domenica 23 novembre 2014

LA TEORIA RAFFIGURATIVA DI WITTGENSTEIN NEL TRACTATUS - ANALOGICO E DIGITALE


 LA TEORIA RAFFIGURATIVA DI WITTGENSTEIN NEL TRACTATUS - ANALOGICO E DIGITALE


Il punto focale della teoria raffigurativa del Tractatus sta proprio in quest'analisi delle proposizioni dove al termine del processo il linguaggio tocca il mondo. Ma come lo tocca? Non ci possono che essere  due possibilità: 1) l'analisi ad un certo punto si ferma perché si trova impigliata nei limiti del linguaggio, 2) questi limiti non ci sono; l'articolazione del pensiero rispecchia l'articolazione dell'essere.
Il Tractatus ritiene che la seconda via sia l’unica possibile per far sì che le proposizioni abbiano un senso e che con il linguaggio ci si possa intendere[1].
 Dunque linguaggio da una parte e mondo dall'altra; il primo raffigurazione del secondo, una raffigurazione in cui la struttura "si mostra" e non può essere descritta.
Questa distinzione fra “dire” e “mostrare” è centrale nel Tractatus: una proposizione mostra, ma non dice la sua forma logica. Ora è ovvio che la proposizione “Paolo ama Maria” non dica nulla della sua grammatica perché dice che Paolo ama Maria e null’altro, ma ciò che intende Wittgenstein non è solo che una proposizione non può dire nulla sulla sua forma logica, ma che nessuna proposizione può dire qualcosa sulla forma logica di una qualsiasi proposizione. Nulla di sensato può essere detto circa la forma logica: è la proposizione a mostrare la sua forma logica.
Per approfondire l’opposizione dire/mostrare è opportuno analizzare sia 1) l’opposizione fra il rappresentare analogico e il rappresentare digitale che 2) le proposizioni predicative.

ANALOGICO E DIGITALE
Le fotografie, i solchi dei dischi musicali[1], gli strumenti a indice, le trascrizioni proporzionali sono rappresentazioni analogiche delle porzioni di mondo che rappresentano. Un pennino scrivente che segua l’andamento di un qualsiasi fenomeno fisico (Livello di un liquido, velocità di un’automobile ecc.) e lo riporti su un diagramma cartesiano è un esempio di cosa sia una rappresentazione analogica (Di essa non fanno parte naturalmente né gli assi cartesiani né le eventuali tacche sul quadrante). Intuitivamente si può dire che le rappresentazioni analogiche seguono con continuità e proporzionalità le porzioni di mondo che rappresentano.
Per sua natura una rappresentazione analogica non ha zeri, non ha sistemi di riferimento, non ha numeri né rappresenta mancanze, negazioni o oggetti. Sentiamo suonare un disco e all’improvviso la musica cessa. Vien naturale pensare che questa mancanza di suono sia uno zero e che i solchi non incisi rappresentino analogicamente questo zero. In realtà, questa è effettivamente una mancanza di suono, ma non uno zero: il solco del disco segue il suono anche nell’interruzione del suono, ossia nel silenzio; qui il silenzio non è uno zero della musica, ma è parte integrante di quel brano musicale che prevede proprio il silenzio come evento musicale.
Nella riproduzione sonora sono suoi “zeri” i solchi non incisi (e quindi silenziosi) all’inizio e alla fine del brano e lo sono proprio in virtù della funzione che svolgono. Non rappresentano nulla; non fanno parte della rappresentazione, ma la circondano, la delimitano e ci dicono qualcosa della rappresentazione che isolano (ad esempio, ci dicono che la sinfonia è finita) proprio perché non ne fanno parte. Nulla che appartenga a una rappresentazione analogica può dare informazioni su se stessa o sul rapporto che intrattiene sul rappresentato. Nessuna porzione di fotografia o di dipinto potrà mai informarci, non solo sulla propria o altrui natura di fotografia o dipinto, ma anche sul proprio essere fotografia o dipinto. Al contrario sono le cornici, i silenzi, i contorni delle rappresentazioni quegli zeri che danno compiutezza, definizione e, quindi, possibilità di denominazione alle rappresentazioni, consentendoci di considerarle unità di significato. Queste unità di significato sono “oggetti”[2] che possono essere contrassegnati linguisticamente con “nomi”.
Quando si parla di una fotografia o di un dipinto, si parla di “oggetti” che hanno una delimitazione (in questo caso spaziale). Questo “essere oggetto” è già al di fuori di quel rappresentare fotografico, pittorico o sonoro che è, di per sé, un rappresentare illimitato. E’ il contorno, o il confine o la cornice di un quadro a definire come "oggetto" il quadro, mentre nulla all’interno di esso potrebbe dircelo. Le rappresentazioni analogiche diventano oggetti al di fuori del loro essere analogiche e ovviamente non contengono oggetti. Non vi può essere in alcun quadro uno zero se non nella cornice, né vi può essere rappresentato alcun oggetto positivo o negativo; quindi non una “casa”, né, tantomeno, una “non casa”; non uno stato di cose e non un “non stato di cose”. Siamo noi a oggettivare quell’insieme di colori, segmentando e ponendo confini che permettono così di leggere le case e le non-case. Questi oggetti non nascono senza gli zeri (nel senso sopra indicato) così come Democrito non avrebbe potuto parlare dei suoi atomi senza un “nulla” che li circondasse e li isolasse nello spazio.

