sabato 30 agosto 2014

CONOSCETE APPIAS NERO?



Dall'io al cosmo
I fisici parlano con i matematici, i matematici dialogano con Dio. E chi comunica con il “pubblico”? Galileo, al contrario di Bruno, aveva un’idea abbastanza precisa della divulgazione “scientifica”: la nuova scienza non poteva permettersi di ignorarla. La comunicazione diventava così un’esigenza strutturale dell’impresa scientifica. Oggi si comincia a parlare di “scienza di massa”; il che non significa affatto che la scienza sia insegnata a tutti, ma che i nuovi mezzi di comunicazione di massa (Internet) consentirebbero (il condizionale è d’obbligo perché si tratta di una possibilità), per la prima volta, la pubblicazione dei risultati delle ricerche senza il filtro delle revisioni critiche. Dove collocare il libro di Barrow?[1] Naturalmente nel grande fiume della divulgazione accuratamente filtrata; in altre parole al di sotto di Galileo, Cartesio, Newton (tutti scrittori di “talento”) e al di sopra della scienza “post-accademica” praticabile nella rete Internet.

Il libro di Barrow è una specie di miscellanea (anche se la rosa degli argomenti è abbastanza ristretta) che riunisce articoli di giornali e riviste specializzate, brevi saggi divulgativi, recensioni. Redatti in periodi differenti e stilisticamente disomogenei, gli articoli sono ripartiti in dieci sezioni. Ciascuna sezione è preceduta da un’introduzione che documenta le circostanze in cui gli articoli sono stati stesi. Dicevamo che la rosa degli argomenti è abbastanza ristretta. Di fatto si ragiona soprattutto di matematica (l’universo è matematico?), dell’origine dell’universo (Big Bang e teorie rivali), dell’origine della vita (dall’angolatura offerta dal cosiddetto principio antropico), della ricerca, nell’ambito della fisica, di una Teoria del Tutto (GUT), del rapporto fra scienza e religione (è di moda la scommessa di Pascal?), e scienza ed estetica (forse l’evoluzionismo le spiega entrambe). Nell’impossibilità di illustrare con dovizia di particolari il percorso delle variazioni attorno agli argomenti testé elencati, ci accontenteremo di esporre cinque di rilievi epistemologici. 
1) Psicologia o epistemologia evoluzionistica. L’a priori kantiano, per Barrow equiparabile ad un “paio di occhiali con lenti rosa” (sic!), lascia aperte troppe domande; le risposte ce le fornisce quella specie di darwinismo filosofico che prende il nome di “epistemologia evoluzionistica”. Popper stesso sembra proporre l’adozione di un criterio di “selezione naturale” quando consiglia il suo metodo per tentativi ed errori (congetture e confutazioni). Ma per Barrow resta ancora molto da dire sulle “basi” di questa epistemologia evoluzionistica. Pertanto la filosofia della scienza non è una scienza. In ogni modo, l’epistemologia evoluzionistica giustificherebbe un certo realismo (ancora Popper?), perché, quando ne traessimo il corollario, la nostra visione del mondo sarebbe la conseguenza di un processo di evoluzione naturale. Ma questo è vero fino ad un certo punto: come si connette infatti l’evoluzione con la fisica delle particelle, i buchi neri e le leggi ultime della natura? Barrow conclude quindi che la fisica non sembra rispondere a un’esigenza evolutiva. La nostra capacità scientifica non sarebbe in questo senso che un prodotto collaterale degli adattamenti ambientali che possono non sussistere più: le menti dell’uomo si sono evolute per altri scopi. E tuttavia la mancanza di una stringente esigenza evolutiva a proposito della fisica (ma anche della matematica) ci porta a pensare che queste discipline non inventino, ma scoprano (come Cristoforo Colombo). In altre parole queste discipline non vedono condizionamenti evolutivi. 
2) Semplicità e complessità. Il passo che, secondo Barrow, non avrebbero compiuto i filosofi è il seguente: non avrebbero compreso come da leggi semplici, basate sulla simmetria (cioè sulla conservazione di una qualche invarianza, tipo la carica dell’elettrone), possano derivare esiti complessi (complessità organizzate come la vita) che rompono la simmetria. Barrow, peraltro, riconduce questa bipartizione (leggi simmetriche-esiti asimmetrici) a due tradizioni opposte: quella platonica e quella aristotelica. Nell’alveo della prima tradizione si collocano i fisici teorici e i fisici delle particelle; in quello della seconda i fisici sperimentali, i biologi, la medicina tutta, l’economia, la meteorologia. Lo studio della complessità e del caos da parte dei fisici è però una conquista recente: la complessità è un nuovo paradigma che richiede un approccio interdisciplinare e l’uso del computer. 
3) Lo studio dei sistemi caotici, in cui è escluso il determinismo (a causa dell’impossibilità di stabilire con certezza le condizioni iniziali), è comprensibile solo con la legge dei grandi numeri (nel senso che, alla lunga, essi obbediscono alla distribuzione gaussiana). Quest’assenza di determinismo, nonostante la presenza dei modelli matematici statistici e probabilistici, costituisce, a giudizio di Barrow, un antidoto contro i filosofi della scienza che danno risalto alla falsificazione e alla predizione (ancora Popper). Proprio lo studio del caos suggerisce però un ulteriore rilievo epistemologico. L’idea galileiana di un libro del mondo scritto con caratteri matematici non smette di trovare conferma: l’universo è matematico; pi greco sta scritto nel cielo. Per il fisico teorico, quindi, il mondo può essere ridotto ad uno schema (pattern) e la scienza può essere descritta come l’attività di ricerca di compressioni (abbreviazioni). A questo punto sorge però una domanda: esistono limiti concettuali in questa ricerca? La dimostrazione che Gregory Chaitin ha dato del teorema di incompletezza di Gödel può essere espressa come l’impossibilità che una comprensione sia quella definitiva: ve ne potrebbe essere una più semplice e profonda che aspetta di essere scoperta. Di fatto esistono sequenze casuali o incomprimibili a prima vista. 
4) Simmetria come euristica. Se le simmetrie (che affermano che può accadere di tutto purché, qualunque cosa accada, non disturbi il mantenimento di una certa invarianza) stanno scritte nel cielo, sulla terra fungono da guida per la ricerca. I filosofi della scienza parlerebbero in questo caso di euristica. 
5) “A priori” e principi antropici. Il principio antropico, la tesi secondo la quale l’universo è “fatto apposta” per un osservatore intelligente come l’uomo, costituisce, a conti fatti, una specie di “a priori”: garantisce della necessità di alcune proprietà fondamentali dell’universo per il semplice fatto, si fa per dire, che questi osservatori ci sono. Il fatto che vi siano osservatori è la “pietra di paragone”, la teoria che funge da pietra di paragone, per dirla con Lakatos, per tutti i modelli cosmologici.

