martedì 30 settembre 2014

DELANY di Ezio Saia - LETTERATURA



 Racconti di Fantascienza - LETTERATURA

Sto rileggendo qua e là racconti di fantascienza tratti dall’antologia di Solmi e dal libro degli Ugo.
Alcuni sono comuni alle due raccolte.

Delany L

l tempo considerato come una spirale di pietre semipreziose. E’ un arabesco, un ricamo. E’ un barocco tessile. Detesto i racconti con trama lineare che sembrano relazioni di carabinieri, di  commissari, di giudici redatti con testa burocratica, come detesto l’italiano insegnato dai docenti liceali affinchè la lingua italiana venga banalizzata, ridotta a uno scheletro, rimpolpata di pompa burocratica o di servile stitichezza. In questo scrittore, come in Vance in Zelasny, ma con minore intensità e diverso procedere, il racconto procede, torna indietro, si flette, divaga, si perde in un apparente disordine. Avanza, torna indietro, procede a zig zag, cuce le divagazioni, le interrompe. Efflorescenze dal cielo, dal terreno, cinguettare, echi di concertati e addirittura di polifonia. Tutta con  una varietà di filati brillanti, opachi, preziosi, semipreziosi come le pietre che scandiscono il tempo di una surreale barocca lingua gestita da una confederazione di ladri. Non una trama ma un arabesco o addirittura un concertato di arabeschi con quella incredibile gelateria finale chiusa. Un balletto Barocco. Non un diluvio di parole come in Zelasny, non una esplosione di fuochi pirotecnici dai quali saltano fuori efflorescenze e mostri ma il calmo procedere di un concertato.
Ancora  una diversa forma di prosa e di poesia barocca e non è poco. Non mi stupisco che mi piaccia.


lunedì 29 settembre 2014

GLI ANARCHICI NUMERI IMMAGINARI






GLI ANARCHICI NUMERI IMMAGINARI




In pieno Rinascimento gli algebristi si imbatterono in operazioni del tipo radice quadrata di -4 che, ovviamente, non avevano alcun senso non esistendo alcun numero che ha per quadrato un numero negativo. Poiché alcuni di questi mostri si presentavano in calcoli di cui già si conoscevano soluzioni, gli algebristi non si scoraggiarono e, indicato col simbolo J2 il valore di  radice quadrata di -4 dove il simbolo J significava immaginario, proseguirono nei loro calcoli.
Sapevano che JxJ ossia J2  era uguale a  -1 e impararono presto a sommarli, moltiplicarli e dividerli, constatando che spesso questi “immaginari” sparivano, permettendo di portare a termine i calcoli. Come in una metafora  numeri immaginari, uscivano dal loro mondo per entrare in un altro.
A scuola ci insegnano che certe equazioni di secondo grado non hanno soluzioni, il che è vero solo in parte perché un’equazione di secondo grado ha sempre due soluzioni che, se non sono reali, sono immaginarie. Dove abitano i numeri immaginari? Se si vuole rispondere con una metafora, si può affermare che mentre i numeri normali abitano lungo una retta, quelli immaginari, o in parte immaginari, abitano in un piano.
La teoria degli immaginari ha esiti sconcertanti. Nel loro mondo una circonferenza e una retta s’intersecano sempre. Una circonferenza con centro a Parigi s’interseca, ad esempio, con la retta che congiunge Milano con Londra. Sembra assurdo ma questa retta e questa circonferenza hanno come punti in comune numeri  in parte reali in parte immaginari.

domenica 28 settembre 2014

Democrazia degli incivili, degli indecenti Bagaglini, delle indecenti Isole dei famosi. Una difesa filosofica del diritto al trash



RIPORTO UN MIO SAGGIO PUBBLICATO SU CRITICA IMPURA



Democrazia degli incivili, degli indecenti Bagaglini, delle indecenti Isole dei famosi. Una difesa filosofica del diritto al trash


