interno di quella che si vorrebbe far passare per la civilissima Europa, la civilissima Nato, il civilissimo Onu.
Vengono prodotti film, telefilm in cui la vendetta, la rivalsa, (additate come giustizia) assumono la personalità di individui offesi, a cui lo stato, la comunità, la forza della civiltà non presta attenzione o da risposte del tutto insufficienti a placare quello che per la società civile è barbarie e per loro giustizia. Questi commissari, questi amici, questi parenti  vendicatori anche nelle brevi frasi di presentazione vengono presentati come giustizieri che agiscono con “Metodi anche non convenzionali” per perseguire la giustizia. Gli spettatori escono dal film, dal tele film con un animo placato come avessero assistito a vicende che sul difficile crinale del male e del bene dell’ingiustizia che attende giustizia, avessero infine assistito a un “lieto fine”, alla fine di una tensione vissuta  e placata finalmente dall’esecuzione della vendetta. In contrapposizione le tivù di stato mettono in scena film e telefilm dove, al contrario, avviene il lieto fine, senza il ricorso a metodi non convenzionali e seguendo i dettami della civiltà, quella che caratterizza la civilissima Europa, l’ONU, ecc. Anche in questi spettacoli la giustizia di stato arriva sempre, il lieto fine, sempre. Il colpevole viene sempre trovato, o la sua anima, soccorsa dalle provvidenziali parole, del don Matteo di turno, si pente e confessa, accettando la giusta pena, di cui non si parla mai. Se non esiste un don Matteo che passa il suo tempo nella caserma dei carabinieri, esiste tutta una pletora di marescialli, di indagatori, di indagatrici, di commissari che vivono tutti in paesotti, in contee, in cittadine con un numero di abitanti variabile da qualche migliaio a poche decine di migliaia ma letteralmente infestati dai delitti, uno due alla settimana o al mese, tutti brillantemente risolti, tutti ricondotti a buon fine ad edificazione delle vecchia e della nuove generazioni, affinché tutte le anime buone capiscano e si convincano che il paese dei balocchi non esiste solo nel libro di Pinocchio ma è saldante insediato nella nostra civilissima civiltà, purché questi zucconi e barbari qualunquisti della barbarie si convertano finalmente, come il Manzoniano Innominato non a Dio ma alla luce della società civile. 

E ora guardiamo il famigerato massacro di Srebrenica, la mattanza di Srebrenica. Una mattanza senza pietà che non è avvenuta da un minuto all’altro ma la cui generazione si è evoluta con lentezza davanti agli occhi volutamente distratti della civilissima Europa, rigenerata da un passato imperialista, e anche del civilissimo, dal civilissimo Onu che aveva addirittura le sue truppe, ben armate a poca distanza, quasi a tiro di fucile, dalla Srebrenica maomettana, assediata dai serbi cristiani animati da secoli di desideri di rivalsa e vendetta, in attesa del giorno in cui il sole sarebbe sorto il sole nero. 
L’ONU, la Nato, l’UE, vedevano che l’assedio stava concludendosi, che la città sarebbe caduta e sarebbe arrivata la strage della vendetta, ma a quelle truppe Onu non arrivò affatto l’ordine di interposizione, di salvaguardia. Perfettamente a conoscenza di ciò che sarebbe accaduto ipocritamente guardavano da un’altra parte e il comandante, privo di comandi fu lasciato solo a decidere in una situazione che sotto traccia lasciava intendere: lasciamo che, finalmente, vendetta tanto attesa avvenga. Così probabilmente il comandante interpretò quell’incomprensibile distratta afasia, quell’attendista disinteresse, come un ordine sottinteso che veniva dall’alto, e non si mosse. Lui fu poi processato, ma dovevano essere processati tutti quelli che in quella lunga attesa si voltarono dall’altra parte e attesero. 
Del resto gli ipocriti avevano dalla loro parte uno sterminato numero di comportamenti addirittura più pesanti, anche questi concessi come vendette. Le stragi dei soldati russi, il via libera alle vendette dei partigiani, italiani e francesi per qualche giorno. Ma oltre al via libera ai soldati russi e ai partigiani di ogni paese, c’erano stati altri orrori impuniti, del tutto impuniti a cominciare dal bombardamento indiscriminato delle città tedesche e italiane, un vero e proprio massacro non di stabilimenti e obiettivi bellici, ma di abitati civili, di secoli di civiltà, di monumenti, di chiese, di civili, attuato in piena consapevolezza e portato avanti con lucida criminalità col solo obiettivo di fiaccare gli animi dei civili e di provocare una loro insurrezione che non aveva la minima possibilità di avvenire. Così fu bombardata Dresda, la Firenze del nord, con l’intento della distruzione totale. Un bombardamento proseguito per giorni e giorni su ogni suo angolo, con l’intento dichiarato di farne un mucchio di macerie, di incendiare e polverizzare ogni cosa, rendendola irrespirabile e mortale l’aria per la cenere, i veleni, il fuoco l’atmosfera rovente, coi muri, le pietre, le strade che prendevano fuoco. Un bombardamento che ebbe un testimone americano d’eccezione, che lo raccontò in un suo romanzo testimonianza.    
Leggano il romanzo-memoria di Kurt Vonnegut, grande, umanissimo scrittore americano prigioniero in una cella a Dresda, quel Mattatoio n 5 altrettanto efficace della Guernica di Picasso, che ben cosciente di non poter rendere sulla tela l’orrore di quelle bombe e degli abitanti, con un quadro realistico o cubista, ricorse alle invenzioni del fumetto americano con un capolavoro capace di raccontare e trasfigurare. Non ci fu un’ altra Guernica per Dresda ma il libro di Kurt Vonnegut relegato dalla società civile degli intellettuali, quasi a bizzarro romanzo di fantascienza. 
Dopo ai serbi toccarono altre morti, altre distruzioni quando i capi del mondo civile, Non l’Onu che non diede il permesso e al quale neppure fu chiesto, ma la Nato scatenò le forze aeree, le bombe dall’alto sulle truppe serbe, sui civili serbi, sulla Serbia, perfino sulla capitale serba e sui treni serbi, per favorire l’indipendenza del Kosovo, di quella terra sacra per i serbi per cui i loro progenitori si erano sacrificati per fermare le orde massacratrici turche.   
E i serbi hanno dovuto assistere all’elevazione del Kosovo, del loro Kosovo coi loro santuari,  a stato indipendente sotto la protezione dell’UE che li finanziava e che di fatto li manteneva. Strana concezione della civiltà del diritto di autodeterminazione, neppure considerato, in Crimea, in catalogna, in Corsica, sulle montagne spagnole abitate dai baschi, popolo culturalmente indipendente da sempre addirittura con una antichissima lingua propria. 