Lorenzo Leone 

Note


[1] John D. Barrow, (Between Inner Space and Outer Space. Essays on Science, Art, And Philosophy) Dall’io al cosmo, Arte, scienza, filosofia, tr. it. Stefano Gattei, Raffaello Cortina editore, 2000, p. 448.

venerdì 29 agosto 2014

LA BAROCCA PROSA DI VANCE di E. Saia - LETTERATURA



Jack Vance   LETTERATURA

Sto rileggendo qua e là racconti di fantascienza tratti dall’antologia di Solmi e dal libro degli Ugo.
Alcuni sono comuni alle due raccolte.


Amo la prosa di Vance, la struttura, il vocabolo inventato, la sorpresa degli aggettivi, la straordinaria capacità di descrivere colori e paesaggi immaginari, inventati. Le trame e le vicende delle sue storie, i suoi mondi inventati sono tanto insensati da riuscire a sorprenderti. Come si fa a descrivere seriamente un mondo in cui l’attività fondamentale è la preparazione dei veleni? Inventa creature incredibili! Non sai mai se è serio, grottesco, sarcastico o ingenuo. Paesaggi stupendi, vocaboli stravaganti, funivie lunghe migliaia di chilometri, razze demenziali e l’incredibile dialogo. Tutti, donne, uomini, delinquenti, saggi, eroi, patrizi, plebei, criminali parlano con lo stesso ritmo e con lo stesso aristocratico vocabolario; come se tutti quanti, anche l’ultimo ubriacone, avessero preso almeno due lauree a Oxford.
Vance sei unico. Sono innamorato della sua fantasia e del suo linguaggio barocco. Scriverò ancora della tua fantasia vulcanica, traboccante, incontenibile. E della tua prosa, del tuo linguaggio, dei tuoi boschi, dei tuoi alberi, dei tuoi cannoni di sabbia.


giovedì 28 agosto 2014

MARTIN SCORSESE di E.Saia CINEMA


Martin Scorsese come Donizetti 

 Martin Scorsese, Taxi driver, Toro scatenato, Quei bravi ragazzi. Il livello del racconto e la capacità di raccontare, incidendo drammaticamente sulle vicende, lo rendono forse il più grande regista americano dei nostri giorni. Direi che il livello è sempre molto alto come la velocità con cui gira e la bravura con cui riesce a pilotare vicende e attori. Mi ricorda Donizetti.
Anche Donizetti componeva come una locomotiva. Un’opera ogni otto, nove mesi. Senza contare le messe, le cantate, i quartetti, le canzoni, ecc. ma Donizetti creava capolavori e opere pessime mentre il livello di Scorzese mi pare non scenda mai al disotto di un’assoluta bravura.

mercoledì 27 agosto 2014

Grandi scrittori, grandi musicisti e microcervelli - Ezio Saia - Letteratura


 
LORO CREDONO DI AVERLO EXTRALARGE
I magnifici quattro  -  LETTERATURA

Cent’anni di solitudine di Marquez, Il tamburo di latta di Grass, Il Maestro e Margherita di Bulkakov ,
Poi?
 La casa verde di Varglas Losa e l’ Orlando di Virginia Woolf.

A allora dove mettiamo Colossi come Joyce, Proust, Kafka, Celine?
Penso a queste graduatorie mentre nelle orecchie sfilano gli eroi del Crepuscolo degli dei.

Musiche sempre di Wagner. Comincio con l’entrata degli dei nel Walhalla, segue il Finale de La caduta degli dei poi  … lasciamo perdere questa è musica troppo bella che, oltretutto, commuovendo, distrae…e ascoltiamo la prima sinfonia di Brahms non meno bella ma che non distrae...
Tornando ai romanzieri del secolo scorso, chi dobbiamo mettere nei primi dieci, venti cento? Lasciamo perdere i premi Nobel decisi da quelle menti supreme, da quelle aquile somme, da quelle cime estreme dell’evoluzione darwiniana, da quelle eccellenze che possiamo solo guardare dal di sotto in su e adorare perché sono così in alto, in alto, coi loro cervelli...



martedì 26 agosto 2014

Il premio Nobel A SARAMAGO


Il premio Nobel A SARAMAGO. LETTERATURA

Finalmente il Nobel a un grande Romanziere. Riprendo in mano i due volumi che la collana di Mondadori     dedica a Saramago. Che grande autore! Il migliore mi sembra Tutti i nomi per tanti motivi, la descrizione kafkiana dell’ufficio che privilegia la messa in evidenza di una rigorosa ideale geometria. Il girovagare insensato, l’odissea, dell’impiegatuccio, ecc. Non mi è piaciuto il finale. Anzi direi che è di troppo.
Anche L’Isola di Roccia e il Memoriale sono notevoli! Più che notevoli.
Troppo lungo, troppo lavorato mi pare  L’anno della morte di Riccardo Reis.  Non amo neppure  Il vangelo secondo Gesù Cristo. Buono Storia dell’Assedio di Lisbona. Quando ho scritto La città e il demonio di cui potete trovare notizia sia nella pagina 2 del blog sia a questo indirizzo LA CITTA' E IL DEMONIO, la storia d’amore fra La signora Gauss e il Professor Fato ripercorre indegnamente la trama di questo romanzo. 

