sabato 16 novembre 2019

2 Cultura popolare - Capitolo 2 de Il Manifesto degli incivili



La cultura popolare - Capitolo 2 del Il Manifesto degli incivili

Gli anni sessanta, per noi che diventavamo adulti, furono una manna anche per l’orgia di dispense culturali a basso prezzo nelle edicole. Parlo delle dispense dei Capolavori nei Secoli, de I maestri del Colore, editi dai Fratelli Fabbri, di quelle geografiche de Il Milione da cui appresi giovanissimo l’esistenza di una storia della musica. Io che, ignaro anche della terza rete RAI, non avevo mai sentito altro che le nenie dei papaveri, delle papere, dei balli del mattone, delle mamme amatissime, degli alberi infiniti in una stanza, e che pensavo che la musica fosse tutta lì! Dal Milione appresi che esisteva per ogni paese una storia della musica che si unificava, che erano esistiti Monteverdi, Palestrina, Mozart, Paisiello, ecc. Più tardi, negli anni, uscirono nelle edicole i fascicoli di Storia della musica.
 Molti pezzi classici come le sinfonie di Beethoven, la sesta di Ciaikovskij, la Sinfonia del nuovo mondo, ecc. o opere come Otello, ecc. erano in vendita alla Standa per la modica e popolare cifra di mille lire a disco. Rizzoli e pubblicava i capolavori nella Bur: tutti i capolavori più o meno grandi del passato in edizione economicissima e povera. Accanto alla bur pubblicava anche collane di libri eleganti, cuciti, rilegati. Analogamente Mondadori pubblicava, accanto a collane di libri economici (bmm e Pavone), che abbracciavano romanzi moderni, classici, pittura, architettura saggistica, filosofia, l’aristocratica e cara Medusa di scrittori moderni e contemporanei.
L’offerta di cultura a costi popolari era ampia. L’Italia posava mattoni per le abitazioni popolari e meno popolari ma anche mattoni culturali per le tasche proletarie. L’unico problema era l’abbondanza e la necessità per i giovani non finanziati dalla ricca e snob elite famigliare, era l’impossibilità di comprare tutto e di dover fare scelte ogni settimana. Ma furono comunque tempi culturalmente folli. I due grandi partiti effettivamente popolari andavano a braccetto con l’abbondante offerta di cultura a prezzi popolari.  
Accanto ai grandi editori interclassisti in grado di accontentare tutti i gusti e tutte le tasche, c’era l’Editore Einaudi, uomo ed editore di sinistra, impegnato nel costruire una supremazia culturale con edizioni ricche, belle e care non certo per le tasche proletarie. I suoi erano tutti cuciti eleganti, veri arredi per librerie di gente snob, ignorante e non ignorante. Era ovviamente l’editore osannato dalla società civile, dall’elite nobile e radical chic, che disprezzava i grandi editori e ancor più li disprezzò fino all’odio, allorché a rilevare una Mondadori in fallimento per le perdite T.V., arrivò l’arcinemico Berlusconi, che poi salvò dal fallimento anche Einaudi. Un salvataggio che non costituì un merito per la società civile ma un’altra offesa da lavare a tutti i costi.   
L’Einaudi rappresentava la negatività della democrazia italiana, l’immagine della repubblica platonica dell’Espresso e dell’egemonia culturale radical chic.
Non era difficile prevedere che questa aristocratica elite avrebbe ridotto l’Italia e l’Europa al disastro, all’umiliazione delle classi medie, alla rabbia sociale, alla povertà di tutti e alla ricchezza di pochi. Il pensiero unico di sinistra trionfava, il nuovo elitarismo di sinistra trionfava, alimentato da una moltitudine di giornalisti, attori, registi, che vivevano la loro brillante vita a spese dei contribuenti. Ma perché io dovrei pagare il biglietto d’ingresso a chi va all’opera o a teatro? Lo chiediamo in questo Manifesto. Perché? Per consentire a pochi privilegiati di pasteggiare ad aragoste e Champagne? Per consentire ad attori, cantanti, saltimbanchi di riscuotere uno stipendio che non guadagnano? Per aggiungere ai parassiti sempre nuovi parassiti?
La parola d’ordine deve essere abbattere le elite, cacciare i parassiti, chiudere gran parte dei teatri lirici, chiudere tutti i teatri di prosa che non siano in attivo, eliminare i contributi ai giornali ed agire con decisione: con grande decisione. I giornali sono appestati da giornalisti ed opinionisti in lotta a fianco dell’elite pagati da noi e in guerra contro di noi. I conduttori televisivi, vedi la Gruber e Fazio Fazio, non sono da meno.
Sulla nullità di pensiero degli opinionisti si tornerà ampiamente, sulla loro guerra aperta in difesa della società civile anche. L’aggregato delle elite è forte. Trova alleati nel burocrazia, nei giornali, nel potere giudiziario, evoca fascismi inesistenti, si rifiuta di capire le sorgenti teoriche molto differenziate, molto articolate, molto ricche di quel mondo che definiscono barbaro, populista, identitario, nazionalista, fascista. Evocano la fine del mondo civile. Forse l’alleanza conservatrice dei muli vincerà la battaglia come l’ha già vinta in Italia contro la cultura popolare d’origine americana, l’odiata America, portata da Berlusconi. La magistratura come già accaduta con Berlusconi, quando la parola d’ordine era “abbatterli con qualsiasi mezzo” ascolterà le richieste d’aiuto della società elitaria a cui, come persone, appartengono.
Forse vincerà ancora perché è forte, armata, unita e senza scrupoli di fronte a un nemico ancor timido e troppo in difesa, ma si sveglieranno questi novelli aristocratici, un mattino con l’Europa in fiamme e non più arrendevole. Non più berlusconiana o salviniana ma animata dal fuoco di salute pubblica di un nuovo Robespierre.
Forse sarebbe meglio, per evitare l’incendio, un altro Terrore, di un’altra rivoluzione francese, dedicare maggior attenzione  a Salvini e al popolo di Salvini e pensare che l’egemonia delle elite si combatte con partiti popolari interclassisti che cullino al suo interno una sinistra popolare come popolari furono Donat Catin e la sinistra di Base.
Forse sarebbe bene, come fecero Clinton negli Stati uniti dopo Reagan e Blair in Gran Bretagna dopo la Signora Thatcher, considerare il loro lascito come prezioso.
Considerino i cittadini che sostengono le elite che con il barbaro Salvini le morti in mare sono diminuite e che finiranno anche gli afflussi in Libia, la morti nella stessa Libia e i lunghi, pericolosi esodi che portano gli emigranti in Libia. Considerino il disordinato afflusso precedente, le morti in mare, l’approdo di persone che in cuore portano la sharia e che alla lunga ci condizionerebbe verso un avvenire islamico di sharia.
La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, ammesso e non concesso che siano buone intenzioni, cosa tutt'altro che scontata.


