martedì 2 settembre 2014

UNA RECENSIONE DELLA DOTTORESSA GIOVANNA MANGANIELLO su LA CITTA' E IL DEMONIO DI EZIO SAIA

APPUNTI DI LETTURA


Non farò una critica ma proporrò piuttosto un racconto del mio incontro con il romanzo e con l’autore che conosco da molto anni. Su sua richiesta ho letto una prima volta il romanzo esponendo qualche critica e qualche perplessità. Poi l’ho riletto a correzioni eseguite.
Ritengo necessario innanzitutto, prima di ogni altra considerazione, dare un primo accenno alla trama. Successivamente parlerò di questa prima lettura e delle mie perplessità e successivamente esporrò le mie impressioni riguardanti la trama, i personaggi, lo stile, all’intreccio e dando un complessivo giudizio anche in relazione ai due precedenti romanzi dell’autore.

TRAMA

Il romanzo inizia con l’editore Assalonga che, per festeggiare il ventennio della sua casa editrice, decide di pubblicare il primo manoscritto ricevuto e affida lettura e revisione all’iracondo Critico Gauss e al mite professor Fato.
I due manoscritti dovrebbero essere identici  ma non lo sono. La parte in lettura al mite Fato, racconta la vita di Giosuè dalla tempestosa esperienza dell’asilo fino al compimento del ventesimo anno, quando lo stesso Giosuè riesce a sedurre la sua professoressa d’inglese di cui è perdutamente innamorato. Il racconto, affascinante anche per il contorto e moralmente ambiguo carattere di Giosuè, lascia intendere che quello stesso Giosuè è, forse, responsabile degli omicidi di un compagno dell’asilo, dell’amante della madre  e della madre stessa. Ciò nonostante Giosuè è personaggio decisamente simpatico e la sua ambiguità morale non pare neppure sfiorarlo.
La parte  in lettura al critico Gauss racconta le vicende di Mosè, un brigante, un antenato di Giosuè  divenuto ricchissimo.
Contemporaneamente alle due letture  si dipana la storia d’amore tra Fato e la signora Gauss e si colgono le prime avvisaglie della presenza a Torino del demonio Balivo,. che inizia a interferire sia con le vite dell’elite che amministra la città, sia con le minute storie di Giosuè, di Fato, della Gauss e di suo marito, il critico Gauss, astioso intellettuale ferocemente avverso agli elitari centri di potere, impegnato nel corteggiamento  della nuova conservatrice dei beni culturali del Piemonte.
Il clima, la successione degli eventi, la loro conduzione, gli incidenti, le reazioni, i dialoghi assumono ora un tono grottescamente surreale e precipitano in due grandiosi eventi; il primo, una grande, fantasmagorica, eccitante festa da ballo, in cui intervengono tutti i personaggi umili della storia e, il secondo, una accesa guerra di successione (la guerra dell’Abaco) per il rinnovo di tutte le cariche politiche della città di Torino. Una città pronta a un gran balzo per trasformarsi dalla vecchia, grigia e noiosa Torino industriale nella brillante, fantasmagorica e turistica nuova Taurini.
Sfila per la città il Circo del Diavolo, compare la Gorgone, La polizia capitanata dal Maggiore Lagrange insegue il demonio, il il manoscritto del critico Gauss viene rubato dalla moglie, il maggiore inseguono la coppia Fato-Gauss che si rifugia, prima, nel territorio della Chiesa di Ugo e Nicola, un’ambigua setta in sospetto d’eresia, diretta da Giosuè, poi nel castello della nuova Versailles, un enorme reggia eretta a Venaria da Mosè’e  completata da suo pazzo figlio Geronimo, detto il teologo nero.. Un immenso palazzo in bilico tra magia e rovina.
Il romanzo si trasferisce in quell’incredibile castello che rivela pesto il suo carattere di grottesco, infinito e magico labirinto. La signora Gauss e Fato si perdono e si ritrovano, si perdono e si ritrovano mentre nella splendente Torno emerge grandiosa la Signora delle Olimpiadi. La Signora, dall’alto della sua autorità morale, chiude la guerra dell’Abaco e, rinnovate le cariche, patteggia col diavolo la consegna della sua anima in cambio di una nuova Torino meravigliosa e ammirata da tutte le genti della terra. Il diavolo inizia una sequenza di eventi spettacolari. Si succedono la  polvere erotica, la ridarella, la neve filamentosa, il gelo, emerge l’antica caverna alchemica. Il successo mediatico è enorme; i turisti arrivano a valanghe, il sindaco impazzisce per la felicità. Il diavolo si presenta alla ormai potente SIGNORA DELLE OLIPIADI per riscuoterne l’anima ma, invitato a giocarsela a poker, perde la partita.
Infuriato il diavolo la fa volare contro un muro a velocità supersonica. La signora si trasforma in una enorme e viva frittella frattale, il demonio esulta ma la frittella si moltiplica e, in pochi giorni, occupa la città: le case, le chiese, i confessionali e le segrete sale della politica; nulla si salva dalle frittelle che dispiegano così tutta la loro potenza, LA SIGNORA DELLE OLIPIADI è onnipresente, onnisciente, onnipotente; è il nuovo DIO. Tutto si complica per il demonio, che viene annichilito dalla morte del tremendo Rattazzo, padre di Giosuè, al quale era profondamente affezionato.
Con un colpo di bacchetta magica la nuova Torino scompare ma non tutto si ritrasforma come doveva. Lo stesso demonio perde memoria e identità e, mentre l’elite capitanata dalla eterna, infrangibile, luminosa SIGNORA DELLE OLIMPIADI, indice una grandiosa festa nell’ appena restaurato e luccicante palazzo Madama, viene divorato da una tigre del circo.
Tutto il mondo assiste alla grandiosa festa e alla cena che degenera in una selvaggia, grottesca, furibonda rissa, mentre il circo fa spettacolo coi clown in piazza Vittorio.