Comunque un gran Nobel.

lunedì 25 agosto 2014

Enzo Mattiotto. Grande Matiotto - Grande Segrè - ricordo di Ezio Saia

ENZO MATTIOTTO





Il titolo lo avrei dovuto scrivere tutto in lettere maiuscole ma ormai è scritto e del resto Enzo il nome in maiuscolo se l'è conquistato da solo con la sua vita.
Lui mi iniziò alla pittura e, in genere alle arti figurative, io lo iniziai alla letteratura. Acquistava settimanalmente i classici della letteratura dell'editore Salani e si costruì una libreria in legno, sotto la scala che portava dal piano terra all'alloggio. Abbandonò i classici Salani e assieme iniziammo I capolavori nei secoli, fascicoli di pittura, scultura, architettura editi settimanalmente dalla FRATELLI FABBRI EDITORI di Alba. Forse nessuno dei due finì la raccolta. Arrivammo al barocco e dovemmo abbandonarla per iniziare I maestri del colore della stessa casa editrice; una collana a colori, economica ma di una tal perfezione e grandezza da togliere il fiato. In Italia nessuno aveva mai visto nulla di simile. Lui la continuò, credo, mentre io passai dopo una quarantina di fascicoli alla Storia della musica, dispense con piccolo disco a 33 giri. Purtroppo la storia era già arrivata alle soglie dell'ottocento ma riuscii a ricuperare qualche numero arretrato. Questa è la sequenza che ricordo.
Da quella musica venni a conoscenza di Monteverdi e di Cherubini, ad esempio, e per me fu un'esperienza eccezionale ed entusiasmante. Cercai di comunicargli il mio entusiasmo ma senza riuscirci. Fu anzi molto lapidario e mi insegnò che disperdere la propria attenzione su troppi interessi non poteva che sfociare in un totale dilettantismo e in una totale superficialità. Non mi offesi per il rimprovero perché era troppo evidentemente giusto e io, già dispersivo allora, continuai ad esserlo per tutta la vita.
Oltretutto ormai la filosofia aveva quasi monopolizzato la mia attenzione e avevo imparato a vedere tutto con gli occhi della filosofia.
Ho detto che mi iniziò alla pittura ma fece molto di più. Lui che dipingeva dalle scuole medie inferiori con i colori ad olio, mi invogliò a imparare e mi aiutò ad acquistare l'attrezzatura accompagnandomi in un magazzino all'ingrosso convenzionato con l'Arsenale dove lavorava suo padre. Lui dipingeva molto meglio di me ma, a un certo punto smise, perché si dichiarò incapace di inserire i volumi nello spazio. Mi spiegò cosa intendeva con quell'"inserire i volumi" servendosi di dipinti di Raffaello e Mantegna e dalla sua chiarissima spiegazione sui pieni e sui vuoti, sui colori e sui contrasti, capii che il mio "inserimento" dei volumi nello spazio, le mie composizioni di pieni e di vuoti, erano molto peggiori delle sue.
Con lui imparai a marinare la scuola e a frequentare La Bussola in via Po' e le poche altre gallerie accessibili.
Era un animo molto generoso e onesto. Avrebbe potuto eccellere in tutte le attività ma giustamente seppe rinunciare e impegnarsi in quella manageriale costruendo una delle più grandi imprese del Piemonte e portandovi la sua sensibilità per l'equilibrio fra verde e fabbricati, tra natura e cultura. Mi piaceva parlare con lui e, quando, dopo il Politecnico, non fu più possibile, perché si ritrovò totalmente assorbito dalla sua attività di impresario, ne sentii molto la mancanza.
Sono stato suo compagno alle medie, al liceo, e al Politecnico anche se lui scelse il ramo civile e io quello elettrotecnico. Quando morì, morì più di un amico.

Grande Enzo Mattiotto! Grande classe Segrè!


sabato 23 agosto 2014

BOITO COMPOSITORE di E. Saia - MUSICA



Boito -  M


Non è molto stimato come compositore. Anzi è quasi dimenticato. Ma per quel poco che ascolto di tanto in tanto è un vero musicista. Ascolto il prologo, il finale, qualche pezzo del Mefistofele e qualche pezzo, tra cui il finale, del Nerone. Il duetto finale del Nerone è di una bellezza incredibile. Almeno questo è ciò che sento io. Anche il prologo del Mefistofele è bello e anche il finale, anche se un po’ troppo pomposo e maestoso. Ad entrambi preferisco l’umanissimo finale del Nerone.

venerdì 22 agosto 2014

FINALI D'OPERA - MUSICA - Ezio saia



Finali d’opera - MUSICA

Quali i migliori?
Il coro del Tell sicuramente
Il concertato della Norma
Canto e morte di Isotta del Tristano
Il concertato dell’Aida
Il duetto de L’Incoronazione di Poppea
E chissà quanti altri che ora non ricordo o che non conosco.
E che dire del perdono nelle Nozze di Figaro?
E della dannazione nel Don Giovanni?
E che dire dei finali drammatici, umanissimi di Jenufa (secondo atto) e del caso Makropulos di quel gigante misconosciuto della musica che fu Janacek
Comicerò dalla fine da  caso Makropulos 





giovedì 21 agosto 2014

BOITO IL MAGO - MUSICA, LETTERATURA - Ezio Saia


BOITO IL MAGO - MUSICA 

Mago e prestigiatore di lingua e vocaboli, di accostamenti e sillabe. Giocoliere vertiginoso nell’Otello di Verdi nella scena della festa del primo atto. E come Verdi seppe sovrapporre il suo gioco e incorporare quelle meraviglie!
Fuoco di gioia l’ilare vampa
Fuga la notte col suo splendor
Guizza sfavilla crepita avvampa
Fulgido incendio, che invade il cor.