 

Colonizzazione digitale.

Di fatto i passaggi dall’analogico al digitale, ossia le trasformazioni A=>D (da analogico a digitale), sono normali operazioni nel mondo della tecnica.
Consideriamo una rappresentazione analogica (l’andamento nel tempo del livello di un bacino) come quella di Fig. A1.


Immaginiamo una situazione reale in cui si debba segnalare un livello di 3mt come livello di pericolo. Un semplice dispositivo a galleggiante tarato sui 3 mt. trasmetterà l’informazione accendendo, ad esempio, una lampada di segnalazione. Matematicamente ciò equivale ad applicare alla curva del livello, rappresentata in A1, una funzione F1 che assuma:
1) il valore 0 al disotto del livello dei tre metri (situazione di non pericolo);
2) il valore 1 al di sopra del livello dei tre metri (situazione di pericolo.)
La funzione F1 avrà quindi l’andamento di fig. A2 dove compaiono la funzione F e la retta di pericolo (3 Mt.).
La funzione F1 avrà quindi l’andamento di fig. A3, ottenuta per conversione A=>D, dove compaiono livelli fra loro disgiunti che, proprio in virtù di queste proprietà, possono essere accoppiati biunivocamente con segni differenziati. Si sono ottenuti degli “oggetti” a cui possiamo assegnare “nomi". Questo è il salto, l’operazione che, permettendo di codificare, consente di passare da una rappresentazione a un linguaggio.



Volendo introdurre una sorta di analogia fra il linguaggio e il processo di digitalizzazione, si può verificare che la rappresentazione in fig. A3 rappresenta una segmentazione di quella in A1, mentre con la rappresentazione in figura A4 realizza l’assegnazione di un nome agli “oggetti” di fig. A3 mediante codici diversi per oggetti diversi. L’assegnazione dei singoli codici compatibilmente con la grammatica del codice è assolutamente arbitraria. La successione delle operazioni raffigurate nella serie da A1 ad A4 realizza con operazioni successive ciò che, in riferimento al linguaggio, viene indicato come segmentazione dei significati e l’arbitrarietà dei segni.


Le rappresentazioni A1, A2, A3, A4 rappresentano la realtà? Si può sensatamente parlare di “verità” a proposito delle due serie di proposizioni?:
1) il livello è inferiore a 3 Mt.
2) il livello è superiore a 3 Mt

Queste proposizioni trasmettono informazioni che potrebbero essere date altrimenti; ad esempio mediante l’accensione di una lampada. In questo caso ad 1) e 2) corrispondono rispettivamente le situazioni:

a) La lampada è spenta
b) La lampada è accesa

che ci danno le stesse informazioni delle proposizioni sopra indicate come 1) e 2).
Tutti quelli elencati (le due serie 1, 2, 3- a, b, c, ) rappresentano, secondo il Tractatus, “stati di cose” che, condividendo la forma logica, sono in grado di essere usati per significarsi gli uni con gli altri. Non stupisce quindi che Wittgenstein vedesse in questa “condivisione di forma logica” la ragione per cui si possono trasmettere informazioni utilizzando quei “fatti” particolari che sono le proposizioni.

