lunedì 17 novembre 2014

ELITE RIVOLUZIONARIA E CAMALEONTI del '68.



Giovani camaleonti 68


ELITE AL LAVORO
Nel ’68 non partecipai alla prima occupazione del rettorato all'università, ma all'occupazione dell’aula di fisica del giorno successivo. Non conoscevo nessuno e non feci amicizie ma scambiai qualche parola con cinque o sei persone e capii che erano studenti di legge o di lettere come del resto si capiva dai loro discorsi. 
Erano di famiglia bene come si vedeva dai loro vestiti. Erano in buona parte figliolanza di quell'élite borghese di avvocati, medici, cattedratici che dominava Torino.
Quella notte vennero gli agenti chiamati dal rettore per sgombrare l’aula e, vista la nostra resistenza passiva, ci portarono fuori di peso, registrarono i nostri dati dai documenti d’identità e tutto finì li.
Sere dopo, in seguito a una convocazione, ritrovai gli stessi volti. Non ricordo qual’era la motivazione della “chiamata alle armi” ma, a sera inoltrata, andato a monte il programma, il gruppo, già piccolo,  si sciolse e ci ritrovammo, io coi cinque o sei rimasti, a casa di uno di loro a far programmi e parlare. Parlavano loro, che si conoscevano e si chiamavano per nome, e io mi limitai ad ascoltare, intimorito da loro e dal lusso della casa.
 Parlavano a ruota libera, in un vernacolo tutto loro infarcito di termini in greco e latino; un vernacolo che testimoniava che si conoscevano bene, che venivano tutti dal liceo classico e che avevano studiato il greco.
Mi fece grande impressione il lusso antiquario della casa, ma al di là dello stupore iniziale, della grande collezione di dischi, del bel pianoforte, della libreria in legno istoriato, dei vetri in cristallo inciso, dei pavimenti in legno, furono gli strani discorsi rivoluzionari a suscitare perplessità.
Ho già detto del vernacolo e dei termini greci ma era tutto il complesso di cose, di discorsi, di battute a rivelare la loro natura aristocratica di gente che era stata allevata per emergere come élite, per dominare, per occupare cattedre universitarie, primariati, ecc., secondo una sorta di diritto ereditario.
Ebbene quei figli di élite, quegli aristocratici polli di famiglia, avevano paura. Paura di chi? Paura di noi. Facevano la rivoluzione ma solo per una sorta di reazione, per non perdere il loro posto al sole, per essere sempre all'avanguardia, per porsi a capo di ogni movimento, per proteggere le LORO plance di comando e, se necessario, per occupare le nuove plance.

Erano discorsi da principi ereditari, da aristocrazia dei privilegi, da gente che si era sempre trasmesso di padre in figlio posti di comando come giudici, come inquisitori, come prestigiosi e cari avvocati difensori, come professori universitari, ecc.; gente che aveva assistito in quegli ultimi anni all'emergere minaccioso di leggi che minavano le fondamenta della loro eredità e che intravedevano l'arrivo dei nuovi barbari.  
Del resto ciò che vedevano doveva essere, dal loro punto di vista, orrore puro: una vera calata di barbari che in pochi anni avrebbero invaso le ricche praterie di cui loro, con le loro famiglie, erano, quasi per diritto ereditario, padroni e amministratori.
Non solo cinque anni prima era stato deliberato il libero accesso a tutte le facoltà universitarie (alle LORO facoltà universitarie) a geometri, ragionieri e periti industriali ma una minaccia ancora maggiore, veniva dai loro cugini poveri e meno nobili che frequentavano i licei scientifici. Quei licei scientifici che erano ormai una marea travolgente.
Mentre i classici erano stazionari, né poteva essere diversamente, perché erano i LORO LICEI, gli scientifici stavano esplodendo. Praticamente ogni anno si apriva un nuovo liceo scientifico secondo una progressione inarrestabile. Una marea che avrebbe esondato, una valanga pronta a uscire dalle aule universitarie con le loro lauree di ingegneria, medicina, legge, economia commercio. Gente ambiziosa e volitiva, pronta a contendere con loro nei concorsi, nei colloqui, nelle professioni, nello stato, nelle banche. Una marea che faceva paura. Non potevano certo contendere i posti “loro” da generazioni per dritto dinastico, non potevano entrare nei loro “studi dentistici”, nei “loro studi legali”, nei loro studi commerciali, fiscalisti, finanziari, ma potevano aprire altri studi e contendere i “LORO” clienti.
Ciò che per me era processo di democratizzazione, per loro era  una sirena di allarme che suonava e alla quale stavano reagendo.
Avevano paura e la paura si percepiva. Tutti erano pronti a reagire, a cambiare strategie, a porsi a capo dei nuovi barbari, a salire tanto sulle LORO vecchie plance di comando che sulle nuove. Tutti pronti a fare LORO quella rivoluzione e a trasformarla nella LORO rivoluzione, da quei veri camaleonti che erano, da quei veri gattopardi che erano. Camaleonti e gattopardi, sì, ma di gran razza e frutto di una “provvidenziale” educazione al potere e alla lettura delle vie del potere.  
I veri cambiamenti rivoluzionari c’erano stati ed erano quei provvedimenti legislativi, ma non ci fu quella sera nelle loro parole alcun accenno, alcun riconoscimento alla democraticità anti-élite di quelle leggi. Ci fu solo qualche battuta maligna verso i nuovi avvocati, i nuovi ingegneri, i nuovi barbari senza greco, senza latino, senza struttura culturale.

Penso che il loro successo ci sia stato ma solo parziale. Se non altro si è ampliata, diffusa e differenziata la cabina di comando. Penso ugualmente che le élite siano un cancro ineliminabile e che oggi più che mai la democrazia vada praticata anche da chi non ci crede. La lotta contro le élite deve essere costante e feroce quanto la loro rapace e soverchiante volontà di stare comunque “sopra”. Le fondazioni, la cultura, l’infiltrazione nei partiti, negli uffici, nello stato, nei consigli di amministrazione, nelle finanza, nelle università, nella selezione dei mestieri e delle attività testimoniano la loro costante e tenace risolutezza, coltivata nei salotti silenziosi e ovattati del vero potere.
Vanno combattuti in tutte queste attività a cominciare dalle università.