Dal raggio attratti vaghi sembianti
Muovono intorno mutando stuol
E son fanciulle dai lieti canti
e son farfalle dell’igneo vol

ancora più barpècchi i versi fra coro e Cassio e Jago
Innaffia l’ugola!
Trinca tracanna!
Prima che svampino
Canto e bicchier

Questa del Pampino
Verace manna
Do vaghe annugola
Nebbie pensier

Chi all’esca ha morso
Del ditirambo
Spavaldo e strambo
Beva con me






Ancor più stupefacente e ammagliante nel libretto della Gioconda di Ponchielli:


Deh! non tremar!
Siamo in un'isola ~ tutta deserta,
tra mare e cielo ~ tra cielo e mar!
Vedrem pur ora tramontar la luna...
quando sarà corcata, all'aura bruna
noi salperem; cogli occhi al firmamento,
coi baci in fronte e co' le vele al vento!
.
LAURA E ENZO
Laggiù nelle nebbie remote,
laggiù nelle tenebre ignote,
sta il segno del nostro cammin.
Nell'onde, nell'ombre, nei venti,
fidenti, ridenti, fuggenti,
gittiamo la vita e il destin.
La luna discende, discende
ricinta di roride bende,
siccome una sposa all'altar.
E asconde ~ la spenta ~ parvenza
nell'onde; ~ con lenta ~ cadenza
la luna è discesa nel mar!


Non credo che Ponchielli abbia saputo utilizzare un simile splendore. Ma è poi splendore? O esagerazione? O marinismo. A me quei versi piacciono ma io ero forse l’unico a cui Marino e il marinismo piacevano tanto da spingermi a leggere un testo dal titolo Poesie del Marino e dei marinisti preso a prestito dalla biblioteca e, a quanto ricordo, così nuovo che dubito mai fosse stato sfogliato da mano di docente o di allievo.

I piace anche la musica con cui Ponchielli  riveste le parole. L’ho detta grossa. Da far inorridire e scandalizzare la società civile per la salvaguardia dell’arte classica, ma va bene così. (quelli hanno nasi così delicati! Ma di questi favolosi nasi parlerò un’altra volta)

27 Il torbido incandescente fuoco di Cammarano M



Verranno a te sull’aure
I miei sospiri ardenti
Udrai sul mar che mormora
L’eco dei miei lamenti.


E di dolor
versa un’amara lacrima
su questo pegno ancor.

Sono i versi con cui Lucia e      i due amanti, il cui amore segreto e poi ferocemente contrastato dalle due famiglie che si odiano, si salutano alla vigilia della partenza di lui.
Riuscite a pensare a versi d’amore più ardenti?
Non sono in completa linea con quella intensa Lucia che impazzirà per amore? Non sono perfettamente aderenti al canto finale di lui quando intona: “Tu che a Dio spiegasti l’ale



I versi e l’impostazione di quell’immane fucina di fuoco che è il Trovatore sono ancora più roventi di sentimento?

Versi, Parole pronte per ricevere le musiche altrettanto ardenti di Donizetti e di Verdi. Senza il crogiolo di sentimenti spremuti dal cuore di Cammarano  e fissati in parole di fuoco Il trovatore e la Lucia forse non sarebbero quelle grandi opere che sono. Togliamo il forse.


mercoledì 20 agosto 2014

PALESTRINA, VERDI, BERLIOZ di E. Saia - Musica


BERLIOZ



PALESTRINA, VERDI, BERLIOZ -  Musica

Tra i tanti capolavori di Requiem che sono stati composti nei secoli anche nel secolo scorso quelli di Strawinskij, di Henze, di Faurè, di Grieg. Conosco i primi due e mi paiono buoni. Strawinskij in tutte le sue versioni riesce a convincere. Sono molto diversi da quelli romantici di Berlioz, di Verdi, di  Cherubini. Non conosco quello di Brahms. Ma prima di questi autori ci sono secoli di musica religiosa. C’è Palestrina con la sua Messa dei morti, che ho appena ascoltato per la decima o dodicesima volta. Che calma, che sofferenza serena, che fede, che amore! Non c’è davvero bisogno della concitazione, della terribilità, del fragore dei Requiem romantici. Quanta distanza da Verdi! Quanta dal fragore artificiale di Berlioz.