ALCUNE CONSIDERAZIONI CRITICHE

Nel romanzo s’incontrano un diluvio di personaggi, che agiscono, parlano, scompaiono ricompaiono in una ridda di eventi, corse, disastri, colloqui, congiure e letture: una sarabanda unica che non ritrovavo da molto tempo in un romanzo.
Provo a farne un minimo elenco: gli amori tra Giosuè e l’Alsazia, tra Mosè e la Gioia, tra Mosè e Boccoli d’oro, tra Geronimo e Annuska, tra La signora Gauss e Fato, tra il Critico Gauss e la conservatrice dei beni culturali, tra la Aiena e Giona, tra la nonna e Sigfrido, tra la Signora delle Olimpiadi e il marito Mezzabanca, un’infinità di amori e non li ho neppure citati tutti. Oltre importanti protagonisti sono il diavolo Balivo, l’Ataiù, La Signora dell’Arte, il Rattazzo, padre di Giosuè, la madre Gambe parlanti, ecc. Ma, in questo romanzo, anche le case, i palazzi, le piazze, i salotti sono protagonisti. Il tutto complicato dal fatto che sia i personaggi che le cose ti spuntano davanti, senza preavviso e con nomi diversi. Così Sigfrido è anche il Nibelungo, così Mosè è anche Dentidoro, così Boccoli d’oro è anche la Marchesa Porcara, mentre altri personaggi come la nonna di Giosuè e altre nonne vengono sempre citati col termine “nonna” e di quale nonna si tratti lo si dovrebbe dedurre dal contesto.
In questa sarabanda di nomi, soprannomi, personaggi, eventi più o meno mirabolanti, confesso di aver avuto, alla prima lettura, qualche problema d’orientamento. Mi sono chiesta  del“Dove Sono?”, “E questo chi è?”e ho dovuto rileggere qualche pagina per ritrovare la via.
Subito ho anche pensato “Troppi personaggi, troppe vicende!”Ma chi si crede di essere? Un nuovo Tolstoi? Il Tolstoi di Guerra e Pace. Quel Tolstoj capace di dominare un enorme numero di protagonisti, di ambienti e di relazioni?
Questa è stata la prima reazione ma, poi, rendendomi conto che il romanzo fluiva leggero e veloce, mi sono interrogato circa  il senso del romanzo e sulle diversità di alchimie fra i vari possibili modi di narrare. Ma di questo parlerò dopo.
Ho segnalato all’autore i problemi di orientamento e mi sembra che, intervenendo in più punti abbia provveduto a sanarli. L’aggiunta di una piccola guida iniziale a luoghi e personaggi può risultare utile ma fatte le correzioni non era più indispensabile.