mercoledì 13 novembre 2019

POL Ancora il Regio, ancora l’elite, ancora i parassiti.



POL Ritagli di giornale Ancora il Regio, ancora l’elite, ancora i parassiti.

Regio: Avrebbe già dovuto essere commissariato nel 2009, ma il comune sindaco e assessori ci misero il loro indegno naso, e in questi anni il regio con la sua fondazioni, i suoi consigli, i suoi dirigenti i suoi presidenti ne hanno combinati di tutti i colori: bonus irregolari, contratti integrativi, stipendi superiori al contratto nazionale, multe per divieto di sosta pagate dal Regio, compensi per le comparsate tivù a tutti, anche se le comparsate non esistevano, compensi per trasferte come quella in Giappone: 150 persone a cui viene garantita una diaria di cento euro al giorno, premi di produzione tripli rispetto a quelli del contratto nazionale, lavoro ordinario pagato come straordinario, sovrintendente Vergnano cui l’emolumento mensile doveva essere pari a 11277 euro mensili fino al 2017 che ingigantì come un cancro veloce fino a 13.653, (povera anima ne aveva bisogno per le aragoste.). Per non parlare dei contratti di luce, acqua e Gas fatti alla carlona in barba alla Consip e degli appalti sempre prorogati e mai messi a gara. Tutto ciò mentre le fabbriche chiudevano e per molti altri lavoratori pane e cipolle oppure il nulla di Heidegger.
Debiti verso fornitori e banche pari a fine 2018 a 26,5 milioni. Doveva essere commissariato per queste indecenze e invece amministrazioni di sinistra, mafia cultura cultura arte arte arte, elite, fondazioni e banche tutte complici, volontariamente e vantaggiosamente egemonizzate dalla cultura di sinistra:  silenzio e avanti così. 
BASTA! MA CHE COMMISSARIAMENTO! CHIUSURA. E BASTA: BASTA CON QUESTI INDECENTI, CARNIVORI, PARASSITI.


La Stampa 21-6-2019


Problemi al regio, regicidi, spreco di denari, parassitismo sono la normalità. E intanto quei parassiti ( tutti, spettatori e musicisti, impiegati, direttorame vario, registar mazinga, conducstar mago zurlì e Goldrake) continuano a spillare denaro, denaro, denaro. Chiudiamo quel cesso e con quel cesso tutti i teatri parassiti e basta. Cultura? Ma non raccontiamo barzellette. La cultura dà da magiare? Sì, ma solo a loro. 


lunedì 11 novembre 2019

1 Leggi Antielite - capitolo 1 de il Manifesto degli incivili


1 Leggi - capitolo 1 de il Manifesto degli incivili

 Il nostro cammino democratico è iniziato sotto il dominio di due partiti il PCI e la DC, profondamente popolari, circondati da partitini dalla natura incerta ma certamente aristocratica, elitaria come il partito liberale e il partito repubblicano, e da due partiti socialisti, forse popolarmente ispirati ma chiusi dai due colossi.

L’Italia dinamica, forte, entusiasta, liberale dei primi anni, quella che cresceva, che ricostruiva, quella dei piccoli imprenditori, dei piccoli artigiani della nascente, frenetica, infaticabile attività in tutti i campi, con la media e grande industria in forte crescita, correva in parallelo allo stato imprenditore dell’Iri e dell’Eni gestiti con criteri di efficienza, compatibilmente con gli inevitabili legami col mondo politico.
Tutto questo panorama invecchiò di colpo con il fenomeno della congiuntura. Fenomeno che prese piede dopo il primo centrosinistra, con la gran novità dei socialisti alleati alla democrazia Cristiana.
Fu una rottura decisa di fiducia fra il mondo imprenditoriale e il partito interclassista. Una frattura che non potè più risanarsi dovuta soprattutto a un mastodontico errore di comunicazione. La Democrazia Cristiana non seppe comunicare alla parte liberale e liberista del paese, alla classe imprenditoriale che il patto di governo con i socialisti non aveva il significato di un passo verso il PCI ma, anzi, al contrario, un’alleanza che strappava un socialismo ancora in parte massimalista all’egemonia culturale del partito comunista.
A questo si aggiunsero due circostanze che aggravarono il solco: la fuga dei capitali all’estero e l’occulta presenza di pochi ma attivi simpatizzanti per il comunismo all’interno della Democrazia Cristiana. La D.C. non seppe capire coloro che portavano via i capitali per paura, non seppe rassicurarli ma anzi aderì all’ottusa visione comunista che continuava a demonizzare la libera iniziativa e gli imprenditori classificandoli senza appello come padroni, evasori, sfruttatori, ladri. Dall’altra parte il mondo culturale liberale e imprenditoriale, certamente sopravvalutò la forza dell’esigua minoranza che nella D. C. mirava veramente a un patto col partito comunista.     
Esisteva certo una forte sinistra DC anzi ne esistevano due ma entrambe nemiche e concorrenti dell’idea comunista.