Pappalardo non è d'accordo...
Pappalardo non è d’accordo…
Di EZIO SAIA
Spiegatemi come sia possibile che a centinaia di migliaia di italiani, forse milioni, che guardavano L’isola dei famosi *, che la seguivano, che se lo godevano senza rompere le palle a nessuno e in particolare a nessuna Tarantola, a nessuna generalessa Tarantola, a nessuna super Tarantola, proveniente da quel vero e proprio pollaio di purosangue d’Elite che è la banca d’Italia, la suddetta Tarantola abbia tolto e soppresso la suddettaIsola dei famosi. Oppure ce lo dica lei, somma Tarantola, supremo apice dell’élite culturale, dea delle dee, approdo estremo e superiore dell’evoluzionismo darwiniano. Ce lo dica perché – come Cesare col suo “veni, vidi, vici” – lei venne, vide e cacciò L’isola dei Famosi. Perché? Ce lo dica la Valchiria, la suprema presidentessa Tarantola! Non la faceva digerire? Le faceva venire la dissenteria? Dica, dica, gentile signora Tarantola!
Forse perché anni prima, a quanto ricordo, un’altra triade di professoroni, di civilissime teste, di altolocati e super acculturati Rotar-arrotini, da perfetti patrizi e patriziati culturali qual’erano, da perfetti baroni qual’erano, da perfetti rappresentanti dell’élite, dotati, quindi, di giuste, sante, adeguate puzze sotto il naso, calarono a Roma, per risanare una RAI in situazione fallimentare e, pure loro, vennero, videro e vinsero, imprimendo il loro marchio elitario con la cacciata dalla tivù di Stato, dalla gloriosa tivù di Stato, dalla colta e maieutica tivù di Stato, da quel tempio di arte e civiltà, la trasmissione settimanale IL BAGAGLINO. Quell’indecente, tremendo e volgarissimo programma comico-satirico IL BAGAGLINO!? Che fastidio dava il Bagaglino? Di quali peccati si era coperto? Era forse in passivo? No, era in attivo! E allora perché l’eliminazione? Forse dava sui nervi all’élite perché era seguito da un grande pubblico che, volgare qual era, si divertiva alle quelle gag, a quelle scenette, a quelle battute? Chiediamoci perché quel popolo doveva essere privato del suo spettacolo. Chiediamoci se ciò accadeva solo perché offendeva gli italici aristocratici nasi.
Cacciati i Bagaglini da quei gloriosi extracattedraticalprofessorissimi, le tivù berlusconiane si affrettarono ad ingaggiarli. Il programma emigrò integralmente dalla nuova RAI professorale (finalmente liberata e opportunamente disinfettata da quelle indegne cimici e dal loro indegno pubblico) alle tivù berlusconiane. Le elevate menti delle élite tirarono un bel respiro di sollievo; i tanti intellettuali dotati di giusta, santa e normalizzata puzza sotto il naso (magari quegli stessi che dalla RAI poppavano poderosi e immeritati stipendi o consulenze produttrici di elevati prodotti in passivo), pure. Respirarono i nasofini e probabilmente commentarono sprezzantemente che finalmente la spazzatura era finita dove meritava, ossia in quella discarica di banalità, creata dal Joker nonché piazzista Cav. Berlusconì. Peccato che i tempi abbiano promosso quel BAGAGLINO, presente per anni sulle tivù berlusconiane, e lodato alla fine, se pur a denti stretti, anche da una parte dell’Elite! Ma che importa, i delicati Nasi dell’Elite alzarono le spalle e affilarono i loro lunghissimi nasi, pronti a continuare la loro santa e crociata contro altri bagaglini, bagaglioni e bagagliacci perché lo sanno bene quei nasofini che questo pezzente e incolto popolo lumpen, un Bagaglino lo fa e cento ne pensa! Quanta fatica la nostra eccelsa SOCIETA’ CIVILE! Così Pura e Disinteressata! Sempre e solo per il NOSTRO BENE!
Ma riprendiamo il pressante nonché etico interrogativo e allora ce lo dica Lei e ce lo dicano quelli come lei, quelli che sentono sotto il delicato e nobile naso una tale puzza, da non potere resistere! Ci raccontino di quella puzza, così tragica, così insopportabile e tremenda indurre lor signori a castigare quelle centinaia di migliaia di italiani, che – ripeto – non rompevano le palle a nessuno e non chiedevano finanziamenti a nessuno: non alla Tarantola, non all’ente spettacoli vari, non all’ente per la salvaguardia dei bachi da seta, non a quello per la protezione delle marmotte, non all’ente tartufi grigi, non a quello conigli e robinie selvatiche, non a quello teatri di prosa e teatri lirici, ecc., ecc. Insomma, a nessuno. Si guardavano i loro Bagaglini, si guardavano le loro Isole dei famosi e stop. Ci dicano i nasofini perché odiavano così tanto quello spettacolo, ci dicano che fastidio dava ai loro finissimi nasi. In definitiva per non vedere quello e altri simili obbrobri,non bastava alzare il ditino e pigiare un tastino? Perché eliminare quei programmi? Perché chi li guardava erano cittadini di serie B? Per rompere le palle ai cittadini di serie B? Forse che i milioni di volgari e incivili cittadini di serie B sono entrati in casa della Tarantola a spegnere i suoi programmi perché a loro non piacevano? E’ una nuova forma di discriminazione? Il fatto è che LORO hanno la sciocca e superba presunzione di sapere CIÒ CHE BISOGNA VEDERE E NON VEDERE! Non solo lo sanno ma, dal PONTE DI COMANDO, LO IMPONGONO. La fanno perché questa è la loro malattia. Una malattia grave che si chiama superbia intellettuale. Che si chiama odio per la democrazia. Che considera quei cittadini, cittadini di serie B, perché non soddisfano i loro standard, che porta a considerare se stessi, i cittadini colti, i cittadini intelligenti, i cittadini di serie A, i cittadini più cittadini degli altri, i cittadini e più uguali degli altri. Proprio come i MAIALI de La FATTORIA DEGLI ANIMALI.
Insomma siamo in tanti in questo mondo e in questa Italia; tutti diversi fra loro, tutti con gusti, stili di vita, preferenze, distrazioni differenti fra loro; ma questa è la ricchezza della democrazia vissuta come democrazia con tutti e in tutte le circostanze. Forse qualcuno pensa che siamo troppi e non si limita a pensarlo ma giudica le diversità con disprezzo come cimici da colpire, modificare, estirpare, soprattutto quando sono politicamente silenziose e apatiche, soprattutto quando assomigliano alla famigerata “maggioranza silenziosa,” soprattutto quando sono Lumpen. Marx e i marxisti detestavano il proletariato lumpen. Forse avevano paura della loro “vastità”. La temevano tanto che puntualmente li accomunavano a ladri, magnaccia e prostitute. Era una maniera per discriminarli e per dimenticarseli. Punge in profondità Calasso quando, a pagina 340 del suo La rovina di Kasch scrive: “L’acido prussico di Stirner, se assimilato anche in dose minuscola, sarebbe bastato a dare spasmi irrevocabili al torso possente dell’Operaio, desolante figmento antropologico su cui Marx Engels avrebbero costruito le loro pratiche, prima che fervidi “ingegneri delle anime” li sostituissero all’opera. Nelle colate di piombo del libro di Stirner, nelle sue ossessive ripetizioni e nei suoi indecorosi argomenti, Marx-Engels, che intendevano ormai parlare per tutta la massa dei proletari, videro sollevarsi davanti ai loro occhi un’altra terribile massa: non quella disposta da Pellizza da Volpedo marciante fiera a farsi fucilare da ufficiali baffuti. Ma l’infernale informe agglomerato degli straccioni, degli esseri irriducibilmente vagabondi, incapaci di fedeltà a una classe, sradicati da prima della nascita, convulsi, inarticolati, irrispettosi odiatori del lavoro e della dottrina,quella che dai giornali veniva definita con un brivido di sgomento la “schiuma della società”. Era il sottosuolo che si scoperchiava; e l’esercito di riserva delle larve minacciava di soffocare i proletari prima che i proprietari riuscissero a soffocare i borghesi”. A loro non va che la gente sia com’è perché dev’essere come vogliono LORO. Da “Questo è l’Uomo!”, a “QUESTO DEVE ESSERE L’UOMO!” e, se l’uomo non è come hanno vogliono loro, allora è un uomo sbagliato e, se è sbagliato, bisogna curarlo. Magari in manicomio.
Ma forse chi sbaglia sono io! E’ ovvio che LORO, LA NOSTRA AMATA SOCIETA’ CIVILE, potevano pigiare il tasto e cambiar canale! Ma LORO CI AMANO! LORO lo fanno SOLO PER IL NOSTRO BENE! Perché noi siamo ignoranti e ingenui, perché gli sbagliati siamo noi e non certo l’eccelsa SOCIETA’ CIVILE. Noi siamo sbagliati! Ci danno il Bagaglino e ce lo prendiamo, ce lo tolgono, diciamo “Peccato” e via così senza lagne, proteste o piagnistei. Non facciamo neppure un girotondo di protesta: NOI SIAMO SBAGLIATI! NOI SIAMO L’AMORFO LUMPENPLORETARIAT! NOI SIAMO PRIVI DI NERBO E DI COSCIENZA CIVILE! NOI SIAMO LA DETESTABILE MAGGIORANZA SILENZIOSA DI NIXON.
HO ESAGERATO? Se ho esagerato chiedo scusa e per espiare mi rinchiuderò in una gabbia allo zoo a grattarmi le pulci e a mangiare ghiande, come si confà a un incivile che non si prostra alla maestà della nostra etica società civile! Ma anche se ho esagerato, insisto. Leggevo da piccolo, leggevo da meno piccolo e c’era sempre qualcuno che mi diceva cosa dovevo leggere, cosa dovevo provare, quali emozioni erano da ricercare e quali da fuggire. Dal sistema scuola e società si diffonde un morbo che colonizza tutti. C’era e c’è sempre qualcuno che, a guardia della nostra salute morale ed estetica, a guardia della nostra civiltà, ci dice che quel film, quella trasmissione, quel libro, sono capolavori, mentre quegli altri sono una vergogna per chi li guarda o per chi li legge. Che Via col vento era ed è spazzatura, che Lettera di una novizia di Piovene era ed è pura arte. Guai a leggere Tex Willer! E non parliamo poi dei film di quel conservatorone e fascistone che era Walt Disney.
Ricordo quando tutti i fumetti erano aut e molti, oltre che aut, erano immorali, americanate, indecenti, barbari. E non solo i fumetti! Barbarie tutti i fotoromanzi, le canzoni di Rita Pavone e quelle Beatles sporchi e cappelloni. Non c’erano i Reality ma c’erano i libri rosa e i libri gialli, tanto popolari quanto detestati dalla società colta e civile. E c’era quel campione di superficialità culturale, quella famigerata Reader’s Digest, che mio padre leggeva dalla prima all’ultima riga, anche se doveva continuamente difendersi dai pochi elitari che frequentava che, dall’alto della loro laurea e della loro civiltà, condannavano senza appello quel suo vizio di legger “bignami” e ai quali, senza scomporsi, rispondeva che i testi delle inferiori sono bignami di quelli delle superiori e questi bignami di quelli universitari e che comunque era preferibile sapere qualcosa sul Beato Angelico dal Reader’s che non saperne nulla. Non so se usava proprio il termine “bignami” ma il senso era quello. Anch’io cominciai a leggere il famigerato Reader’s e sul Reader’s e, oltre che sulle sequoie, sui sottomarini, sulle alghe e su un’infinità di altri argomenti, seppi dell’esistenza di Wagner, di Paolo Uccello e, appunto, del Beato Angelico. Nomi di cui non sentii più parlare né negli otto anni di Scuole Medie né nei cinque di Politecnico né nei quattro di Filosofia. Quella era la società civile e morale di allora.
Non so come vadano le cose oggi nelle scuole, ma so che esiste una società autonominatasi “società civile” che esulta quando una signora, proveniente da quell’élite che è la Banca d’Italia, caccia dalla tivù di stato una trasmissione vergognosa come L’ISOLA DEI FAMOSI o quando un’altra triade, altrettanto elitaria, ma forse di origine bocconiana o rotariana, caccia l’altrettanto vergognoso BAGAGLINO. Odioso è l’esercizio di una cultura egemone del gusto, odiosa una cultura egemone organizzata in architetture di potere. Non parlo della luna ma di quel sistemi di élite, per i quali la cultura e l’arte sono cosa loro, come è cosa loro erigere bastioni e mura per proteggere la LORO civiltà dall’incombente invasione dei barbari. Non mi riferisco solo e genericamente a un’arte impegnata e partigiana ma a una meschina grammatica di premi e sanzioni che, ai miei tempi, iniziava dalle scuole, dove si cominciava a sanzionare lungo il percorso istituzionalizzato della letteratura. E’ mai possibile che un allievo venga sanzionato perché non dichiara l’arte suprema de I promessi sposi? Era ed è insensato ma accadeva. Accadeva che gli insegnanti sanzionassero il gusto estetico e lo ritenessero “cosa giusta”. Accadeva che si giustificassero richiamandosi a un fantomatico concetto di maturità, secondo il quale, se un allievo è così esteticamente immaturo da non dichiarare la somma arte di un tale capolavoro, allora è giusto che venga sanzionato e risanzionato in attesa che la nespola-allievo maturi nella paglia giusta e finalmente lo dica che il MANZONI è sommo perché la virgola che ha messo a pagina sedici è perfetta, perché tutte le sue virgole sono perfette, perché tutte le sue frasi sono perfette, perché tutto il romanzo è perfetto, perché TOLSTOJ è uno scribacchino che scriveva per le serve, perché questo è ciò che la società, impersonata dal docente di lettere italiche, si aspetta da lui, perché Manzoni è Dio.
Non a caso ho fatto il nome di Rita Pavone. L’ho fatto perché c’è stato in passato chi, pur dichiarandosi per una società etica e colta, per un popolo etico e colto non si fece per nulla culturalmente intimorire da élite culturali e nasofini elitari.  Non abbiamo dimenticato come in passato l’élite degli intellettuali di sinistra fosse ostile alla musica leggera e ricordiamo come quella stessa élite sia stata strapazzata da Togliatti, da quel Togliatti segretario del partito comunista, che, di fronte ai loro nasi così aristocratici e sensibili alle puzze emananti dalla cultura popolare, alle puzze emananti dai diletti del volgo, dalla musica del volgo, dalle letture del volgo, ricordò che i loro giovani, i giovani del popolo, i figli degli operai volevano le canzoni di Rita Pavone, che il popolo voleva ballare con le canzoni Rita Pavone, che la cultura popolare voleva Rita Pavone. Una diversa definizione dei confini di ciò che è arte? Un atto di insofferenza verso i troppo coccolati  intellettuali? Una lezione di civiltà a quei nasi aristocratici e lunghi come il naso di Pinocchio? Una lezione di democratica modestia a quei nasi poderosi delle élite che vedevano minacciate la plance di comando e che comunque dovevano reagire con sdegno prima di subire una muta gattopardesca?
Ma cos’è questa società civile?
Ma che è questa società civile, autoelettasi civile? Se la sono mai posta questa seriamente questa domanda coloro che se ne sentono parte, che la citano e la inalberano come un vessillo contro l’innominabile società incivile? Si sono mai chiesti se non sia altro che una società elitaria e moralmente egemone, quella stessa che sotto varie forme in ogni età e situazione sociale cerca di emergere e di egemonizzare moralmente e culturalmente la società? Se non sia, ad esempio, la degna versione modernizzata di quella società che spadroneggiava nell’Inghilterra vittoriana, post vittoriane e che è riuscita a distendere le sue lunghe propaggini protettive fin al secondo dopoguerra? Che non sia sotto nomi diversi quella stessa che fu di volta in volta paladina dell’alta funzione civilizzatrice della civiltà occidentale e della sua alta funzione moralizzatrice! Quella stessa che celebrò l’imperialismo, quella stesso che portò, anche con la violenza, la parola di Dio ai pagani e ai selvaggi, quella stessa che si sottomise ad adorare il DIO-NAZIONALISMO, quella stessa che condannò a umiliante galera Oscar Wilde, quella stessa che condannò l’alta immoralità gay del matematico Turing! Quella stessa che lo processò e lo condannò alla castrazione chimica, inducendolo al suicidio!
Umiliamoci noi incivili di fronte a sì grandi civili ed etiche teste e ricordiamoci sempre che quel maledetto Turing, essere contro natura, era, sì, un grandissimo matematico, aveva, sì, salvato l’Inghilterra e il mondo, guidando l’equipe di matematici che aveva decifrato i codici nazisti, che aveva, sì, elaborato quel ciclo operativo conosciuto in tutte le civiltà scientifiche come Macchina di Turing, ma era anche un maschio degenerato, un maschio contro dio, contro natura e contro civiltà. Un maschio che si accompagnava sentimentalmente e sessualmente con un altro maschio e non come prescrivono morale cristiana, morale naturale e morale civile, con una femmina. E allora riconosciamola la grandezza della società civile, riconosciamola in una delle sue elevate espressioni, riconosciamola in quel premio Nobel col quale il civilissimo Nobel, volle fosse esaltata non solo l’arte ma l’unione morale e indissolubile fra idealità e poesia!…
Inchiniamoci ad adorare le teste somme che celebrano l’alta arte vivificata dagli alti ideali! Inchiniamoci all’istituzione ACCADEMIA SVEDESE dispensatrice di Nobel che lassù nelle supreme altezze dove anche l’ossigeno scarseggia, è chiamata all’altissimo ufficio di celebrare il mistico matrimonio fra etica e arte. Ammiriamo come l’altissimo compito sia stato portato gloriosamente a termine. Ammiriamo come il nostro Carducci, di nome Giosuè, sia stato premiato perché mangiapreti in epoca di egemone cultura liberale e mangiapreti. Ammiriamo come sia stato premiato la sommo vitalistica arte di Hansum in epoca di egemone vitalismo. Ammiriamo come sia stato premiato l’imperialista Kipling in epoca in cui l’imperialismo era alta missione religiosa, civile e morale. Ammiriamo come quello stesso mistico premio sia stato negato a quei porcelloni di Moravia e di Joyce e non lasciamoci afferrare dal dubbio che quei supremi accademici abbiano confuso l’idealità con la morale alla moda.
MODA!? Mica si sta parlando della Milano della Moda? Di quella scandalosa “Milano da bere”?
Il caso della Milano da bere è paradigmatico. Certo nella ‘Milano da bere’ esistevano stelline, indossatrici, stellette, esibizionismo, nottate, night club, smargiassate. Certo esistevano anche ‘volgarità’ ed esagerazioni ma le ‘volgarità’ e le esagerazioni della “Milano da bere”, che caratterizzavano l’ambiente delle sfilate, delle promozioni e accompagnavano il nascente mondo della moda, un’economia emergente, ricca di marchi, di invenzioni, di nuovi e pregiati lavori e di alto artigianato che creava lavoro; ricchezza grandi numeri e lavori ben remunerati, non erano le stesse ‘volgarità’ e le stesse esagerazioni che, immortalate da Fellini col nome DOLCE VITA, aveva caratterizzato la fiorente produzione cinematografica italiana del dopoguerra? Eppure un’aria di nobiltà culturale copre le une è un’aria di indecenza copre le altre, anche se la “moda” di quella “Milano da bere”, coi suoi contorni di puzzolente indecenza per nasofini, portava (e porta) ricchezze, sfilate, marchi, turismo commerciale e tiene oggi, come teneva allora, alto il nome della creatività italiana nel mondo. A luglio lo stilista ARMANI ha compiuto ottant’anni! Buon compleanno signor ARMANI!
* Nel 2013 è stata annunciata la definitiva cancellazione dell’Isola Dei Famosi dai palinsesti della TV pubblica italiana per esplicito volere del nuovo presidente, Anna Maria Tarantola: secondo la Tarantola infatti il reality era un programma non in linea con la missione di servizio pubblico dell’azienda.

