martedì 4 novembre 2014

Turigliatto Franco, il tranquillo e non pentito “compagno” che fece cadere Prodi


Turigliatto Franco, il tranquillo e non pentito “compagno”, che fece cadere Prodi

Con somma tranquillità e serenità fece cadere il pomposo governo Prodi. Un governo che si era illuso di poter sopravvivere con un sol voto di maggioranza, affidandosi ai senatori a vita, a quei senatori democraticamente illegali che usurpano seggi e votano ciò che cazzo vogliono perché, in quella perfetta democrazia, nata dalla Resistenza, non devono rendere conto a nessuno, tantomeno agli elettori. Lasciamo perdere! Il mio giudizio politico su queste strane persone che accettano la nomina a senatori a vita è pessimo. Giustamente Toscanini la rifiutò.
Franco abitava all’ultimi banco della terza fila con l’amico Ranaboldo che si sarebbe poi laureato in Economia e Commercio. Allora erano entrambi apolitici, il primo appassionato di Letteratura, il secondo di Storia. Io, che leggevo molto, avevo con lui un rapporto privilegiato. Ma, se io leggevo, lui divorava. Divorava racconti, romanzi, scrittori. Scorazzava nell’ottocento russo, nel’ottocento francese, in quello inglese, passava l’oceano e divorava la letteratura americana. Si spingeva in Svezia e Norvegia, passava per Praga, approdava nel novecento italiano, divorava Svevo e Pirandello. Da Joyce a Proust, a Sarte, a Balzac, a Tolstoj, a Dostoevskij con puntate nel settecento inglese e francese.
Io leggevo alla sera a casa, lui leggeva a casa e fuori casa, di sera, di giorno, di notte, sul tram e a scuola di nascosto. Un giorno mi disse “Toglietemi tutto. Sono anche disposto a vivere sotto i ponti, ma non toglietemi i libri..”.
A scuola, se qualcuno chiedeva: “Che sta facendo Turigliatto?”, la risposta era “Ma sta leggendo naturalmente! “Che sta facendo Franco?” Ma sta leggendo, naturalmente!

Non ho mai conosciuto un lettore accanito come lui, come non ho mai conosciuto uno che avesse letto tutto Proust. Parlavamo di Proust, perché stavo leggendo il primo libro della Ricerca, e lui parlava e raccontava del primo libro, del secondo, del terzo, del quarto, del quinto, del sesto. Non solo non conosco nessuno che abbia letto tutto Proust, ma nessuno che ne parlasse con tanto entusiasmo. Ma anche Dostoevskij, Kafka, Voltaire, Balzac. S’impadroniva di un libro e lo divorava. Era una cosa impressionante! Nella sua testa viveva tutta la letteratura occidentale: una marea di personaggi, di vicende, di amori e di follie. Quella sua testa doveva essere organizzata con i famosi ottagoni descritti Borges ne La Biblioteca di Babilonia. Come fosse possibile ce lo spiega lo stesso Borges, quando ci informa che tutta la Biblioteca avrebbe potuto abitare in quel solo volume fatto di infinite pagine, infinitamente sottili, di cui parla Bonaventura Cavalieri, il padre degli indivisibili.
A scuola non parlò mai dei suoi interessi politici, che, però, dovevano essere ben presenti dentro di lui, visto che scelse come università la neonata facoltà di Scienze Politiche. Mi raccontarono che ne era entusiasta e che, dato il numero minimo degli scritti (pare che il suo corso fosse frequentato da sei, sette persone) le lezioni avvenivano attorno a un tavolo dove allievi e professore, proposto un argomento, lo approfondivano battendo i pugni sul tavolo ed entrando fra loro in furibonda rotta di collisione.
Da allora i miei contatti con lui sono stati indiretti e me lo sono ritrovato in Parlamento. Seppi che era stato tra i fondatori di Rifondazione da cui venne poi espulso quando aiutò il Governo Prodi a finire la sua avventura.

In pace con se stesso e coi suoi operai, che ha difeso per tutta la vita a tempo pieno, non esitatando a far cadere Prodi anche se mancavano poche settimane all'acquisire il diritto di pensione come parlamentare. Immagino sempre con la massima serenità, pur di essere in pace con la sua coscienza.