Leggi antielite

La presenza dei due partiti autenticamente popolari si fece sentire con leggi fortemente antielitarie. Non voglio parlare di leggi economiche come ad esempio quella delle affittanze agrarie, perché il discorso sarebbe troppo lungo ma di due autentichi colossi come la legge che istituiva la scuola media unica e la legge che concedeva l’accesso a qualsiasi università dei diplomati di istituti tecnici, di scuole per geometri e per ragionieri, acceso in precedenza loro precluso e riservato solo ai liceali.
Meglio non parlare in occasione della realizzazione di questi due veri colossi antielite dei commenti elitari, diffusi anche fra gli insegnanti della vecchia scuola media “Che Scuole medie saranno? Senza il latino senza l’esame di ammissione?”, Un crollo del livello”, “Un baratro”, una barbarie” “Gli scemi e gli ignoranti al potere!” Peggio ancora per l’altro provvedimento “Avremo ingegneri, medici, professori che non sanno il greco e il latino? Che schifo”
Non mi dilungo l’argomento è trattato successivamente e passo direttamente a brevi accenni sulla fine di questo mondo, giunta in maniera traumatica con l’affare Leone quando la crisi dei due partiti di massa autenticamente popolari, la D.C. e il P.C.I fu vorticosamente accelerata da quel vero colpo di stato che fu la fine della presidenza per dimissioni del Presidente Leone.
Tutte le democrazie occidentali si sono avviate verso subdole forme di Repubbliche di Platone dove governano non i cittadini ma i “saggi”, tutte le democrazie stanno logorandosi per questo motivo e per l’incapacità di rinnovarsi, di introdurre riforma anche profonde, ma in Italia il processo dell’ascesa dei movimenti antielite, anti aristocrazia, anti professoroni, antiegemonie ha preso la rincorsa con gli anni berlusconiani per poi deflagrare.
 Accenno solo all’evento decisivo, a quella caduta del presidente napoletano e democristiano Leone dopo un infami e bugiarda campagna ordita in coordinazione tra l’infame Cederna e il gruppo L’Espresso. Accenno perché lo tratterò in seguito se non con completezza, con un certo rilievo.
Aggiungo soltanto che quel grande e autentico partito popolare che era il partito comunista, un partito che aveva sempre respinto con disprezzo i maldestri tentativi elitari pronti a guidarlo culturalmente, come quello del Partito d’Azione e quello del gruppo del Manifesto, vide nel potere mediatico del gruppo l’Espresso Repubblica, non ingabbiato in un partito, l’attore ideale per essere accompagnato nel gioco democratico. L’accettò pur nella coscienza della perdita della sua caratteristica popolare, l’accettò come inevitabile prezzo da pagare per non uscire dalla storia. Il matrimonio impossibile si fece e diede i suoi frutti.
Le traversie del vecchio PCI, i cambi di nome e di composizione i suoi successivi patti col diavolo aristocratico, sono davanti agli occhi di tutti.
A liquidare poi da Democrazia Cristiana, logorata dal potere, infiltrata dalle esose elite, combattuta dall’aristocrazia snob che prese in tutto il mondo il nome di Radical chic e di società civile, ci pensò la magistratura. Come La monaca di Monza Egidio, il nuovo Pd, le parlò e La sciagurata rispose. Rispose perché anch’essa, incontrollato potere, che aspirava ad altro potere, che poteva approfittare di una costituzione, in alcuni punti, addirittura demenziale. Rispose e la nostra risposta di contrasto dovrebbe essere proprio il movimento “E LA SCIAGURATA RISPOSE”

Poche parole per l'Oggi. Oggi con Salvini si sta ripetendo lo schema giudiziario già messo in campo con Berlusconi con il famoso avviso di garanzia partito da Milano, che diceva “Pregiata società civile con questo atto vi abbiamo informato che le procure sono con voi. Ora scatenatevi e state tranquilli: siamo con voi.


martedì 5 novembre 2019

Se il populismo vuole allungare le mani sulla cultura. Panarari 3/3



Un appello prima del famigerato Robespierre. Chi possiede la cultura possiede la società. Chi è fuori della cultura viene ostacolato cacciato non pubblicato. Uniamoci e Facciamo una nostra casa editrice, un nostro giornale culturale, produciamo un nostro canale televisivo. Senza posizione nella diffusione culturale tutti gli exploit sono destinati a sgonfiarsi. Dotiamoci di questa base unendo le nostre forze in questo progetto. Scrivete a esaiae07@gmail.com esaiae@libero.it e date la vostra disponibilità e la vostra adesione.  

Se il populismo vuole allungare le mani sulla cultura. 

Torniamo al nostro famigerato Panarari 3/3

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sabato 2 novembre 2019

Se il populismo vuole allungare le mani sulla cultura. Panarari 2/3



Un appello prima del famigerato Robespierre. Chi possiede la cultura possiede la società. Chi è fuori della cultura viene ostacolato cacciato non pubblicato. Uniamoci e Facciamo una nostra casa editrice, un nostro giornale culturale, produciamo un nostro canale televisivo. Senza posizione nella diffusione culturale tutti gli exploit sono destinati a sgonfiarsi. Dotiamoci di questa base unendo le nostre forze in questo progetto. Scrivete a esaiae07@gmail.com esaiae@libero.it e date la vostra disponibilità e la vostra adesione.  premi qui sotto per continuare a leggere


giovedì 31 ottobre 2019

POL - Se il populismo vuole allungare le mani sulla cultura. Panarari 1/3


POL Se il populismo vuole allungare le mani sulla cultura. Panarari 1/3 

Un appello prima del famigerato Robespierre. Chi possiede la cultura possiede la società. Chi è fuori della cultura viene ostacolato cacciato non pubblicato. Uniamoci e Facciamo una nostra casa editrice, un nostro giornale culturale, produciamo un nostro canale televisivo. Senza posizione nella diffusione culturale tutti gli exploit sono destinati a sgonfiarsi. Dotiamoci di questa base unendo le nostre forze in questo progetto. Scrivete a esaiae07@gmail.com esaiae@libero.it e date la vostra disponibilità e la vostra adesione.  