Ovviamente la “porzione di realtà” rappresentata, quella del bacino, è tutt’altra cosa da una lampada che si accende e si spegne. Abbiamo costruito di quella realtà un modello finalizzato a evidenziare le situazioni di pericolo e non pericolo.
L’operazione di conversione è funzionale all’informazione richiesta. Il fine proposto (l’identificazione del momento “pericolo”) è stato effettivamente raggiunto. Si è passati da una raffigurazione a una serie di informazioni. Ma cosa si è effettivamente ottenuto? Non avevamo già queste informazioni nella curva A1? Non solo le avevamo ma, passando da A1 ad A4 si sono perse tutte le informazioni ad eccezione di quelle per cui l’operazione è stata condotta. Ma tutto ciò cosa vuol dire? 
Il punto focale sta proprio nel concetto di fine collegato a quello di informazione. C’è informazione solo quando ci sono differenze discrete[3]. Queste vengono prodotte per realizzare un fine informativo e generano oggetti. Nel senso di questi oggetti entrano la storia della loro generazione, il fine e il loro utilizzo. 
Come si è visto per il Tractatus le proposizioni non condizionano il mondo e il mondo rappresentato dalle proposizioni non contiene residui linguistici. Dunque proposizioni da una parte e mondo dall’altra. Comunque la si teorizzi, una concezione raffigurativa deve funzionare come uno specchio, deformante quanto si vuole, della realtà. La raffigurazione di Wittgenstein nel suo mostrare, nel suo essere disinteressata e contemplativa, nella sua impossibilità di dire è straordinariamente simile alla rappresentazione analogica, mentre non si parla di quel rappresentare digitale che sicuramente è in grado di “dire”. Una funzione, quella del “dire” che non può essere ottenuta se non avendo con il mondo un rapporto di manipolazione violenta.
Siamo quindi di fronte a due metodi di rappresentare quello analogico-raffigurativo e quello digitale-informativo che sono in grado di illustrare il senso di quell’opposizione DIRE/MOSTRARE che Wittgenstein introduce nel Tractatus .
Tutte le rappresentazioni analogiche, raffigurando, MOSTRANO e non sono in grado di DIRE: nessuna rappresentazione analogica può dire nulla non solo circa la propria struttura, ma neppure circa quella di una qualsiasi altra rappresentazione analogica o digitale. Le rappresentazioni digitali, informando, possono, al contrario, solo DIRE. E’ bensì vero che qualsiasi rappresentazione digitale o analogica può essere non solo letta, ma anche riprodotta come rappresentazione analogica di se stessa[4] ma ciò non cambia nulla; dipende, infatti, da come la si guarda, poiché nell’attimo stesso in cui la consideriamo come analogica, l’informazione scompare e la notazione perde il suo valore di segno e di simbolo.

Raffiguratività delle proposizioni.