venerdì 26 settembre 2014

COMPOSITORI EROTICI - Ezio Saia - MUSICA



 Compositori erotici 

Wagner, Monteverdi, Mozart ...


In Mozart, nel Matrimonio di Figaro anche i mobili, le cassapanche, gli appendiabiti sono erotici. In Wagner l’erotismo è tragico e peccaminoso: addirittura nella Valchiria tra fratello e sorella. Per non parlare del magico, infinito incontro notturno tra gli amanti del Tristano e Isotta: luce-buio, ombra-tenebre, giorno-notte, vita-morte, amore-morte. Vibrazioni, emozioni, lamenti, sospiri, vertigine. C’è tutto la gamma dell’erotismo tragico, eroico, metafisico. Wagner ti solletica, ti violenta, ti porta nei cieli dove abitano Dei sublimi e perfidi, potenti e corrotti. 
Non Verdi e neppure Bizet che non guardano, purtroppo, mai dal buco della serratura.


giovedì 25 settembre 2014

PUCCINI, WAGNER di E. Saia - MUSICA



 Puccini e Wagner - MUSICA

Opere? Forse lo sono Tosca e Boheme… O forse tutte… Spesso ho l’impressione che le sue opere siano come savane piatte messe lì come trama per dar sfogo ai suoi momenti lirici. Un’opera per un’aria o due, per un duetto o due. Il resto per far progredire l’azione o poco più.
Che duetti però!  E che Arie!
Il duetto più bello è forse quello nella Butterfly anche se l'opera, nel suo articolarsi, sembra la più inconsistente. Anche l’aria Un bel di vedremo è bella ma... Ecc.
Quasi tutti i pezzi di Puccini nei miei mp3 e nelle mie liste precedono o seguono pezzi di Wagner. Da questi accostamenti si vede che Puccini qualcosa ha preso da Wagner ma di Wagner gli manca totalmente la vastità. Non so cosa sia la "vastità" ma con Wagner sei nella terra e nel cielo, in mare e sulle montagne, nelle tempeste e nei deserti, mentre in Puccini sei sempre dentro una piccola grande anima. Un rifugio simbolico di una grande, piccola, debole, eroica donna
Wagner è un gigante che percorre l’universo, scala le montagne, urla dalle cime, scende, devasta, commuove, trascina. Colossali fiumi e tempeste, tuoni e lampi, castelli e spade, canti di dolore e di vittoria, urla di disprezzo, contorsioni d’amore, disperazioni d’amore, luce, buio.