Un titolo con almeno due termini, “populismo” e “cultura”, congiunti dal volgarissimo verbo “allungare le mani” che evoca nella sua vasta significazione anche l’azione del furto, e quello della palpazione sessuale.
Casuale? No, voluto.
Come sempre lo scritto di Massimiliano Robespierre pardon Panarari è di rara volgarità anche se il culmine lo ha raggiunto in passato quando espresse il suo entusiasta plauso all’abolizione dal palinsesto RAI dell’Isola dei famosi. Anche allora Robespierre Panarari plaudiva ad un’opera di censura in nome della cultura, della civiltà, della società civile.
Posizione non diversa da chi malignamente afferma che il 50 per cento degli elettori della lega ha appena la licenza elementare. Beh, siamo in tanti allora. Ma quali persone hanno solo la licenza elementare e non le succulente lauree d’elite, dopo l’appropriata base di un buon liceo classico, con tanto di greco? Probabilmente molti di questi rozzi, ignoranti, ha cinquanta e più anni e viene dalla notte dei tempi; da quella notte di quel povero dopoguerra, quando al lavoro si andava in bicicletta o su qualche vecchia Vespa e alla fine delle elementari per aiutare per campare, per ricostruire, si faceva l’operaio in catena, il tubista, l’elettricista, il cameriere, il meccanico aggiustatore, il tornitore, il fresatore, il muratore, il piastrellista e, non raramente, quando ce n’era necessità, tutti questi mestieri.
“Perché queste scelte faticose e stupide” si chiederanno i polli d’elite “I licei classici ci sono sempre stati, la lingua greca pure e allora perché erano così sciocchi da fare mestieri così faticosi? Valli a capire questi ignoranti che oggi votano Salvini!”
 Molti si mettevano come si diceva allora “in proprio”, diventano impresari, in tutti i rami e per loro oltre le conoscenze del mestiere, dei mestieri - arabo per i polli d’elite - fu necessario imparare a districarsi tra permessi, tasse, cambiali, libri contabili, insoluti, estensione e calcolo di preventivi, programmazioni: un mare di conoscenze di cui dovettero appropriarsi senza ricorrere ai banche di scuola e non sostenute da una buona, sana, efficace, unificante conoscenza di quel greco classico, che solo il liceo poteva garantire. Ma anche chi non era in proprio era un’arnia di conoscenze; dopo il lavoro in fabbrica, i nostri baldi, con le solo elementari, coltivavano i loro campi, si aggiustavano, e si costruivano la casa, acquisendo oltre alle altre già in loro possesso, queste nuove, svariate conoscenze e abilità.
Fecero l’Italia e il suo benessere. Impararono sul campo le conoscenze necessarie, pagarono con il loro lavoro i licei ai loro ricchi, colti, potenti, compatrioti.
Solo a questo punto si può aprire con una visuale non ampia come dovrebbe essere ma comunque più ampia di quella stitica e snobistica dell’elite, il discorso sulla cultura, attualmente recintata al teatro, alle mostre, al cibo, al vino, alle nocciole, al cioccolato, ai bachi da seta, ecc. Questi sì che sono campi abbracciati dalla galassia Gutemberg, soprattutto quella dei teatri.
Una cultura oltretutto coltivata non tanto nei teatri ma nei ridotti dei teatri, nei salotti alla moda, dove ancora elitariamente si discrimina, dove coltissime posizioni snobistiche entrano fra loro in competizione e costruiscono altre scale di snobismo come quelle di un Puccini troppo popolare, di Mascagni troppo sanguigno e volgare, quella di un Verdi fracassone e troppo popolaresco e poco spirituale, Troppo sempliciotto e terragno a paragone del divino, spirituale Wagner. Elitarismo che non coinvolse Stravinskij, che, in una delle sue conferenze, dichiarò: So che vado contro l’opinione comune che vuole il miglior Verdi sia nell’alterazione del genio al quale dobbiamo Rigoletto, il Trovatore, l’Aida la Traviata. So di difendere precisamente quello che una elite recentissima disprezzava nell’opera di questo gran compositore. Ne sono spiacente; ma affermo che c’è più valore e più inventiva nell’aria de “La donna è mobile”, per esempio, in cui questa elite non vedeva che deplorevole facilità,di quanto non ce ne sia nella retorica e nelle vociferazioni della Tetralogia.
Per questa predilezione per il popolare, per la sua concezione artigianale dell’arte, per l’umiltà e l’indifferenza verso l’elite culturale con la quale percorre il suo itinerario artistico e culturale fino alle splendide ultime opere influenzate dalla dodecafonia, Stravinskij è il nostro artista.
Sulla cultura dei nostri pomposi addetti, Mattioli è addirittura sarcastico quando scrive “Centenario della morte di Paisiello. Quasi nessuno dei grandi teatri se l’è ricordato (ammesso che lì qualcuno sappia chi era Paisiello).