Berlioz - Dies Irae

Stravinskij - Requiem Canticles

martedì 19 agosto 2014

CINEMA ITALIANO - CAPOLAVORI? - Cinema - Ezio Saia


CINEMA ITALIANO  - Cinema
Alla fin fine se dovessi riassumere quaranta e più anni di cinema italiano farei ben pochi nomi:

Fellini: tutto
Antonioni: La notte, Blow up e Professione reporter
Visconti Luchino: nulla
Petri: Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto
Wertmuller: I basilischi
Fratelli Taviani: La notte di san Lorenzo
De Sica: La bicicletta
Rossellini: Paisà, Roma città aperta
Risi: Il sorpasso
Bertolucci:  Il conformista, Il te nel deserto

Poi ci sono quelli dignitosi ma non geniali
Molto Scola
Molto Pasolini
Pasolini racconta meglio e con più personalità di Visconti ma non mi ha mai convinto, buoni film (anche l’episodio la ricotta), buoni spunti, chiarezza d’indirizzo, ma, ma… .In ogni caso meglio Pasolini regista del Pasolini scrittore. Non so del Pasolini poeta. Pensatore? Ne parlerò un’altra volta.
Ci sono poi quelli non dignitosi ma geniali

Come non considerare geniali film di Monicelli come:
L’armata Brancaleone
I compagni
I soliti ignoti
Speriamo che sia femmina
Il marchese del Grillo

E con altri significati le opere di Leone


lunedì 18 agosto 2014

I RACCONTI DI ZELASNY di E. Saia - LETTERATURA


LETTERATURA
I racconti di Zelasny   
Sto rileggendo qua e là racconti di fantascienza tratti dall’antologia di Solmi e dal libro degli Ugo.
Alcuni sono comuni alle due raccolte.

I racconti di Zelasny alla velocità della luce. La velocità vertiginosa del racconto vuole riflettere la velocità di vivere, sensazioni, sentimenti, emozioni, vita? Le vicende sono vissute con l’ansia alla gola e le brevi pause sono vere oasi. Coi sentimenti non ci sa fare, ma ciò nonostante ha scritto racconti capaci di emozionare. Ha uno stile personale, un vero stile. Una rosa per l’Ecclesiaste è un bel racconto.
E’ un mago delle metafore. Varrebbe la pena trascriverle ma per farlo dovrei rileggere e non ne ho voglia. La più bella? Cimici tipografiche per le lettere dell’alfabeto.
Barocco. 

 

sabato 16 agosto 2014

WITTTGENSTEIN :- dopo il Tractatus - FILOSOFIA - Ezio Saia



Pensatori citati

Wittgenstein, Russell, Bernays, Peano, Kroneker, Ramsey









Testi Citati

Tractatus, Ricerche filosofiche, Osservazioni sopra i fondamenti della matematica, Grammatica filosofica, Principia Matematica

Concetti trattati
Linguaggio, Linguaggi, Giochi linguistici, Riduzionismo, Principio d’estensionalità

Dopo il Tractatus. Brevi considerazione sulla nuova concezione del linguaggio e sul problema del riduzionismo in Wittgenstein.

Quando W. Abbandona la concezione del Tractatus per passare a quella conosciuta come giochi linguistici penso che compia un errore. Prima aveva equivocato sul rapporto fra rappresentazione analogica e linguaggio informativo e ora confonde rappresentazione e linguaggio anche se in maniera diversa.
W. parla di giochi linguistici e dagli esempi che propone (ad esempio quello del muratore fra aiutante e muratore) tratta le parole non come segni linguistici, segni del linguaggio ma come entità semiotiche di un sistema informativo. Ma un sistema informativo non un linguaggio!
Si possono usare le parole in tanti modi. Da bambini si gioca a nascondino e si deve toccare una zona gridando “Libero!”. Il guidatore svolta, se vede il cartello di divieto, e farebbe lo stesso se leggesse la parola “Divieto”. Il muratore al posto delle frasi dice delle parole e ognuna di quelle parole ha significati aggiuntivi; se dice “cazzuola!” può intendere “Porgimi la cazzuola”, se dice “martello!”, può intendere sia “Dammi il martello!” sia “Attenzione al martello!”.
Una posizione dettata dal fatto che Wittgenstein non accetta più neppure come sensata una filosofia del linguaggio, perché rifiuta l’idea che esista il linguaggio. Una posizione che molti non possono condividere e che anch’io non condivido. La peculiarità del linguaggio rispetto ai vari sistemi informativi è proprio la possibilità di citarsi e di descriversi. Il linguaggio del disegno tecnico non è in grado di farlo, neppure quello dei segnali stradali, neppure quello del gioco linguistico del muratore, perché, anche se usano le parole del linguaggio, non sono linguaggi ma sistemi organizzati di informazioni, sistemi di segnali, codici parlanti, ecc.
Alla base del pensiero di Wittgenstein sta il suo estremo antiriduzionismo ben presente oltre che nelle Ricerche filosofiche, nelle Osservazioni sopra i fondamenti della matematica e nella Grammatica filosofica.
Un atteggiamento antiriduzionista anima questi scritti e non solo in relazione al riduzionismo matematico. L’antiriduzionismo si manifesta in maniera così radicale da indurre Bernays a bollarlo come un irrazionale atteggiamento distruttivo, condotto senza alcun chiaro fine, verso il pensiero speculativo.
Le Osservazioni non hanno un impianto unitario; sono successioni di pensieri, esempi, impressioni, appunti scritti, in periodi diversi, forse in preparazione di un saggio che poi non fu mai scritto. Un filo conduttore però c'è. Wittgenstein si esprime sia contro il formalismo, sia contro il logicismo e in genere contro ogni pretesa di dare un fondamento, un impianto unitario alla matematica. Anche se talvolta il suo discorso ricalca il pensiero finitista o intuizionista, Wittgenstein è in effetti lontano da ogni teorizzazione. Sembra quasi che la sua profonda avversione per ogni dottrina, per ogni teoria che sarebbe, in ogni caso, "una" (sola) teoria sul "mondo" (tutto) lo metta in guardia dall'esprimere una sua teoria. Il suo atteggiamento filosofico è ossessivamente avverso a ogni tentativo che, in qualche modo, cerchi di unificare concettualmente tutto ciò che va sotto il nome di "Matematica". Tutto il trattato è un ossessionante esposizione di esempi a confutazione del principio di estensionalità: per Wittgenstein il pensiero secondo il quale concetti con ugual estensione sono interscambiabili, è la malattia della filosofia.
Se i Principia di Russell rappresentano, in matematica, l'estremo riduzionismo (dove il riduzionismo avviene dalla matematica alla logica), gli sparsi pensieri di Wittgenstein. rappresentano l'antiriduzionismo teorico estremo, che si manifesta come opposizione a ogni unità di significato della matematica e quindi a ogni tipo di fondazione della stessa matematica.
 Così il numero 60 non è lo stesso che il numero 6x10 (la pratica della vita lo testimonia: si può essere capaci di fare sei mucchietti da dieci o dieci da sei senza saper contare fino a 60), la retta popolata da numeri non rappresenta la potenza del continuo, il calcolo letterale è irriducibile a quello numerico, il calcolo nella notazione decimale è altra cosa rispetto a quello eseguito con bastoncini. I numeri del pallottoliere non sono quelli definiti dal logicismo.
 Tutto ciò non viene argomentato, ma viene illustrato da esempi che fungono da esemplari. Per Wittgenstein tutto il riduzionismo si basa sulla perdita d'identità, sul camuffamento: "Se li avvolgiamo in una quantità sufficiente di carta, tavoli, sedie, sbarre, alla fine, ci sembrano sfere" (2.52)
Secondo le Osservazioni un numero irrazionale è la legge che lo genera. In casi come questi sembra che, per Wittgenstein, il carattere definitorio sia di tipo genetico, ma qui il “genetico” non è né sistematico né definitorio e pare più l'occasione per divaricare identità e negare possibilità d'estensione. Paradossalmente qui si potrebbe sostenere che, se una stessa p può essere dimostrata con due o più metodi, quelle p non possono condividere pienamente il senso.
 Wittgenstein non da alcun peso al fatto che con i “numeri” della logica si riesca a pervenire agli stessi teoremi a cui si perviene con i “numeri” della matematica. Per lui i due tipi di numeri non sono gli stessi numeri. Fare calcoli con numeri grandi diventa impossibile se si usano i numeri intesi come classi di classi ed è inutile dire che in teoria sarebbe possibile; anche misurare la distanza dalla terra alla luna con un righello è possibile in teoria, ma in effetti non si può fare. Possiamo assimilare fra loro numeri diversi, ma solo al prezzo camuffarli, di perdere qualcosa (ad esempio, la semplicità di certe operazioni, la loro coordinazione nelle varie notazioni posizionali), di ridurli a maschere impotenti e goffe. Il formalismo logico, lungi dal fondarli, li appesantisce e li traveste.
Al più Wittgenstein sarebbe disposto ad ammettere che i numeri dei Principia sono cose che, all'interno dei Principia e del suo orizzonte teorico, si comportano più o meno come gli altri tipi di numeri all'interno dei rispettivi orizzonti teorici, ma, in ogni caso, quei numeri non sono quegli altri numeri: i numeri dei Principia, non sono quelli di Peano, non sono quelli dell'abaco e neppure quelli di Kroneker .