mercoledì 24 settembre 2014

CHERUBINI - MUSICA - Ezio Saia


 

Cherubini - MUSICA

Di nuovo Cherubini. Questa volta l’intero Requiem in do. Un grande requiem! Molto religioso e nuovo rispetto alla musica religiosa barocca. Almeno per quel poco che ho sentito di musica sacra barocca. In Cherubini molta concentrazione, molta dolcezza e asciuttezza contemporaneamente.
Il pezzo migliore mi pare di gran lunga l’Agnus dei con la recita del Requiem eterna: musica divina e davvero ispirata. Insuperata nella sua concentrazione. Anche gli altri mi paiono molto ispirati. Accostarsi con animo semplice e pronto a commuoversi senza sbavare.

E’ probabile che Beethoven, che tanto amava la musica del compositore Cherubini, abbia amato questa composizione perché la sentiva vicino alla sua sensibilità.  

martedì 23 settembre 2014

BORIS di Ezio Saia - MUSICA





BORIS  -  MUSICA

Il brano successivo alla Medea è preso dal secondo atto del Boris. Un abisso! Il Boris ti prende la mano e te la porta dentro il cuore e dentro l’anima del tiranno. Senti la carne e la solitudine, senti la follia, la stanchezza, un abisso di solitudine e un cuore che batte un amore disperato e struggente per il figlio. Disperazione per il delitto, solitudine, strazio. Senti i gusti di questa solitudine. “Gusti” non “gusto”, perché Boris è solo di fronte a Dio, solo in quanto tiranno, solo in quanto straziato dai fantasmi del suo delitto, solo di fronte all'enormità della Russia e del suo popolo.
Questo Cherubini non riesce a darcelo. Medea è di pietra e, anche se tenti di palparle il cuore non ci riesci perché la pietra lo ferma. Anche se sai che dietro il granito il cuore c’è e come! Che il sangue circola e come! Lo sai ma non riesci ad arrivarci. Medea è Medea e basta! Un caso forse unico nella musica. Boris è un uomo, uno zar, uno snodo, un trasduttore fra la Russia, e noi. Tra noi e l’enorme, umanissima Russia, tra noi e il suo spirito, il suo sangue e la sua musica. 


lunedì 22 settembre 2014

il nostro caro compagno AUGUSTO COURTIAL


Il nostro caro compagno AUGUSTO COURTIAL 

Di Augusto riporto la lettera commento alla Cena annuale della VA del Segrè (1965) del  31.5.2006

A volte ritornano
…sì, proprio come simpatici fantasmini che per lungo periodo sono rimasti invisibili alle nostre cene, ma certamente non assenti, perché ne abbiamo parlato, li abbiamo ricordati sempre, a dispetto dei loro tentativi di assenza, quindi non gli chiediamo nemmeno di falsificare la firma sul libretto delle giustificazioni, tanto grande è il piacere di rivederli.
Io sono particolarmente contento della presenza – confermata – di Denozza e spero in quella – incerta - di Paglieri. Massimo e Walter sono la mia memoria antica: ci siamo conosciuti in quarta elementare, al Rosmini, ed abbiamo ben presto iniziato una bella amicizia anche per il fatto che abitavamo vicini. Ci vedevamo spesso al pomeriggio, in casa di uno o dell'altro, oppure andavamo nel cinema di quartiere o – spesso – a pattinare sul ghiaccio al palazzo del Valentino.
Abbiamo partecipato alle stesse festicciole pomeridiane in casa e ci siamo presi cotte storiche per le stesse ragazzine, con le quali danzavamo al suono di un giradischi, sperando che qualche audace spegnesse la luce... .
- Insomma: davvero una bellissima amicizia continuata poi sui banchi del Segrè e anche ben oltre, sulle piste di sci, sulle spiagge delle vacanze estive o ai nostri matrimoni. Neverending story...
Ed eccoci qui ancora una volta. Il nuovo governo ha avuto la tentazione di abolire la parata militare del due giugno, ma non ha nemmeno osato pensare di annullare la nostra cena annuale, col rischio di un'insurrezione armata.
Ormai siamo corazzati come acciaio al cromo-molibdeno, con tanto di sito Internet (grazie, Gianfranco). Le nostre cene dureranno quanto le piramidi. Dite che esagero?
Intanto, quatti quatti, hanno incominciato a partecipare alcuni figli della classe (sì, proprio come una grande famiglia) e chi può prevedere per quanto tempo potrebbe allungarsi una così bella tradizione?
Certo, arriverà un tempo nel quale banchetteremo fra la nuvole, per fare la pubblicità
Alla Lavazza. Bonolis e Laurenti non sono mica immortali...

Noi si. 

 AUGUSTO        

venerdì 19 settembre 2014

TEMPESTE di E. Saia - MUSICA



Temporali e tempeste - MUSICA

Sempre a proposito del Tell e della sua ouverture. Nel si succedono l’introduzione-preludio alla tempesta, la tempesta, la quiete dopo la tempesta e l’esplosione della cavalcata. Quest’ultimo così scatenato, dinamico è forse il brano più famoso di Rossini almeno fra il popolo che frequenta molto tangenzialmente la musica cosiddetta classica.
Tutta la sinfonia d’apertura del Tell è arte purissima. Ma se tutti i quattro pezzi sono vera musica, quelli dispari, l’introduzione e la quiete dopo la tempesta, sono speciali.
Molti compositori hanno musicato “tempeste” e “quieti dopo la tempeste”. Fra questi:
Rossini nel Tell nell’introduzione e nel finale.
Verdi nel Rigoletto e nell’Otello
Beethoven nella sesta
Vivaldi
Fra tutti questi preferisco il Verdi dell’Otello. L’Otello inizia con un assolo che sembra un colpo di cento fulmini e prosegue con una musica agitata di voci e strumenti che descrivono, invocano, inorridiscono fino all’approdo delle navi e al famoso “Esultate” di Otello. Poi segue la festa per la vittoria, il litigio l’intervento di Otello, l’arrivo di Desdemona e il dolce, appassionato duetto d’amore fra i due. Questo è il vero pezzo che chiude la tempesta.

Nel Rigoletto Verdi non descrisse ma evocò e l’evocazione è un vero capolavoro che degnamente s’inserisce nel concertato che segue il quartetto.

Nel Tell la tempesta nella sinfonia è descrittiva e la successiva quiete è melodicamente lirica. Ma la vera quiete dopo la tempesta, una tempesta del cielo, degli elementi, della rivolta arriva col finale dell’opera.
Tutto cangia il ciel s’abbella
L’aria è pura il dì è raggiante
La natura è lieta anch’ella
E allo sguardo incerto errante
Tutto dolce e nuovo appar

Un eccetera che si biforca: la versione originale francese parla di “libertè”, la traduzione italiana per motivi di censura continua col la rinascita naturale:

Quel contento che in me sento
non può l’animo placar

E’ uno dei più belli finali d’opera. La RAI ne trasmetteva la versione strumentale per aprire e chiudere le trasmissioni.


giovedì 18 settembre 2014

IL FINALE DI MEDEA di E. Saia - MUSICA



IL FINALE DI MEDEA - MUSICA

Il finale di Medea con quel concitato intercalare di voci e strumenti! Di Medea, di Giasone, della folla! Fa venire la pelle d’oca. Solo il canto del popolo nel Boris con Boris morente mi fa quell’effetto. Finale, insistente, roccioso, tagliente, scolpito, Beethoveniano. Un’orchestra così non s’era mai sentita prima. E’ un attore totale, coi suoi ritmi, con la sua violenza, con l’incalzare degli strumenti e delle voci. Siamo veramente dentro la tragedia greca!  (Ma sarebbe ancora la stessa Medea senza la Callas?)
Eppure Cherubini non è solo tragedia e roccia. Il canto della nutrice al secondo atto è bello,dolce, lirico. Un’oasi di calma nella tempesta. E con la giusta strumentazione

mercoledì 17 settembre 2014

LA VALCHIRIA E LA CAVALCATA di E. Saia - Musica


La valchiria e la cavalcata - MUSICA

E’ giusto che questo pezzo sia stato preso a insegna sonora di una operazione militare criminale con elicotteri e Napalm! Giusto se si voleva sottolineare l’aspetto grottesco ma in tutta la scena, anzi in tutto il film gira un’atmosfera faticosa, forzata complessivamente brutta. Il film di Stone non mi piace.
A parte ciò il canto delle Valchirie mi ricorda altre cavalcate: l’ultimo pezzo dell’ouverture del Tell, la marcia dell’Aida. Pezzi buoni e popolari ma c’è veramente il rischio che alla fine tutta la ricchezza di questi grandi autori e di queste grandi opere venga condensata in queste pur belle cavalcate.


martedì 16 settembre 2014

ALLEN - CINEMA - Ezio Saia


ALLEN 

Gli ultimi film di Allen? Brutti e noiosi. Anche Sogni e delitti che però non è così disastrato come le passeggiate a In Italia, a Parigi, in Spagna. Brutto cinema davvero brutto e noioso. Dove è finito l’Allen di Manhattan e di Io e  Annie?  E l’Allen comico di Prendi i soldi e scappa?