Intervistata dal Giornale Cecilia Bartoli dichiara  Nei teatri italiani troppi privilegi: vanno licenziati tutti”, “Se accetterei la direzione di un teatro italiano? «A patto di poter licenziare tutti e ripartire da zero. Probabilmente la strada è proprio questa: fare un po’ di pulizia generale”. 
Forse ha ragione con l’esigenza di ripartire da zero. Forse sul suo giudizio influiscono l’enorme considerazione di cui gode all’estero e la disattenzione di cui è oggetto in Italia.
Certamente la visuale da cui Cecilia Bartoli guarda ai problemi della lirica italiana è di parte. Lei fa parte di quelle persone che dalla lirica trae fama, ricchezza e vita brillante.
Fama e ricchezza e vita brillante che a parte qualche eccezione sono pagate a caro prezzo anche da coloro ai quali il teatro di prosa, come l’opera e, più in generale, la cosiddetta musica classica, non piace, o comunque, anche se piace non frequenta, a favore di coloro che nella lirica lavorano e dalla lirica ricavano emolumenti generosi. L’opera come dice un ministro italiano dà da mangiare ma non certo a tutti. A me come a molti altri, che amano la lirica ma non lavorano nel campo e non frequentano i teatri, la lirica non solo non dà da mangiare ma esige voracemente e incessantemente danaro che pesca delle nostre tasche. Io e quelli come me devono dirlo chiaro: coloro che frequentano i teatri lirici e di prosa sono parassiti: metà, più di meta del loro biglietto lo paghiamo noi. Perché dovremmo continuare a farlo? Se lo paghino loro. Come si pagano i pomodori, gli aperitivi, i taxi e via dicendo, si paghino anche gli spettacoli senza chiedere i nostri soldi. Anche i tifosi preferiscono andare allo stadio per assistere alle partite dal vivo ma si pagano il biglietto oppure si abbonano e le guardano in televisione. In ogni caso con soldi loro non con i soldi miei.


venerdì 25 ottobre 2019

POL Magistratura ed esercito



POL Magistratura ed esercito

Ci furono tempi in cui il potere in difficoltà chiedeva l’intervento dell’esercito. Ora non essendo l’esercito disponibile invoca la magistratura e la sciagurata , come la Monaca di Monza "rispose", come si legge nei Promessi Sposi.
"LA SCIAGURATA RISPOSE dovrebbe essere il nome di un'associazione di cittadini che protestano per il comportamento del potere giudiziario della magistratura là dove l'inchiesta fa attrito e scatena scintille con il potere politico.   

martedì 23 ottobre 2018

TRE POESIE IN DIALETTO PIEMONTESE DI CARLO BROSIO




Tre belle poesie in piemontese del mio coscritto Carlo Brosio. E' nato a Torino e vive a San Francesco al campo. Attualmente sta traducendo l'Iliade in piemontese.










ADASI A MEUIR

(DA PABLO NERUDA)

Adasi a meuir:

chi a diventa s-ciav ëd l’abitudin, arpetend ògni di l’istess përcors
chi a parla nen con chi a conòss pa
chi a arziga nen e a evita la passion
chi a viagia nen
chi a les nen
chi a scota nen la musica
chi as lassa nen giuté
chi a passa ij dì lamentandse ad soa sfortun-a
chi a bandon-a ‘n proget prima d’ancomenselo
chi a preferiss ij pontin ansima a le “i” pitòst  che avèj d’emossion,

Emossion:

cole che a fan luse ij euj
cole che a cambio ‘l bajé con ‘n soris
cole che a fan bate ‘l coeur .

Evitoma la mòrt a cite dòsi.
Esse viv a pretend na sfòrs pi grand che respiré.


JACQUES PREVERT


Tre brichèt ëd sira

Tre brichèt ëd sira un a un anviscà ën la neuit
‘l prim për vëdde ‘l tò visagi tut antregh
‘l second për vëdde ij tò euj
L’ultim për vëdde toa boca
E la scurità tuta antrega për arcordeme tut sossi
Ambrassandte.


Le feuje mòrte

Òh, vorerija tant che t’arcordeisse
Ij dì alegher quand noi j’ero amis
An coi temp là a l’era bela la vita
E ‘l sol pi brusant che ancheuj.
Le feuje mòrte a son anmugià….
‘t vëdde: l’hai nen desmentià.
Le feuje mòrte a son anmugià
Come ij arcòrd e ij regret
E ‘l vent d’ël nòrd ij pòrta via
Ën la freida neuit ëd l’oblì
‘t vëdde: l’hai nen desmentià
La canson che t’ëm cantave.
A l’é ‘na canson che a në smija
Ti che t’ëm vulije bin
E mi che ët vulija bin
E vivijo, tuti doi, ansema
Ti che t’ëm vulije bin
Mi che ët vulija bin.
Ma la vita a separa chi as veul bin
Tut dossman, sensa fé ëd rabel
E ‘l mar a scancela ansima a la sabia
Ij pass e ij moros spartì.
Le feuje mòrte a son anmugià
Come ij arcòrd e ij regret.
Ma mè fedel e silensios amor
A sorid sèmper, a dis grassie a la vita,
ët vurija tanta bin, ët j’ere così bela
come ‘t veule che ‘t dësmentia?
An col temp là a j’era pì bela la vita
E ancheui ‘l sol pì brusant
Ët j’ere la mia pì dossa amisa….
Ma còsa faso d’ij regret
E la canson che ti ët cantave
La sentirai për sèmper për sèmper.


L’ISOLA GALLINARA


Chiccirichì, coccodè
Ma l’uovo fresco dov’è?
Lo trovi solo da Fantolino
E fai felice il tuo bambino.

Ma se ti trovi ad Albenga
Non c’è santo che tenga
Cosa ci fa lì il suo furgone
A 200 chilometri? Il dubbio si pone.

Ma certo! Qui c’è la Gallinara
Forse lì c’è una gallina rara
E grazie al sole e all’aria di mare

Fanno uova fino a crepare.
Poi le raccoglie Fantolino
E le porta per noi a Torino





venerdì 23 ottobre 2015


ALTRE Tre belle poesie in piemontese del mio coscritto Carlo Brosio. E' nato a Torino e vive a San Francesco al campo. Attualmente sta traducendo l'Iliade in piemontese.