Di fronte alle difficoltà di un si ma che non poteva essere ridotto a un sì senza ma, la società civile sta insistendo da anni sulla creazione di una memoria comune pacificatrice, di una memoria condivisa ma in modo così goffo e partigiano da renderla impossibile. Basti pensare alle Foibe, ancor oggi dopo settantacinque anni, forse settantasette. 
Scrive Pier luigi Battista il 17-2 sul corriere nella sua scheda Particelle elementari:
Davvero non si capisce, a 75 anni di stanza, un’eternità, questo ottuso residuo negazionista di una parte della cultura di sinistra sulle Foibe. Questa incredibile e testarda mitizzazione sulle migliaia e migliaia di italiani infoibati, sull’orrore delle famiglie sterminate,, sul fil di ferro che legava i polsi delle vittime sulla sommità di quelle voragini per risparmiare sui proiettili si sparava a uno e se ne ammazzavano dieci. Questa spessa coltre di imbarazzo che ancor oggi, ma perché?Impedisce di vedere la verità storica, non sa comprendere il senso del linciaggio e dell’isolamento con cui quasi trecentomila istriani e dalmati – poche cose raccolte nella fuga, il terrore stampati sugli occhi dei bambini, nessuna notizia sui parenti spariti nelle foibe - vennero oltraggiati dall’Italia, messi al bando, accolti dall’ostilità alla stazione di Bologna, perché non avevano voluto trasformarsi in sudditi del comunismo di Tito, il capo dei massacratori…
Non sto a riportare tutto l’articolo, visibile sul Corriere  

Di fronte a parole come queste che si può dire? Di fronte alla prole di Brodskij che si può dire. Memoria condivisa? Che vuol dire? Che non si ha diritto alla giustizia? No, risponderebbe la società buonista e civile, ben sapendo che, però, che gli ottomani nei Balcani ci sono e non possono essere cacciati. 
Rinuncia all’inimicizia, al biasimo in nome di cosa? Ancora le vittime invitate a non fare neppure le vittime a non protestare, a dimenticare? Ad aderire in pace a una memoria comune? La società dei colpevoli e dei loro eredi non deve fare nulla? Molti di noi si stanno ribellando a una democrazia trasformata in un’elitaria repubblica di Platone e non c’è nessuna marcia indietro. Nessun dovere per chi ci chiama ignoranti e barbari? Neppure il tentativo di capire le nostre argomentazioni? No, censura, censura, censura. I nostri scritti, che siano saggi o romanzi non arrivano mai in libreria. 
La condanna dei serbi e di Milosevic nell’Europa della civiltà, Nell’impero del “Bene” è unanime ed è arrivata fino al tribunale internazionale. Chi come Handke li difendeva opponendo alla logica del sì senza se e senza ma opponeva la logica del Si ma veniva ostracizzato, additato al pubblico sdegno, bollato come criminale