In realtà Sogni e delitti un grande pregio lo ha. Nella colonna sonora si sente praticamente metà del secondo atto dell’Otello, “Un dì felice eterea” dalla Traviata, Una furtiva lacrima, un pezzo del secondo atto del Tell.

lunedì 15 settembre 2014

L’Ing. Monateri Mario



L’Ing. Monateri Mario

Era come il Nonno un genio. Un genio della meccanica e dell’automazione. Era un ingegnere da Trenta e lode ma dentro di lui uno stravagante fantasista inventore e un artigiano dalle idee luminose. Come Archimede pitagorico aveva una lampadina perennemente accesa in testa. Diversamente dal Nonno (I due si conoscevano e si stimavano) che produceva il prototipo e continuamente lo migliorava per poi produrlo in serie con artigiani della zona e venderlo in tutto il mondo, Monateri amava progettare sempre nuove macchine, sempre nuove automazioni, sempre nuove idee.
Ripetere i vecchi progetti lo annoiava, architettare nuove impensate soluzione lo faceva felice, immergersi in nuovi prodotti lo rendeva felice, vedere il nuovo progetto funzionare era l’apoteosi. Quando progettava, costruiva e vedeva, finalmente, la macchina sfornare i pezzi davanti ai suoi occhi, era un uomo felice del suo lavoro.
Gli invidiavo quella felicità, quella vita piena che faceva, quella forza di continuare a produrre idee e prototipi, quasi incurante del successo commerciale e industriale.
E’ stato una di quelle tante personalità geniali che la nostra era dalla cultura in perenne fuga dalla realtà non si cura di ricordare. La nostra cultura essenzialmente e colpevolmente succube del mito del professorone di letteratura o diritto sarà sempre maggiormente propensa a dedicare una via o una piazza a qualche oscuro cattedratico appena al di sopra del burocratico topo da biblioteca o, peggio ancora, pervenuto a sì grande posizione con tristi maneggi e compromessi, che ai suoi più geniali cittadini che applicarono il loro genio per far grande le nostre industrie e grande la nostra fama all’estero.
Fra i tanti brevetti e prodotti di successo che hanno fatto della Saiag una grande multinazionale ci sono stati anche quegli innovativi chiodi in gomma che hanno rivoluzionato (tra l’altro) i fissaggi sulle autovetture. Il brevetto era Saiag ma l’idea veniva da quella sua grande fantasia e da quella sua grande intelligenza.
Suo era anche il brevetto del ballerino ottico. A mio avviso, di gran lunga il migliore sul mercato.

Mi chiesi di entrare in società con lui e non potei accettare. Non accettai, non perché avessi dubbi su di lui ma perché quello che non avrebbe funzionato ero io. Sapevo di non potere garantire quell’entusiasmo, quella gioia e quella continuità, che in lui erano naturali, perché già allora coltivavo peccaminosi pensieri sullo scrivere romanzi e libri di filosofia. Ero dubbioso di me non di lui. Inoltre m’innervosivo quando dovevo lavorare con strumenti inadeguati e detestavo ricorrere a quella pazza fantasia e a quel pazzo bricolage che per lui rappresentavano, invece, una sfida da accettare e da vincere con entusiasmo.
Sono riuscito a ridestare l’attenzione su questo genio italiano? Dubito! La nostra cultura non è assolutamente attrezzata per accettare certe gerarchie culturali.

In ogni caso rinnovo i miei omaggi a questo grande uomo.

venerdì 12 settembre 2014

I mondi simbolici di Cassirer - Filosofia - Ezio Saia


I mondi simbolici di Cassirer

Sulle orme di Kant si muove la filosofia delle forme simboliche elaborata da Cassirer. Il problema della conoscenza viene impostato come un problema di ricerca delle condizioni dell’attività di conoscenza. In Kant questa si attuava con l’attività unificatrice dell’’Io penso’, mediante sussunzione del particolare nell’impianto di intuizioni pure e categorie intellettuali, in Cassirer questo tipo di conoscenza è solo una delle forme di attività conoscitive.
Se in Kant l’uomo vede il mondo, condizionato dallo spazio, dal tempo e dalle categorie, in Cassirer l’uomo vede il mondo secondo le condizioni della sua cultura; una cultura che in tutte le sue espressioni, dalla scienza, all’arte, dal mito al linguaggio, dalla matematica alla religione è eminentemente simbolica, termine il cui senso, tanto abusato da ritrovarsi disperso in innumerevoli rivi, è qui quasi sinonimo di attività culturale dove il termine ‘attività’ mantiene il senso generale attribuitogli da Kant.
Religione, mito, linguaggio, scienza, arte non sono, per Cassirer, forme di conoscenza primitive e nessuna di esse è un antenato imperfetto di un’altra in cui, evolvendosi, si sarebbe dovuta estinguere. Così il mito o la religione, non si possono assolutamente considerare approcci primitivi al mondo, evolutisi poi nella scienza e a essa sopravvissuti come fossili viventi: la scienza non le ha migliorate né portate a maturazione, non le ha sostituite né le sta sostituendo né le sostituirà in futuro. Mito, religione, linguaggio, arte sopravvivono e continuano la loro funzione come forme attive di conoscenza, possedendo ciascuna la sua azione formativa valida di per sé, esprimendo, ciascuna, le proprie forme costitutive e simboliche di conoscenza.
Leggiamo che queste forme simboliche sono tali non perché “designino in forma di immagine, di allegoria che rinvia e spiega, un reale sottomano, ma perché ciascuno fa emergere da se medesimo un suo proprio mondo di senso”.[1] (Attenzione a questa espressione: “mondo di senso” che non a caso ricorrerà nelle teorie della complessità che in qualche modo si ispirano a Wiener)
Cassirer pone in evidenza che “Esiste un’evidente differenza fra le reazioni organiche e le risposte umane. Nel primo caso lo stimolo provoca una risposta diretta e immediata nel secondo la risposta è differita.”…. “ Per così dire l’uomo ha scoperto un modo nuovo di adattarsi all’ambiente. Inserito fra il sistema ricettivo e quello reattivo (presente in tutti gli animali) nell’uomo vi è un terzo sistema che si può chiamare sistema simbolico. […] l’uomo non soltanto vive in una realtà più vasta, ma anche, per così dire, in una nuova dimensione della realtà.”.[2]
 Ciascuna di queste attività determina non solo un mondo unitario di senso ma un mondo di senso chiuso. Ognuna di queste attività formatrici produce, quindi, mondi autonomi di senso al cui interno si attua una distribuzione di sensi, in continuo cambiamento la cui origine, tutta all’interno dei propri mondi, è produttrice dello stesso distribuire dei sensi.
E’ chiaro che Cassirer coglie nel segno quando afferma che le modalità di conoscere il mondo e quindi di agire nel modo avviene attraverso modalità e organizzazioni diverse e autonome fra loro. Si pensi ai gruppuscoli nazisti dominati da un mito (quello di Hitler e del suo mondo realizzato nel nazismo) che impone una forma e determina una lettura del mondo secondo quel mondo di miti.
L’aderente alla setta assume come propria quella visione del mondo. Essa emerge in lui come un complesso articolato culturale che diviene il suo mondo di senso. Non è che costui non conduca la sua vita non vedendo le cose e le connessioni delle cose, secondo le leggi condivise della quotidiana vivenza e sopravvivenza. Attraversa la strada con cautela, si nutre, osserva convenzioni sociali, riconosce le leggi scientifiche come gli altri individui che con lui convivono. Costui vede certamente le cose, gli eventi e quella continuità delle leggi ( si pensi all’induzione) rispetto alle quali si comporta in coerenza; anche perché se non le osservasse, non potrebbe vivere e sopravvivere.
 Non sono, però, queste leggi e questa cultura a emergere come fonti fondamentali di senso per lui perché da esse non scaturisce quel senso importante della sua vita attraverso il quale emerge un sistema di riferimento capace di fornirgli un’interpretazione con cui valutare gli eventi e orizzontarsi nel mondo.
Costui vive il mondo quotidiano come pura sussistenza, ossia come condizione di routine del vivere quotidiano, mentre, viceversa, sente il suo mondo mitico come quel senso del mondo importante secondo cui interpretare il mondo stesso e agire in esso.
Considerazioni analoghe valgono per altri miti, valgono per l’artista, valgono per il religioso per il quale ( si pensi agli integralismi religiosi) l’unica fonte di senso è il suo credo, vissuto talvolta in maniera drammatica; una fonte di senso che fornisce motivazioni così importanti ed esclusive che neppure l’omicidio, la strage e il suicidio sfuggono alla sua egemonia.
Mentre Monod vede nel mito e nella religione una conoscenza ingannevole e pericolosa, Cassirer li esamina ma non con l’occhio dell’asettico cronista. Non dice semplicemente “Queste forme ci sono. Gli uomini si comportano così” ma “Attraverso queste forme vengono colti aspetti del mondo, non percepibili altrimenti o meglio “attraverso queste forme simboliche e non in altra maniera possiamo percepire mondi”.
Al residuo culturale viziato da un peccato originale di commistione tra sapere e norma da cui la scienza avrebbe dovuto redimerci, viene contrapposto un uomo che percepisce il mondo attraverso una pluralità di mondi simbolici che lungi dall’aver assolto la loro funzione salvifica continuano a salvarci permettendoci di percepire tramite il linguaggio, la religione, il mito, le metafore, le opere d’arte. A questi mondi non competono i predicati di vero o di falso che competono ai giudizi scientifici e quindi la questione della verità con essi non si pone. E’ vero invece che secondo Cassirer questi sono modi di comprensione con cui è possibile totalmente o in parte percepire il mondo che ci circonda e comprenderlo unitariamente come mondo compiuto e sensato. Lungi dal considerarli conoscenze simboliche secondarie o fallaci riconosce a esse un valore conoscitivo, anche se la conoscenza acquisita attraverso essi non è conoscenza in senso scientifico.
Cassirer non si pone quindi la domanda nella forma “Sono giusti o errati?” semplicemente perché, a suo avviso, questi due termini non esauriscono la complessità del nostro vivere come uomini essenzialmente simbolici attraverso i mondi simbolici (quello scientifico è uno fra essi). Siamo ricondotti da una parte al concetto di verità, al suo statuto all’interno della società, al possibile contrasto tra il pensare in generale e il pensare scientifico e dall’altra alle case simboliche con cui noi passeggeri su questo mondo, viventi e mortali ci orizzontiamo nel mondo assolvendo il nostro mestiere di vivere. Per Cassirer l’interrogazione non è sulla verità ma sul senso.
Strawinsky in un colloquio con Robert Craft così si esprime:

“C.: Non ritiene che il pubblico in generale sia dappertutto isolato dalla musica contemporanea, composta all’incirca dopo il 1909, quanto l’Unione Sovietica?
S.: Non dappertutto, non in Germania per esempio, dove la mia musica più recente viene eseguita per il pubblico con la stessa frequenza con cui negli Stati Uniti si esegue Strauss e Sibelius. Ma l’anno 1909 significa “atonalità” e l’atonalità creò uno hiatus che i marxisti tentano di spiegare come un problema di pressioni sociali mentre in verità fu una irresistibile spinta all’interno dell’arte.”

Dando pienamente ragione a pensatori come Croce e Cassirer che videro nell’opera d’invenzione un mondo a sé, significante di per sé, capace di evolversi autonomamente senza cioè negare l’influenza del mondo in cui le opere nacquero e si configurarono e respingendo le visioni olistiche come l’heghelismo e il marxismo.





[1]  E. Cassirer Filosofia delle forme simboliche, p. 200
 [2] E. Cassirer, An Essay on Man Trad.  Armando editore nel 1968 ( Saggio sull’uomo ) p. 79

giovedì 11 settembre 2014

I Professoroni dell'accademia che decidono i NOBEL

 IL nobel e i professoroni   LETTERATURA


CERVELLO DI PROFESSORONE

Leggiti l’elenco dei premi Nobel. di quei premi attribuiti da quei sommi cervelli, da questi professoroni dell'Accademia svedese che giudicano dall’alto della loro dottrina! Dall'alto del loro sapere morale, dall'alto della loro idealità civile. Altezze da capogiro! Loro possono aspettare anche venti o trent’anni e giudicare da una prospettiva temporale al di là delle mode e dei consumi… Eppure... Succede così? Neanche per sogno! I cretini sono così pieni di sé e della loro funzione da ritenere che i loro principi siano universali ed eterni mentre invece sono i banali paradigmi della cultura egemone del loro tempo. Così premiano Carducci perché neoclassico e mangiapreti ai tempi del neoclassico e dei mangiapreti, così premiano Quo Vadis, così premiano Kipling, fermo credente della funzione civilizzatrice dell’occidente nei tempi della creduta assoluta egemonia culturale dell’Occidente così non premiano Joyce, Celine, Borges… 

mercoledì 10 settembre 2014

I LIBRI DEL PAVONE - Letteratura e ricordi - Ezio Saia

I LIBRI DEL PAVONE
Mi è venuto in mano un vecchio libro foderato con carta adesiva senza titolo nè sul dorso nè sulla facciata della collana I LIBRI DEL PAVONE di MONDADORI
Era la collana proletaria di Mondadori dedicata ai "moderni e contemporanei" parente stretta della ben più aristocratica e blasonata I LIBRI DELLA MEDUSA
Sul "Pavone" trovavi, P.S. Buck, il Werfel de I quaranta giorni del Mussa Dagh, Kormendi, Steinbeck, il Fallada di E adesso pover'uomo, S.. Lewis, dove S sta per per Sinclair. L'altro Lewis, quello del Lontano, sul pianeta silenzioso, era nella MEDUSA.
Del primo, proprio dalla collana I LIBRI DEL PAVONE, lessi Babbit,  un romanzo ambiguo su un ambiguo anticonformismo; un'ambigua storia di deviazione dal comportamento della buona società. Non mi convinse e mi parve fiacco. Fiacco nella trama, nella psicologia, nello stile, nel senso. Ricordo questo giudizio perché era un Nobel e proprio non capii quali motivazioni potessero giustificare quel Nobel. Naturalmente ero giovane e molti miei giudizi sono cambiati. Non credo però, almeno da quanto ricordo, di aver cambiato parere dieci anni fa quando ne ho riletto qualche pagina.

 Ne I libri del pavone c'erano Nobel  come Steinbeck con I pascoli del cielo, La santa rossa e La valle dell'Eden, Hemingway con  I Quarantanove Racconti e Per chi suona la campana.
C'era Eremburg col suo famoso e importante Il disgelo e c'era Cadwell con quel suo impressionante romanzo  La via del Tabacco.
La via del tabacco fu il romanzo che più mi impressionò di quella collana.Un romanzo che ho riletto di recente con grande piacere e ammirazione. Un grande romanzo.



MIO PADRE E IL SIGNOR OLIVETTI MAGNUM P.I. - Ezio Saia - RICORDI

Mio padre e il signor Olivetti 


Forse non ricordo tutto con esattezza ma questo è il clima che vissi allora.


Mio padre fu tra i primi attivi aderenti al partito di Olivetti. Correva con la sua Seicento da Corio a Ivrea e si dannava a diffondere il verbo olivettiano senza mai chiedere una lira o una qualsiasi forma di ricompensa. 