La novità della posizione di Wittgenstein non fu tanto nel fatto di rifiutare questo o quel riduzionismo, ma di rifiutarne l'idea come abito mentale. Ma ha senso una posizione così radicale?
Anche qui è una questione funzionale e la riduzione è una teoria che ci da informazioni.
Se ogni riduzione fosse insensata non funzionerebbe nulla nel nostro comprenderci e nel nostro comunicare. Riconoscere che il nostro comunicare non è una completa babele, significa accettare una certa possibilità di operare riduzioni.
Il Wittgenstein delle Ricerche non pare, inoltre, superare la caratterizzazione concettuale come operazione di predicati e alla fine conclude (vedi l'esempio dei giochi) che si riesce a concettualizzare ben poco e che è meglio abbandonare tutti questi inutili sforzi e parlare, ad esempio, di somiglianze di famiglia. Lo stesso concetto di "concetto"- e questo è un tema ricorrente in Wittgenstein - riunisce troppe cose diverse che non hanno alcuna nota comune, ma solo somiglianze di famiglia.
Quando però analizza la frase “Questo è rosso” asserendo, contro l’empirismo logico, che l’enunciato va bel al di là della semplice registrazione di un dato osservativo, perché presuppone la conoscenza di un  bel po’ di linguaggio, dà a-l linguaggio una valenza tale da escludere di poter parlare genericamente di giochi linguistici e non di il linguaggio.

Ancora un’osservazioni riguardanti possibili influenze sul pensiero di Wittgenstein di F.P. Ramsey l’unico pensatore, citato nella prefazione alle Ricerche, verso il cui pensiero Wittgenstein riconosce debiti filosofici.
In un suo scritto postumo sulle teorie, Ramsey discute l’importanza delle definizioni esplicite e conclude che le teorie, per essere operative e per poter crescere e adeguarsi a nuove scoperte non devono essere scritte mediante definizioni esplicite delle grandezze teoriche. Una conclusione che è per lo meno parente dell’indefinibilità del concetto così come presentata da Wittgenstein.


giovedì 14 agosto 2014

I LIBRI DELLA MEDUSA - letteratura e ricordi - Ezio Saia

LA MEDUSA 

La Medusa era una collana Nobile e Cara e Irraggiungibile. Una bella collana! Bella sotto tutti gli aspetti: buoni autori, buoni romanzi, buona carta, bella copertina, pagine cucite e non incollate.C'erano tanti autori che potevi anche comprare nella collana sorella e proletaria I LIBRI DEL PAVONE ma tanti erano solo nella MEDUSA.
Qualcosa della MEDUSA trovavi nelle bancherelle ma poco; davvero poco.
Nella Medusa trovavi i due Mann, Thomas ed  Heinrich, trovavi Dos Passos,  S.Lewis, Lawrence, Hesse, Gidè, Virginia Wolf, Kafka, Werfel, Fallada, Mauriac, Faulkner, Koestler, Bernanos, Fante.
Di Steinbek il meglio lo lessi su vecchi Bompiani trovati in bancherella. Trovai Pian della Tortilla e La Battaglia. Furore, sempre di Bompiani, mi arrivò in regalo.
Come ho scritto sopra, nella collana c'era anche Kafka ma solo Il Castello e forse, America, Il Processo lo lessi in una splendida edizione di Frassinelli. 