                             









MIE COLIN-E

  TOSCAN

La nebia për le colin-e sëcche, as aussa la spiusiné
E sota ‘l maestral a smija dal mar l’urlé

‘l vin a beuj ‘nt le tin-e për le vie d’ël pais
Col aspr odor a va a arlegré ij amis.

Ansima al bòsch anvisch a gira la bròcia sciopetand
Ant l’uss a amiré ‘l cassador a sta subiand

Tra le rossastre nivole, come d’ij esilià ‘l pensé
Storm d’osei nèir ant ‘l tramont emigré.

A l’ha scrivula an Toscan tant temp fa
A j’era ëdcò an Toscan an mia famija: mè cunià
A l’era ‘n tòch ‘d pan, n’òmo d’òr
Darmagi che a l’era d’ël Tòr.




                            NONO E NONA

A l’é neuit, nòna a varda da la fnestra ëd la cusin-a
A fa frèid. ij veder as coloro ‘d brin-a
A pensa a ij fieuj lontan, a dis ‘l bin
E ‘l gèil as fa sente motobin.

Setà an soa poltron-a a fé ‘d caussèt
A taché boton, fé maja e pissèt
A arcòrda: “Coi passaròt ancheuj volé
Pòvre bestiolin-e sensa mangé…”

Nòna a l’ha seugn, a l’é straca
A l’ha già monsù Viòla, la vaca
Moreto ‘l can a deurm tranquil là fòra
‘l gat e l’é da la morosa, la mòra.

“E ‘l Pin, a torna nen da la piòla
Ma varda che son pròpi fòla
Ma peui a riva, am dis Mariét
Ti it ses bela, dai andoma, là a j’é ‘l let!”



A pija ‘l lum a petròlio, a va për ‘l bòsch tut gelà
‘l sò Pin a l’é là sota ‘n rol, andurmentà
Con ‘l sòco ij dà ‘n bel caosson
“ciao Mariét” “Fila, brut ciocaton!”


                           L’INFINI’ (SUDBOJ)

Sèmper car a l’é stait për mi col brich
E cola cioenda, che da tanta part                                
ëd l’ultim orisont ël sguard a esclud                                                                                                                                                                                                            .
Ma, setandse e mirand, infinì
Spassi dë dlà ëd cola e silensi
Dë dzora ëd l’uman, e profondissima chiete                                                                                                                                                                                                                       
 An ‘l mè pensé imagino, andoa për pòch
‘l cheur a l’ha por. E come ‘l vent
Sento bogé tra coste piante, mi tra col
Infinì silensi  e costa vos
Faso ‘l paragon: e arcòrdo l’etern,
e le mòrte stagion, e la present
e viva, e ‘l son ‘d chila. Parej tra costa
inmensità a nija ‘l pensé mè
e ‘l naufraghé am l’è dos an cost mar.

A l’é giumaj 190 ani fa
Da ‘n gheub ‘d Recanati a l’é stait scrit
Quand lo leso am ven an ment col pòst là
Mi gheub, ma ‘d la Juve, quand j’era cit.

A Sudboj ‘d Moncuch ij osei a canto
Cola cassin-a a l’ha cambià padron
I nòno a deurmo al camposanto
E pòch per vòlta a va a l’abandon.


















domenica 5 aprile 2015

Nietzsche e il suo difficile rapporto coi numeri e con la scienza




 

Nietzsche e il suo difficile rapporto coi numeri e con la scienza





Sulla pagina di gruppo di Facebook  è stato postato il seguente pensiero di Nietzsche:

La scoperta delle leggi dei numeri è stata fatta in base all’errore già in origine dominante che ci siano più cose uguali (ma in realtà non c’è niente di uguale), o che perlomeno ci siano cose (ma non ci sono “cose”). L’ammissione della molteplicità presuppone sempre già che ci sia qualcosa che si presenta come molteplice: ma proprio qui regna l’errore, già qui fingiamo esseri e unità che non esistono. Le nostre sensazioni di spazio e di tempo sono false. In tutte le determinazioni scientifiche noi calcoliamo sempre inevitabilmente con alcune grandezze false: ma, poiché queste grandezze sono per lo meno costanti, come ad esempio la nostra sensazione dello spazio e del tempo, i risultati della scienza acquistano lo stesso perfetto rigore e sicurezza nella loro reciproca connessione; su di essi si può continuare a costruire. Quando Kant dice che “l’intelletto non attinge le sue leggi dalla natura, ma le prescrive a questa”, ciò è pienamente vero riguardo al concetto di natura che noi siamo costretti a collegare con essa (natura = mondo come rappresentazione, cioè come errore), che è però il compendio di una moltitudine di errori dell’intelletto. Le leggi dei numeri sono totalmente inapplicabili a un mondo che non sia nostra rappresentazione: esse valgono solo nel mondo umano.



Di fronte all'affermazione di Nietzsche vien da chiedersi cosa c’entrino i numeri con le cose uguali? Non posso contare cose diverse? Se sommo tre conigli e tre talpe, avrò non sei conigli o sei talpe ma sei mammiferi o sei animali, se sommo tre conigli con tre uccelli avrò non sei mammiferi ma sei animali.
L’impressione è che la frase in realtà parli di cose e di apparenze di cose ma non di numeri. Si contano le cose, le apparenze di cose, gli accordi, le note, i pensieri, e fantasmi, ecc. Che i numeri valgano per il mondo umano non comporta alcuna limitazione o rilevanza, visto che il mondo umano è quello in cui noi abitiamo. 
I numeri sono neutri rispetto alla filosofia non perché la filosofia non si debba interessare di loro (E’ anzi opportuno che lo faccia) ma nel senso che sui numeri sono ben vitali una vasta varietà di filosofie che si ispirano al realismo, al concettualismo, al formalismo, al costruzionismo.
I numeri non concernono le cose o le apparenze come pare credere Nietzsche ma gli insiemi di cose. Quando Frege, col suo esempio dei quattro cavalli bianchi, mette in evidenza che dei quattro cavalli si può dire che sono "quattro e che sono "bianchi, mentre di un cavallo si può dire che è "bianco ma non che è "quattro", ci dice che “bianco” inerisce ai singoli cavalli e “quattro” al gruppo dei cavalli. Parlando delle relazioni fra classi, sottoclassi ed elementi della classe, Frege ci dice qualcosa sui numeri.