Credeva in quel che faceva e pensava che il grande capo, l’Olivetti Magnum P.I. avrebbe sviluppato un vero moderno partito popolare
Dopo il deludente  risultato delle elezioni politiche, dopo che risultarono evidenti le lillipuziane dimensioni del nuovo partito, non si scoraggiò. Ma quando i grandi vip del partito chiusero l’avventura invitando aderenti e simpatizzanti a confluire nel partito repubblicano di La Malfa,  si arrabbiò e, scandalizzato, mandò per telefono a quel paese tutta l'organizzazione, i grandi capi, il grande Olivetti magnum P.I. e la sua corte di aristocratici. 
Finire quella splendida avventura alla corte del partito repubblicano, uno dei partiti più esclusivi, più elitari, più aristocratici, più "IN", uno dei più dotati di molteplici puzze sotto l’aristocratico naso, era per lui un insulto. Molto meglio chiudere e basta.
Al di là dei suoi meriti, l’Olivetti rimase una corte aristocratica, elitaria, radical chic, e legata a La Malfa e al PRI. Il presidente dell’Olivetti, Visentini, che fu anche presidente del PRI, era il classico elitario "pezzo grosso", con aristocratici e elitari gusti, con aristocratico ed elitario naso, con aristocratiche ed elitarie frequentazioni, secondo il quale, come ebbe a dichiarare, il vero Mozart, si gustava solo nell'elitario e aristocratico festival di Salisburgo. 
 Visentini cercò con la sua elitaria compagnia di impadronirsi delle gestione del Corriere della sera. Per fortuna Craxi, il miglior Craxi, glielo impedì, e sono sicuro che dalla tomba mio padre lo applaudì.
Da mio padre ho ereditato una profonda antipatia verso ogni elite, ogni circolo aristocratico, ogni ambiente rotariano. Anche se dopo il liceo per qualche anno mi sentii liberale e azionista, iniziai presto un percorso di totale ribaltamento. Di quel periodo di travaglio ho parlato nelle Metamorfosi del professor Strunz. 



martedì 9 settembre 2014

Melato e la vigilessa di Ezio Saia - CINEMA

 Melato e la vigilessa di Ezio Saia

Certo è stato facile adagiarsi su una attrice guitta come la Melato.
Perfino un film brutto come La vigilessa viene riproposto su SKY per la sua guit-recita. Ma questo, ovviamente, non è affatto un complimento.


domenica 7 settembre 2014

UNA DOMENICA DI BUONE LETTURE

La prima copertina de LA METAMORFOSI DEL PROFESSOR STRUNZ


LA MADRE SUPERMAMMELLATA E IL FIGLIO BOVIDE STRUNZ PROFESSOR  DI NUMERI DISPETTOSI 


giovedì 4 settembre 2014

IL PICCOLO GRANDE WEINBAUM di E. Saia - LETTERATURA



Weinbaum LETTERATURA


Né negli Ugo né nell’antologia di Solmi sono presenti i pochi racconti scritti da Weinbaum. Non ricordo neppure un titolo e, forse, non è mai esistito ma quel nome, Weinbaum, lo avrò pur preso da qualche parte quando, molti anni fa, ho scritto: “Il miglior racconto di fantascienza lo ha scritto Weinbaum . Ricordo un marziano simpatico, un umano simpatico un curioso essere che respirava silicio ed emetteva mattoni di sabbia. Bello, molto poetico, candido semplice.


Ho controllato su Wikipedia e Weinbaum è effettivamente esistito ma è morto a 32 anni. Per questo è scomparso. Il racconto di cui ho appena parlato s’intitola Odissea marziana e non posso neppure rileggerlo. Addio giovane Weinbaum, meritavi qualcosa di più.


mercoledì 3 settembre 2014

DeLillo L'uomo che cade - Ezio Saia - Letteratura



L’Uomo che cade  LETTERATURA



Bel romanzo breve di Dom DeLillo.    Ci sono due quadri di Morandi e poco di più; forse non è neppure un bel romanzo.  Molto meglio Rumore bianco: l’insensatezza e la banalità di piccoli, incolti professori universitari.


martedì 2 settembre 2014

UNA RECENSIONE DELLA DOTTORESSA GIOVANNA MANGANIELLO su LA CITTA' E IL DEMONIO DI EZIO SAIA

APPUNTI DI LETTURA


Non farò una critica ma proporrò piuttosto un racconto del mio incontro con il romanzo e con l’autore che conosco da molto anni. Su sua richiesta ho letto una prima volta il romanzo esponendo qualche critica e qualche perplessità. Poi l’ho riletto a correzioni eseguite.
Ritengo necessario innanzitutto, prima di ogni altra considerazione, dare un primo accenno alla trama. Successivamente parlerò di questa prima lettura e delle mie perplessità e successivamente esporrò le mie impressioni riguardanti la trama, i personaggi, lo stile, all’intreccio e dando un complessivo giudizio anche in relazione ai due precedenti romanzi dell’autore.

TRAMA

Il romanzo inizia con l’editore Assalonga che, per festeggiare il ventennio della sua casa editrice, decide di pubblicare il primo manoscritto ricevuto e affida lettura e revisione all’iracondo Critico Gauss e al mite professor Fato.
I due manoscritti dovrebbero essere identici  ma non lo sono. La parte in lettura al mite Fato, racconta la vita di Giosuè dalla tempestosa esperienza dell’asilo fino al compimento del ventesimo anno, quando lo stesso Giosuè riesce a sedurre la sua professoressa d’inglese di cui è perdutamente innamorato. Il racconto, affascinante anche per il contorto e moralmente ambiguo carattere di Giosuè, lascia intendere che quello stesso Giosuè è, forse, responsabile degli omicidi di un compagno dell’asilo, dell’amante della madre  e della madre stessa. Ciò nonostante Giosuè è personaggio decisamente simpatico e la sua ambiguità morale non pare neppure sfiorarlo.
La parte  in lettura al critico Gauss racconta le vicende di Mosè, un brigante, un antenato di Giosuè  divenuto ricchissimo.
Contemporaneamente alle due letture  si dipana la storia d’amore tra Fato e la signora Gauss e si colgono le prime avvisaglie della presenza a Torino del demonio Balivo,. che inizia a interferire sia con le vite dell’elite che amministra la città, sia con le minute storie di Giosuè, di Fato, della Gauss e di suo marito, il critico Gauss, astioso intellettuale ferocemente avverso agli elitari centri di potere, impegnato nel corteggiamento  della nuova conservatrice dei beni culturali del Piemonte.
Il clima, la successione degli eventi, la loro conduzione, gli incidenti, le reazioni, i dialoghi assumono ora un tono grottescamente surreale e precipitano in due grandiosi eventi; il primo, una grande, fantasmagorica, eccitante festa da ballo, in cui intervengono tutti i personaggi umili della storia e, il secondo, una accesa guerra di successione (la guerra dell’Abaco) per il rinnovo di tutte le cariche politiche della città di Torino. Una città pronta a un gran balzo per trasformarsi dalla vecchia, grigia e noiosa Torino industriale nella brillante, fantasmagorica e turistica nuova Taurini.
Sfila per la città il Circo del Diavolo, compare la Gorgone, La polizia capitanata dal Maggiore Lagrange insegue il demonio, il il manoscritto del critico Gauss viene rubato dalla moglie, il maggiore inseguono la coppia Fato-Gauss che si rifugia, prima, nel territorio della Chiesa di Ugo e Nicola, un’ambigua setta in sospetto d’eresia, diretta da Giosuè, poi nel castello della nuova Versailles, un enorme reggia eretta a Venaria da Mosè’e  completata da suo pazzo figlio Geronimo, detto il teologo nero.. Un immenso palazzo in bilico tra magia e rovina.
Il romanzo si trasferisce in quell’incredibile castello che rivela pesto il suo carattere di grottesco, infinito e magico labirinto. La signora Gauss e Fato si perdono e si ritrovano, si perdono e si ritrovano mentre nella splendente Torno emerge grandiosa la Signora delle Olimpiadi. La Signora, dall’alto della sua autorità morale, chiude la guerra dell’Abaco e, rinnovate le cariche, patteggia col diavolo la consegna della sua anima in cambio di una nuova Torino meravigliosa e ammirata da tutte le genti della terra. Il diavolo inizia una sequenza di eventi spettacolari. Si succedono la  polvere erotica, la ridarella, la neve filamentosa, il gelo, emerge l’antica caverna alchemica. Il successo mediatico è enorme; i turisti arrivano a valanghe, il sindaco impazzisce per la felicità. Il diavolo si presenta alla ormai potente SIGNORA DELLE OLIPIADI per riscuoterne l’anima ma, invitato a giocarsela a poker, perde la partita.
Infuriato il diavolo la fa volare contro un muro a velocità supersonica. La signora si trasforma in una enorme e viva frittella frattale, il demonio esulta ma la frittella si moltiplica e, in pochi giorni, occupa la città: le case, le chiese, i confessionali e le segrete sale della politica; nulla si salva dalle frittelle che dispiegano così tutta la loro potenza, LA SIGNORA DELLE OLIPIADI è onnipresente, onnisciente, onnipotente; è il nuovo DIO. Tutto si complica per il demonio, che viene annichilito dalla morte del tremendo Rattazzo, padre di Giosuè, al quale era profondamente affezionato.
Con un colpo di bacchetta magica la nuova Torino scompare ma non tutto si ritrasforma come doveva. Lo stesso demonio perde memoria e identità e, mentre l’elite capitanata dalla eterna, infrangibile, luminosa SIGNORA DELLE OLIMPIADI, indice una grandiosa festa nell’ appena restaurato e luccicante palazzo Madama, viene divorato da una tigre del circo.
Tutto il mondo assiste alla grandiosa festa e alla cena che degenera in una selvaggia, grottesca, furibonda rissa, mentre il circo fa spettacolo coi clown in piazza Vittorio.