MUTI E IL PRIMO VERDI di E. Saia - MUSICA



Muti e il primo Verdi      MUSICA

Dicono che esiste un direttore d’orchestra, Muti che farebbe miracoli con le prime opere di Verdi! Lasciamoglieli fare.

Se i miracoli sono come quelli dell’aria Tutto apprendi sventurato del Tell o come del concertato finale del secondo atto dell’Otello, allora quei miracoli se li tenga pure.



mercoledì 13 agosto 2014

CHERUBINI E CIMAROSA di E. Saia MUSICA



 Il nostro Cherubini, MUSICA

 Un italiano ma così poco italiano, così poco amato dagli italiani e così tanto amato dai tedeschi! Stupirsi? Mi stupirei del contrario. Cherubini componeva ai tempi di Cimarosa e di Paisiello, bravi e geniali, ma cuochi che servivano melodia a colazione a pranzo e a cena e gelato alla crema con panna di pomeriggio. Tanta bella musica ma anche tante riccioli e vezzosi tirabaci. Ti ammagliano, sorridono, fanno i buffoni, ti sbaciucchiano coi loro succulenti gossip. Nulla ovviamente di questo in Cherubini.

Questa notte tra il resto il suo Requiem. Il secondo e, a mio avviso, il migliore dei due.




martedì 12 agosto 2014

MUSICA EROTICA DI Ezio Saia - MUSICA




 Musica erotica
Mozart , Wagner, Monteverdi, Non Verdi, non Puccini e neppure Rossini. Wagner rappresenta l’erotismo tragico! Tra il cielo e la terra? Tra la luce e il buio? Certo che il crescendo del Tristano nel giardino incantato sembra proprio un’ascesa erotica: un amore senza respiro. Anche il Lebestod  che sto sentendo adesso, sembra un’ascesa erotica. Il che mi conferma l’impressione che l’esasperato erotismo quasi coincida  con l’ascesa mistica. Almeno in musica!

In Mozart, parlo del Matrimonio di Figaro l’aura erotica è tutta diversa; meno pesante ma non meno forte; anzi tutto il contrario. Qui tutto è impregnato, tutto respira sensualità, turbamento, erotismo. Tutto palpita erotismo, tutto è  turbamento erotico, tutto è sospiro; anche i mobili sospirano, respirano ed espirano sensualità.  
 


lunedì 11 agosto 2014

I LIBRI DELLA BMM - letteratura e ricordi - Ezio Saia

I libri della bmm
Dapprima erano avorio con riquadro oro dei titoli, poi gialli con scritta rosso o nera o verde, poi anonimamente grigi e infine la morte.
La Bmm era un universo. Nella Bmm c'era tutto. 
In fondo al libro leggo:




Romanzi e racconti colore rosso
Arti figurative, verde chiaro
Biografie e documenti,  bruno
Poesia,  azzurro
Teatro, viola 
Religione, filosofia, psicologia, blu
Saggistica, verde oliva  
Geografia, verde scuro
Scienza e tecnica, arancio
Manuali, oro

Come si vede era una collana colossale e enciclopedica, C'erano i classici ma anche i moderni e i contemporanei. Di Mann lessi Altezza reale e Morte a Venezia, di Stendhal, La Certosa di Parma e Il Rosso e il Nero. C'era praticamente tutto Pirandello per cui allora andavo pazzo. C'erano Ibsen e Shaw, c'erano la Deledda, Levi, Fogazzaro Verne, D'annunzio, Simenon, Momiglianio (lo storico, che Einaudi cercò invano di coinvolgere per dirigere la sua colossale summa storica della Storia d'italia) e Cecov (Il duello) ei Lirici greci di Quasimodo.
Della Bmm lessi molto Pirandello e molto Bernard Shaw.
Mi vengono in mente molti titoli ma forse faccio confusione con gli Oscar. 

sabato 9 agosto 2014

Giocolieri, Maghi o fattucchieri? di Ezio Saia - SOCIETA'



Giocolieri o Maghi o Fattucchieri? di Ezio Saia - P.