Non capisco il discorso di Nietzsche che pur visse in un periodo di grandi e focosi dibattiti sulla natura dei numeri ma forse la frase estrapolata e postata era più utile a soddisfare il desiderio di chi l’ha postata. Viviamo in una cultura in cui si nutrono ancora troppi rancori e pregiudizi contro una scienza che si vuole arida e meccanica ma che arida e meccanica non lo è mai stata.

La geometria e l’aritmetica nacquero probabilmente da problemi pratici, di conteggio, di contabilità, di misura di altezze, di angoli, di distanze.
La loro verità nasce dalla prova e la prova è inizialmente pratica, tanto in aritmetica che in geometria: conteggi, merci, pesi, debiti, crediti, lunghezze, superfici. E’ probabile che embrioni d’aritmetica e di geometria nascessero convalidati dalla verifica empirica ma tutto cambiò con Pitagora e la sua scuola, quando il numero assunse una funzione metafisica, scientifica e religiosa: non solo di essenza delle cose ma di principio generatore ed esplicatore della realtà, capace di svelare la struttura nascosta del mondo: se capisci le relazioni fra i numeri, capisci anche la relazione fra le cose del mondo.
Il credo pitagorico sarà ripreso da Platone che dedicherà, con la sua scuola, massima cura allo studio della geometria e al mondo dei numeri, un mondo che costituirà, nel suo sistema filosofico, il livello immediatamente precedente al mondo delle idee. Senza la conoscenza delle figure, dei numeri e delle loro proprietà l’accesso alla vera conoscenza è impossibile e l’uomo rimane incatenato alla caverna, al mondo delle ombre, ai sensi, alle apparenze senza mai approdare a quel regno di perfezione, verità e bellezza che è il mondo delle idee.
Le teorie dei pitagorici furono fondanti per la civiltà occidentale e se, per un verso, Omero ne fu un padre, un altro padre, non meno importante, fu Pitagora per il quale il sistema dei numeri assunse lo statuto di fondamento e di modello del mondo.

+++Per la cultura pitagorica il numero, misura di tutte le cose, serve per contarle, paragonarle, sommarle, misurarle. Coi numeri si misurano aree, lunghezze, volumi. Coi numeri si misurano quantità e valore delle merci, tempi, percorsi, debiti e crediti; coi numeri si progettano case e fortificazioni. Nulla pare sfuggire al loro potere conoscitivo.
Pitagora e i suoi allievi furono probabilmente influenzati da questa grande potenza. Se uno stesso numero caratterizzava il numero delle cipolle in una cassa, la lunghezza di un cammino, i passi fra due case, la superficie di un campo, allora il numero, capace di rappresentare un’infinità di cose depurate di tutti quei predicati che le rendevano quelle specifiche cose, non poteva che essere l’anima delle cose.
I numeri potevano, essere addizionati, moltiplicati, sottratti al mercato di Atene o a quello di una qualsiasi altra città, applicati alle stelle in cielo come ai campi di Sparta, scritti sulle tavolette di cera, ma anche nella mente di ognuno, quasi che quel campo, quella cassa del mercato, quel gruppo di stelle fossero spiritualmente presenti sul tavolo di casa e accompagnassero l’evolversi degli eventi dal loro nascere al loro morire come durature e stabili essenze generatrici.
Il sistema dei numeri divenne così il sistema-modello del mondo. Ma il modello non tardò a ribellarsi.

La ribellione del numero

Il peggio – un peggio irrimediabile – arrivò quando i pitagorici si imbatterono in quella vera assurdità dimostrabile, secondo la quale non esisteva alcuna unità di misura comune fra il lato e la diagonale del quadrato. Che fare di questi nuovi mostri? La situazione era tragica e i pitagorici la sentirono come tale perché il modello cadeva.

Cadeva davvero? L’Aritmetica intesa come modello del mondo era solo un’immensa metafora? Se confondiamo la metafora con l’analogia, dall’analogia fra le onde del mare alle onde della sabbia siamo indotti a credere, che, così come in mare esistono le balene dell'acqua, nella sabbia debbano esistere le balene della sabbia. I pitagorici dovettero davvero chiedersi se, con gli incommensurabili, avessero trovato le balene della sabbia e se il sistema dei numeri fosse, non un modello del mondo, ma solo una sua metafora.

La disperazione dei pitagorici ci dice qualcosa d’importante. Ci dice che, dati i numeri naturali, è data tutta la scienza dei numeri con le sue ”verità” e le sue "eresie". Tante eresie. Gli incommensurabili furono solo i primi numeri “eretici” dopo ne vennero un’infinità che continua a proliferare: gli incommensurabili, i relativi, gli immaginari, i complessi, gli indivisibili di Cavalieri, gli infinitesimi loro stretti parenti, le geometrie non euclidee, l’infinito attuale di Cantor, la serie degli Aleph, gli infiniti mondi non standard in uno dei quali abitano bene e legittimamente i vecchi e screditati infinitesimi. Queste sono solo alcune delle tante eresie in cui si imbatterono i matematici. La matematica è una storia di successi e di anomalie eretiche. Nulla di più lontano da un mondo che ancor oggi si vuole vedere come arido, regolare, addirittura meccanico.
Il problema è sempre stato, metaforicamente parlando, di individuare o inventare la “Casa dei numeri” intendendo con questo termine la struttura complessiva degli enti e dei ragionamenti ammissibili .