La rilettura mi ha permesso di comprendere che la cifra del romanzo non è quella psicologica o quella narrativa o quella realistica. Una cifra che non appare neppure baricentrica perchè non c’è né una trama, intesa in senso tradizionale, che vada di volta in volta a raccogliere vicende e personaggi né un complicato arabesco. Insomma  i personaggi non sono personaggi tolstoiani, e non esigono neppure un padrone di stampo ottocentesco che, come un dittatore, li smisti e come un demiurgo, con soffi caldi di vita e di amore, gli dia vita e verità: in questo romanzo non agiscono e non si presentano con una simile modulo. La metafora appropriata non mi pare ne quella della trama né quella dell’arabesco ma quella di una polifonia o di un’orchestra coi personaggi rappresentati dalle vivaci voce degli strumenti che intervengono a volte per formare melodie, a volte per punteggiare, colorare, sbeffeggiare, rinforzare la narrazione con temi, con sberleffi, con singoli squillanti note, ora un trombone, ora un ottavino, ora un tamburo, ora un violino che a volte parlano fra loro, a volte borbottano, a volte corrono e si lanciano in vertiginoso fughe, come accade nei pranzi e negli incontri erotici di Mosè e nell’ultima frenetica galoppata del gran pranzo dell’elite.
Il tono del romanzo è, dunque, ben diverso dalla narrazione ordinata e controllata. Le psicologie dei singoli sono appena tratteggiate e l’autore non si cura neppure di darci una descrizione fisica. Non ne ricordo neppure una. Qualche punteggiatura occasionale sull’altezza di Giosuè, sui jeans  della signora Gauss, sulle dimensioni da botolo e sul  vestito a scacchi del demonio e nulla di più. Una scelta coerente per un romanzo in cui, alla fine, puoi quasi dire che la Versailles di Dentidoro, la casa floreale, la Torino turistica, gli scheletri, l’orchestra del regio, la neve, la caverna alchemica, e in generali i luoghi e gli eventi non sono meno personaggi dei personaggi come Mose, Giosuè o Balivo.

La cifra del romanzo è da una parte il grottesco e dall’altro la leggerezza. Leggeri sono gli amori, i sentimenti e le scene erotiche. Anche i più appassionati, anche i più vertiginosi, trovano una frase che li sdrammatizza e li fa volano leggeri. Anche l’amore totale, appassionato di Giosuè per la sua professoressa, anche le rivolte e gli odi di cui sono punteggiati, la sua anima e quelle dei suoi perversi antenati.
Se il grottesco è la cifra, il ritmo, la vivacità, la velocità sono le caratteristiche tanto dell’intreccio che della narrazione. Una ritmica che nutre anche lo stile. La narrazione, che passa da un evento all’altro, addirittura volando, che corre avanti e indietro lungo i decenni, trasportando il lettore lungo eventi così fantasiosi, rutilanti e polifonici: è la città il vero protagonista, è la città a vivere.
Se, forse, l’orchestra inizialmente suona con un po’ di fatica, perché qualche strumento sta ancora sonnecchiando, man mano che il romanzo procede tutti gli orchestrali si svegliano e il suono procede orgogliosamente. La narrazione di Giosuè prima un po’ legnosa, prende quota e si scatena coi i folli amori di Giosuè con la sua Alsazia, furoreggia con il la grottesca morte della madre peccatrice, prende il volo con il surreale episodio della caserma , con la festa e con il circo.
Anche l’impegno politico, (oggi è di moda parlare di messaggio) mantiene la cifra del grottesco. Il nemico politico è l’elite, una elite che non è né di destra né di sinistra, che è essenzialmente elitaria e radical chic, ma verso la quale l’atteggiamento del romanzo non è né violento né furibondo e si mantiene ben lontano da toni partigiani. La stessa Signora delle Olimpiadi che gradualmente s’impadronisce del romanzo e assurge a incontrastata egemone della città, esprimendo la vivace capace di sconfiggere il demonio, non è  personaggio odioso e suscita simpatia anche nelle su manifestazioni più “perverse”. Ho detto “perverse” anche se il termine perverso non si addice al personaggio, come non si addice neppure al peggior Giosuè o al folle antenato Geronimo.
 L’unico sentimento forte è forse impersonato dal padre di Giosuè, dal colossale Rattazzo, la cui famiglia è stata sterminata dai comunisti Titini. Ma anche l’odio del Rattazzo per Togliattini e Titini finisce per affogare nella multiformità dell’orchestra, costituendo al massimo una tragica disarmonia, un fastidioso errore di nota.

Lo stile è sempre denso e in buona armonia con il ritmo degli eventi. L’autore non è un incantatore di serpenti ma, comunque, il serpente esce dal sacco e si mette a ballare. Il romanzo e lo stile si modificano e migliorano con l’inoltrasi della sinfonia. Arzigogolato talvolta ma non cerebrale.
  Il peggio è l’inizio il meglio la fine. L’incipit è banale, il finale è efficacce. Il romanzo si chiude con un occhiata che percorre velocemente la sala, la città e l cielo. Sentite la musica .” Lampeggia un guerriero dipinto, le maniglie di ottone ridono e dicono: «Cose già viste». In piazza Vittorio un clown diverte la folla. Arabeschi e nubi nel cielo.”


                                                                                   
Giovanna Manganiello