E’ dal 2001 dopo le torri gemelle che vedo gli economisti fare severissime indagini e severissimi e difficilissimi calcoli. Da quei calcoli dovrebbero uscire iluminate, sapienti e, soprattutto certe e scientifiche previsioni. Previsioni su tutto… sul prodotto interno lordo, sulle tasse, sugli occupati ecc. 
Che delusioni! Errori! Errori! Errori! 
Sempre e soltanto errori! 
Sbagliano tutto! sbagliano tutte le previsioni! E'incredibile ma è così. 
Prego, chiamateli asini o indovini o fattucchieri ma è lecita una domanda: di fronte a tutti questi errori come è possibile che non si scusino, che non avvertano, che non cambino modello. Se un modello non funziona, lo si cambia, lo si modifica o si continua tranquillamente a usarlo? Le previsioni non si danno con un più o un meno, un margine d’errore?
L’impressione è che il guaio sia ancora più forte, l'impressione è che sia generale e istituzionale. Che, in qualche modo, dopo errori in quantità colossale, si sentano autorizzati non a tacere come dovrebbero ma, ad esempio, a dichiarare "Avremo un incremento del PIL del 3% con un possibile errore in più o in meno del 2%". 
Non lo fanno perchè, anche se continuano a snocciolare cretinate e numeri a caso, trovano ugualmente un mercato anzi, più errori fanno più li si guarda come grandi maghi ed esperti in una scienza complicatissima, una scienza che è un immane labirinto dove tutti noi, poveri cretini, ci si perderebbe e dove invece le loro menti illuminate e molteplici, riescono comunque a orizzontarsi e arrivare alla fine del labirinto.
Chi da i numeri oltretutto non sono gli ultimi arrivati ma elementi geniali, professoroni di universitoni con cattedrone, espertoni a capo di grupponi di ricerca, tutti con nomoni e sigle da far rabbrividire i cervelli. Quando questi eccelsi, supremi Sotuttto si presenteranno con la palla trasparente, il grembiulone da mago con stelline con contorno di fumo bianco, fulmini e nubi sulfuree in cielo?
Sembrano quasi come quegli altri loro collegoni che danno i numeri puntualmente sbagliati da almeno vent'anni non in economia, non in qualche elezione politica ma in tutte le elezioni: sbagliati quelli dei giorni prima, sbagliati quelli del giorno prima, sbagliati quelli del dopo "chiusura seggi", sbagliati quelli emessi durante lo spoglio dei voti. E qui gli errori sono ancora più gravi perché, santo cielo, questi professoroni non hanno una teoria della composizione sociale e del suo articolarsi. Forse ne adottano una adatta a Venere, a Marte, ad Alfa Centauri ma non assolutamente all'Italia.
Allegria e alleluia!   


venerdì 8 agosto 2014

MANGANIELLO FILOSOFA - RIcordi - Ezio Saia


MANGANIELLO FILOSOFA 


CONSESSO DI FILOSOFI. 
  
E’ una delle persone più interessate alla filosofia che abbia conosciuto. L’ho invitata varie volte a scrivere di filosofia su internet di quegli stessi argomenti sui quali discutiamo da anni alla domenica mattina nella gelateria di Favria con mia moglie e saltuariamente con altri tra i quali il preparatissimo Guido Laurenti, ma si è sempre rifiutata.
Le ho anche chiesto di scrivere a quattro mani su alcuni temi fra i 
quali, quello sull’interazione democratica, un argomento su cui  ho iniziato da molti anni a riflettere e prendere appunti ma anche in questa occasione, dopo un’apparente iniziale interesse, ha completamente messo da parte il progetto. Perché? Forse perché è troppo severa con se stessa. 
Anche Giavarra non scrive ma ha così forti interessi nella musica, nella vita, nella lettura, nella conversazione, nella montagna che, da quel che posso immaginare, non ha proprio tempo di scrivere . Averla come amica è stata un aiuto prezioso. Legge i miei scritti sia quelli di filosofia che i romanzi e fa i suoi commenti che io ascolto sempre con attenzione. E anche disponibile - opera preziosissima – a correggere strafalcioni, refusi e pensieri poco concludenti.
Ma l’aiuto più prezioso lo da accettando di discutere tutte le opinioni e tutte le teorie possibili. Anche quelle che l’elite, (quella autoelettasi Società Civile), rifiuterebbe anche solo di ascoltare.
E’ riuscita anche a dimostrarmi che, nonostante le mie convinzione in proposito, mantenevo un bel po’ di puzza culturale sotto il naso e che il mio rifiuto di Facebook lo dimostrava.
Non era grazie a Facebook che Obama aveva raccolto una miriade di piccoli finanziamenti? Non era grazie a Facebook che la rivoluzione democratica contro i dittatori laici si è propagata in tutto il Mediterraneo? Le ho dato ragione, mi sono vergognato e mi sono iscritto a Facebook. Tornerò a parlare della sua filosofia etica e morale ( Ma solo se avrò il suo permesso).

giovedì 7 agosto 2014

ANCORA IL FALSTAFF - Musica - Ezio Saia

ANCORA IL Falstaff di Ezio Saia

Ancora il Falstaff! Non da cima a fondo ma a pezzi e bocconi; Falstaff che licenzia i servi, Falstaff buttato nel Tamigi, Falstaff quando era paggio, Falstaff che approda alla taverna dopo essersi miracolosamente salvato, il finale coi dodici rintocchi e la fuga comica. Forse non c’è un’aria o un pezzo più bello degli altri in quest'opera miracolata! Falstaff  è tutto bello. Non c’è un intermezzo strumentale o un accompagnamento strumentale degno di essere presentato come suite orchestrale, perché tutta l’orchestra canta in maniera perfetta per anticipare, commentare, seguire le vicende del gran "pancione". Una continuità d’orchestra tutta nuova per un Verdi tutto nuovo. Il miglior Verdi, forse la migliore opera mai scritta.
Verdi, Rossini, Mozart. Questi confronti non si possono fare, e tanto meno si possono fare graduatorie. Le nozze di Figaro ha dei pezzi sublimi, è tutto eccezionale ma è troppo lungo, di Barbieri ne avesse fatti tanti Rossini. Anche questo è un capolavoro unico. Falstaff? Per me è il migliore.
Dico di più. Verdi, uno dei più grandi tragici,  ha dato il meglio di sè in un’opera comica, Rossini, il più comico compositore della storia della musica, ha forse dato il meglio di sè in un’opera tragica come il Guglielmo Tell.
 Per entrambi erano le ultime opere; l’uno, Verdi, a ottanta, l’altro, Rossini, prima dei quaranta. 
Parlerò ancora molto del Tell.