Wittgenstein non fornisce, nel Tractatus una definizione del termine “proposizione” ma le “cose” che considera proposizioni e a cui, conseguentemente, applica la sua analisi sono troppe, troppo diverse e troppo disomogenee fra loro: per il Tractatus sono proposizioni, non solo quelle linguistiche, ma anche gli spartiti, i solchi dei dischi, le fotografie, i quadri e le disposizioni spaziali di tavoli e sedie. Questa disomogeneità è la possibile fonte di fraintendimento fra le proprietà del “dire” e del “mostrare”.
 La notazione di uno spartito di un brano musicale avviene con simboli discreti, mentre i solchi di un disco di vecchio tipo che di quel brano rappresentano la registrazione di una sua esecuzione, costituiscono una rappresentazione analogica; i solchi seguono con continuità, e quindi analogicamente, l’esecuzione che hanno memorizzato, non così le pagine dello spartito. Questa diversità, che non viene registrata nel Tractatus, è chiaramente da addebitarsi a una non riconosciuta distinzione tra il rappresentare ANALOGICO e il rappresentare DIGITALE. Mancando questo riconoscimento Wittgenstein viene indotto a compiere quel madornale errore che consiste nel trasferire al secondo le proprietà del primo.
Le motivazioni che spinsero Wittgenstein verso il modello raffigurativo sono complesse. Wittgenstein detestava non solo la teoria dei tipi, ma in generale tutta la filosofia espressa dai Principia, sovraccarichi di teoria e, nonostante tutta la loro teoria, incapaci di evitare il ricorso al linguaggio comune per puntualizzare, definire e spiegare quella stessa teoria. Lo scopo del Tractatus si definisce anche e soprattutto in funzione di una revisione della Logica che non abbia bisogno di un’altra teoria che la spieghi e di ulteriori teorie che giustifichino quella teoria. Per ottenere questo risultato è necessario che la logica “mostri se stessa” Quando Wittgenstein scoprì le proprietà analogiche della raffigurazione, ossia la sua capacità di “mostrare” e quella di non poter “dire”, dovette pensare di aver scovato il suo uovo di Colombo, perfettamente funzionale ai suoi scopi; non solo, come per incanto, spariva la necessità di ogni teoria di ordini e di tipi, ma anche tutto quell’assurdo proliferare, in verticale, di teorie, di teorie sulle teorie ecc. Disgraziatamente questa proprietà di poter “mostrare “ e di non poter “dire” può essere sensatamente affermata solo in riferimento alle rappresentazioni analogiche o a quanto di analogico vi sia in quelle ibride, ma non in riferimento ad altri tipi di rappresentazioni. 
Ignorando l’opposizione analogico/digitale, Wittgenstein viene erroneamente indotto a trasferire al digitale (capace di “dire”) le proprietà dell’analogico (che può solo “mostrare”) e di concludere quindi che non solo una proposizione non può dire nulla sulle propria forma logica ma nessuna proposizione può dire qualcosa sulla forma logica di una qualsiasi proposizione. Sfugge a Wittgenstein la differenza tra linguaggio e rappresentazione e, in particolare, sfugge quel concetto di differenza informativa discriminante tra una rappresentazione analogica e un sistema informativo.
Il Tractatus non fa altro che adeguarsi a una sopravvenienza preteorica, in virtù della quale nel lungo cammino dell’uomo sociale le articolazioni del mondo in oggetti e fatti (Mondo- linguaggio) sono andate convergendo con le articolazioni del linguaggio in nomi e proposizioni (Linguaggio-Mondo), in un percorso di reciproca assimilazione fra mondo-linguaggio e linguaggio-mondo. Un’articolazione non troppo diversa da quella messa in atto dal giardiniere che trasforma il bosco e i rovi in articolato ordine di aiuole e sentieri.




[1]Almeno fino all’avvento delle registrazioni digitali.
[2] Il senso del termine è qui molto generale, concordante con quell’esigenza di una legge che ne definisca l’unità (Kant) e con quegli oggetti così come li intesero Bolzano, Twardowski, Meinong ecc.
[3] Del resto il concetto di differenza non discreta è insensato
[4]sempre possibile ottenere una rappresentazione analogica da una digitale; al limite una qualsiasi rappresentazione digitale può sempre essere considerata la rappresentazione analogica di se stessa e come ciò possa avvenire è facilmente verificabile; supponiamo, infatti, di avere un insieme di simboli digitali disegnati su un foglio; se noi trascriviamo quei simboli su un altro foglio con un pantografo in una scala qualsiasi, otteniamo, in quella stessa scala, una rappresentazione analogica dell’oggetto e, se, in particolare, adottiamo una scala 1-1, otteniamo una rappresentazione analogica congruente con l’oggetto in questione. Una rappresentazione analogica di un modello digitale può quindi coincidere con la rappresentazione digitale stessa e può essere considerata sia analogica che digitale.