ALCUNE CONSIDERAZIONI CRITICHE

Nel romanzo s’incontrano un diluvio di personaggi, che agiscono, parlano, scompaiono ricompaiono in una ridda di eventi, corse, disastri, colloqui, congiure e letture: una sarabanda unica che non ritrovavo da molto tempo in un romanzo.
Provo a farne un minimo elenco: gli amori tra Giosuè e l’Alsazia, tra Mosè e la Gioia, tra Mosè e Boccoli d’oro, tra Geronimo e Annuska, tra La signora Gauss e Fato, tra il Critico Gauss e la conservatrice dei beni culturali, tra la Aiena e Giona, tra la nonna e Sigfrido, tra la Signora delle Olimpiadi e il marito Mezzabanca, un’infinità di amori e non li ho neppure citati tutti. Oltre importanti protagonisti sono il diavolo Balivo, l’Ataiù, La Signora dell’Arte, il Rattazzo, padre di Giosuè, la madre Gambe parlanti, ecc. Ma, in questo romanzo, anche le case, i palazzi, le piazze, i salotti sono protagonisti. Il tutto complicato dal fatto che sia i personaggi che le cose ti spuntano davanti, senza preavviso e con nomi diversi. Così Sigfrido è anche il Nibelungo, così Mosè è anche Dentidoro, così Boccoli d’oro è anche la Marchesa Porcara, mentre altri personaggi come la nonna di Giosuè e altre nonne vengono sempre citati col termine “nonna” e di quale nonna si tratti lo si dovrebbe dedurre dal contesto.
In questa sarabanda di nomi, soprannomi, personaggi, eventi più o meno mirabolanti, confesso di aver avuto, alla prima lettura, qualche problema d’orientamento. Mi sono chiesta  del“Dove Sono?”, “E questo chi è?”e ho dovuto rileggere qualche pagina per ritrovare la via.
Subito ho anche pensato “Troppi personaggi, troppe vicende!”Ma chi si crede di essere? Un nuovo Tolstoi? Il Tolstoi di Guerra e Pace. Quel Tolstoj capace di dominare un enorme numero di protagonisti, di ambienti e di relazioni?
Questa è stata la prima reazione ma, poi, rendendomi conto che il romanzo fluiva leggero e veloce, mi sono interrogato circa  il senso del romanzo e sulle diversità di alchimie fra i vari possibili modi di narrare. Ma di questo parlerò dopo.
Ho segnalato all’autore i problemi di orientamento e mi sembra che, intervenendo in più punti abbia provveduto a sanarli. L’aggiunta di una piccola guida iniziale a luoghi e personaggi può risultare utile ma fatte le correzioni non era più indispensabile.

La rilettura mi ha permesso di comprendere che la cifra del romanzo non è quella psicologica o quella narrativa o quella realistica. Una cifra che non appare neppure baricentrica perchè non c’è né una trama, intesa in senso tradizionale, che vada di volta in volta a raccogliere vicende e personaggi né un complicato arabesco. Insomma  i personaggi non sono personaggi tolstoiani, e non esigono neppure un padrone di stampo ottocentesco che, come un dittatore, li smisti e come un demiurgo, con soffi caldi di vita e di amore, gli dia vita e verità: in questo romanzo non agiscono e non si presentano con una simile modulo. La metafora appropriata non mi pare ne quella della trama né quella dell’arabesco ma quella di una polifonia o di un’orchestra coi personaggi rappresentati dalle vivaci voce degli strumenti che intervengono a volte per formare melodie, a volte per punteggiare, colorare, sbeffeggiare, rinforzare la narrazione con temi, con sberleffi, con singoli squillanti note, ora un trombone, ora un ottavino, ora un tamburo, ora un violino che a volte parlano fra loro, a volte borbottano, a volte corrono e si lanciano in vertiginoso fughe, come accade nei pranzi e negli incontri erotici di Mosè e nell’ultima frenetica galoppata del gran pranzo dell’elite.
Il tono del romanzo è, dunque, ben diverso dalla narrazione ordinata e controllata. Le psicologie dei singoli sono appena tratteggiate e l’autore non si cura neppure di darci una descrizione fisica. Non ne ricordo neppure una. Qualche punteggiatura occasionale sull’altezza di Giosuè, sui jeans  della signora Gauss, sulle dimensioni da botolo e sul  vestito a scacchi del demonio e nulla di più. Una scelta coerente per un romanzo in cui, alla fine, puoi quasi dire che la Versailles di Dentidoro, la casa floreale, la Torino turistica, gli scheletri, l’orchestra del regio, la neve, la caverna alchemica, e in generali i luoghi e gli eventi non sono meno personaggi dei personaggi come Mose, Giosuè o Balivo.

La cifra del romanzo è da una parte il grottesco e dall’altro la leggerezza. Leggeri sono gli amori, i sentimenti e le scene erotiche. Anche i più appassionati, anche i più vertiginosi, trovano una frase che li sdrammatizza e li fa volano leggeri. Anche l’amore totale, appassionato di Giosuè per la sua professoressa, anche le rivolte e gli odi di cui sono punteggiati, la sua anima e quelle dei suoi perversi antenati.
Se il grottesco è la cifra, il ritmo, la vivacità, la velocità sono le caratteristiche tanto dell’intreccio che della narrazione. Una ritmica che nutre anche lo stile. La narrazione, che passa da un evento all’altro, addirittura volando, che corre avanti e indietro lungo i decenni, trasportando il lettore lungo eventi così fantasiosi, rutilanti e polifonici: è la città il vero protagonista, è la città a vivere.
Se, forse, l’orchestra inizialmente suona con un po’ di fatica, perché qualche strumento sta ancora sonnecchiando, man mano che il romanzo procede tutti gli orchestrali si svegliano e il suono procede orgogliosamente. La narrazione di Giosuè prima un po’ legnosa, prende quota e si scatena coi i folli amori di Giosuè con la sua Alsazia, furoreggia con il la grottesca morte della madre peccatrice, prende il volo con il surreale episodio della caserma , con la festa e con il circo.
Anche l’impegno politico, (oggi è di moda parlare di messaggio) mantiene la cifra del grottesco. Il nemico politico è l’elite, una elite che non è né di destra né di sinistra, che è essenzialmente elitaria e radical chic, ma verso la quale l’atteggiamento del romanzo non è né violento né furibondo e si mantiene ben lontano da toni partigiani. La stessa Signora delle Olimpiadi che gradualmente s’impadronisce del romanzo e assurge a incontrastata egemone della città, esprimendo la vivace capace di sconfiggere il demonio, non è  personaggio odioso e suscita simpatia anche nelle su manifestazioni più “perverse”. Ho detto “perverse” anche se il termine perverso non si addice al personaggio, come non si addice neppure al peggior Giosuè o al folle antenato Geronimo.
 L’unico sentimento forte è forse impersonato dal padre di Giosuè, dal colossale Rattazzo, la cui famiglia è stata sterminata dai comunisti Titini. Ma anche l’odio del Rattazzo per Togliattini e Titini finisce per affogare nella multiformità dell’orchestra, costituendo al massimo una tragica disarmonia, un fastidioso errore di nota.

Lo stile è sempre denso e in buona armonia con il ritmo degli eventi. L’autore non è un incantatore di serpenti ma, comunque, il serpente esce dal sacco e si mette a ballare. Il romanzo e lo stile si modificano e migliorano con l’inoltrasi della sinfonia. Arzigogolato talvolta ma non cerebrale.
  Il peggio è l’inizio il meglio la fine. L’incipit è banale, il finale è efficacce. Il romanzo si chiude con un occhiata che percorre velocemente la sala, la città e l cielo. Sentite la musica .” Lampeggia un guerriero dipinto, le maniglie di ottone ridono e dicono: «Cose già viste». In piazza Vittorio un clown diverte la folla. Arabeschi e nubi nel cielo.”


                                                                                   
Giovanna Manganiello