Di fronte ai voli acrobatici di Cantor, il concettualista Kroneker esprime tutte le sue preoccupazioni, circa la necessità di “dominare” il mondo dei numeri:

Senza le ipotesi qui discusse più da vicino cioè senza la possibilità di potere, fin da principio, sostituire sistemi di moduli con infiniti elementi con sistemi di moduli con un numero finito di elementi, il concetto di sistemi di moduli con infiniti elementi non è applicabile. Se tuttavia lo si vuole proprio ammettere come una costruzione concettuale puramente logica, ciò deve accadere solo con la riserva che nelle particolari applicazioni aritmetiche di questo concetto, non sufficientemente precisato aritmeticamente, si dia in ogni singolo caso la dimostrazione che quelle ipotesi sono soddisfatte.[1].

Il che metaforicamente equivale a dire che, per dare  ai numeri una casa, possiamo elevare tutti i palazzi incantati che vogliamo ma senza nessuna garanzia che i numeri possano abitarvi e che quei numeri siano proprio i numeri che usiamo tutti i giorni per fare la spesa.

Il problema degli enti e dei ragionamenti ammissibili non trovò soluzione unica ma si frantumò in una pluralità di concezioni filosofiche che va ben oltre la divisione tradizionale fra realismo, concettualismo e nominalismo. Non solo molte posizioni filosofiche circa una stessa complessiva teoria logico- matematica, ma una pluralità di logiche matematiche diverse nei teoremi e negli approdi.
Siamo lontanissimi da una interpretazione del mondo dei numeri come scienza meccanica e tautologica. I matematici non sono meri applicatori di formule ma cultori di un mondo che esige grandi facoltà di fantasia e inventività.

Con questa conclusione affronto ora un altro Post comparso sul blog Filosofia, Nuovi sentieri e di lì diffuso su alcune community di Facebook. Il post presenta il testo Nietzsche profeta della scienza di Rosanna Oliveri. La presentazione è l’illuminante e ovvia conseguenza di una concezione che considero inadeguata:.

Nietzsche filosofo della volontà e della creatività della vita, avversario di tutte quelle forme di razionalismo finalizzate a ingabbiare l’autonomia dell’uomo all’interno di automatismi quantificabili e prevedibili: non sono necessarie molte parole per rendere, con un’immagine stereotipata, l’idea di un filosofo che si è spesso meritato l’appellativo di “irrazionalista”. Appena si voglia però andare al di là, appunto, dello stereotipo, diventa necessario domandarsi: veramente Nietzsche ha filosofato contro la scienza? O la sua non è stata piuttosto la prevedibile (e sacrosanta) reazione di una speculazione innovativa nei confronti di un modello scientifico già all’epoca vetusto, ancorato al meccanicismo laplaciano, che di lì a poco sarebbe andato in frantumi sotto i colpi della relatività, della quantistica e della teoria del caos? (La sottolineatura è mia.)
Rosanna Oliveri, nel suo “Nietzsche profeta della scienza” (ed. Il Prato), prende spunto da quell’immagine ingenua ma accreditata del Nietzsche avversario della razionalità e della scienza tout court, per decostruirla e mostrare al contrario il genuino interesse del filosofo tedesco nei confronti dell’avanguardia scientifica della sua epoca. Studio nel quale ritroviamo Nietzsche a confronto con Mach e Darwin, Galileo e Newton, Einstein e Prigogine; che ha saputo non solo interpretare ma finanche anticipare certe conclusioni che il mondo scientifico avrebbe tratto a posteriori con fatica. Con un’importante Prefazione di Sossio Giametta, nella collana “I cento talleri” diretta da Diego Fusaro.

La frase sottolineata è, a mio avviso, del tutto falsa. Il modelli e le procedure scientifiche si rinnovano costantemente e questa attività di rinnovamento di prospettive, linee direttrici, paradigmi, esprime la necessità di capacità intuitive e inventive da parte degli scienziati, ivi compresi i matematici. Non si deve mai dimenticare che lo scienziato elabora ipotesi e teorie. Le teorie non sono generalizzazioni di leggi empiriche ma sono tali e hanno quel nome perché utilizzano grandezze teoriche (elettroni, dei, inconscio, ecc.), che, non essendo accessibili ai sensi, devono essere inventate per far funzionare la teoria. Questo vale sia che le si consideri "esistenti" sia che le si consideri grandezze artificiali escogitate per consentire alla teoria di spiegare l’esistente, di saper prevedere, di saper suggerire nuovi linee di sviluppo.
Ben si esprime Ramsey quando nel suo scritto sulle teorie, dopo aver elaborato la forma conosciuta come Formula di Ramsey suggerisce che essa vada letta, così come si leggevano le favole che iniziano con “C’era una volta…”.

Nietzsche non si confronta con Mach ed Einstein a meno di intendere il confronto come un soliloquio su cognizioni che non possedeva. Di questo passo si scende al livello di chi in un brano di un romanzo di Verne vede l’anticipazione della scoperta dell’energia nucleare. 
Prigogine sentì una certa analogia fra le sue teorie e la filosofia di Whitehead, ma Whitehead era pur sempre il coautore con Russell dei Principia Mathematica.
Non penso di leggere il testo della Oliveri, non perché non sia incuriosito dalla sua fatica, ma, perché il tempo è quello che è, perchè le cose da leggere sono un’infinità e, perché, in definitiva, la mia attività è quella scrivere romanzi che nessuno legge. E questa è davvero un’attività faticosa.




[1]Kroneker 1886 p. 155