sabato 16 agosto 2014

WITTTGENSTEIN :- dopo il Tractatus - FILOSOFIA - Ezio Saia



Pensatori citati

Wittgenstein, Russell, Bernays, Peano, Kroneker, Ramsey









Testi Citati

Tractatus, Ricerche filosofiche, Osservazioni sopra i fondamenti della matematica, Grammatica filosofica, Principia Matematica

Concetti trattati
Linguaggio, Linguaggi, Giochi linguistici, Riduzionismo, Principio d’estensionalità

Dopo il Tractatus. Brevi considerazione sulla nuova concezione del linguaggio e sul problema del riduzionismo in Wittgenstein.

Quando W. Abbandona la concezione del Tractatus per passare a quella conosciuta come giochi linguistici penso che compia un errore. Prima aveva equivocato sul rapporto fra rappresentazione analogica e linguaggio informativo e ora confonde rappresentazione e linguaggio anche se in maniera diversa.
W. parla di giochi linguistici e dagli esempi che propone (ad esempio quello del muratore fra aiutante e muratore) tratta le parole non come segni linguistici, segni del linguaggio ma come entità semiotiche di un sistema informativo. Ma un sistema informativo non un linguaggio!
Si possono usare le parole in tanti modi. Da bambini si gioca a nascondino e si deve toccare una zona gridando “Libero!”. Il guidatore svolta, se vede il cartello di divieto, e farebbe lo stesso se leggesse la parola “Divieto”. Il muratore al posto delle frasi dice delle parole e ognuna di quelle parole ha significati aggiuntivi; se dice “cazzuola!” può intendere “Porgimi la cazzuola”, se dice “martello!”, può intendere sia “Dammi il martello!” sia “Attenzione al martello!”.
Una posizione dettata dal fatto che Wittgenstein non accetta più neppure come sensata una filosofia del linguaggio, perché rifiuta l’idea che esista il linguaggio. Una posizione che molti non possono condividere e che anch’io non condivido. La peculiarità del linguaggio rispetto ai vari sistemi informativi è proprio la possibilità di citarsi e di descriversi. Il linguaggio del disegno tecnico non è in grado di farlo, neppure quello dei segnali stradali, neppure quello del gioco linguistico del muratore, perché, anche se usano le parole del linguaggio, non sono linguaggi ma sistemi organizzati di informazioni, sistemi di segnali, codici parlanti, ecc.
Alla base del pensiero di Wittgenstein sta il suo estremo antiriduzionismo ben presente oltre che nelle Ricerche filosofiche, nelle Osservazioni sopra i fondamenti della matematica e nella Grammatica filosofica.
Un atteggiamento antiriduzionista anima questi scritti e non solo in relazione al riduzionismo matematico. L’antiriduzionismo si manifesta in maniera così radicale da indurre Bernays a bollarlo come un irrazionale atteggiamento distruttivo, condotto senza alcun chiaro fine, verso il pensiero speculativo.
Le Osservazioni non hanno un impianto unitario; sono successioni di pensieri, esempi, impressioni, appunti scritti, in periodi diversi, forse in preparazione di un saggio che poi non fu mai scritto. Un filo conduttore però c'è. Wittgenstein si esprime sia contro il formalismo, sia contro il logicismo e in genere contro ogni pretesa di dare un fondamento, un impianto unitario alla matematica. Anche se talvolta il suo discorso ricalca il pensiero finitista o intuizionista, Wittgenstein è in effetti lontano da ogni teorizzazione. Sembra quasi che la sua profonda avversione per ogni dottrina, per ogni teoria che sarebbe, in ogni caso, "una" (sola) teoria sul "mondo" (tutto) lo metta in guardia dall'esprimere una sua teoria. Il suo atteggiamento filosofico è ossessivamente avverso a ogni tentativo che, in qualche modo, cerchi di unificare concettualmente tutto ciò che va sotto il nome di "Matematica". Tutto il trattato è un ossessionante esposizione di esempi a confutazione del principio di estensionalità: per Wittgenstein il pensiero secondo il quale concetti con ugual estensione sono interscambiabili, è la malattia della filosofia.
Se i Principia di Russell rappresentano, in matematica, l'estremo riduzionismo (dove il riduzionismo avviene dalla matematica alla logica), gli sparsi pensieri di Wittgenstein. rappresentano l'antiriduzionismo teorico estremo, che si manifesta come opposizione a ogni unità di significato della matematica e quindi a ogni tipo di fondazione della stessa matematica.
 Così il numero 60 non è lo stesso che il numero 6x10 (la pratica della vita lo testimonia: si può essere capaci di fare sei mucchietti da dieci o dieci da sei senza saper contare fino a 60), la retta popolata da numeri non rappresenta la potenza del continuo, il calcolo letterale è irriducibile a quello numerico, il calcolo nella notazione decimale è altra cosa rispetto a quello eseguito con bastoncini. I numeri del pallottoliere non sono quelli definiti dal logicismo.
 Tutto ciò non viene argomentato, ma viene illustrato da esempi che fungono da esemplari. Per Wittgenstein tutto il riduzionismo si basa sulla perdita d'identità, sul camuffamento: "Se li avvolgiamo in una quantità sufficiente di carta, tavoli, sedie, sbarre, alla fine, ci sembrano sfere" (2.52)
Secondo le Osservazioni un numero irrazionale è la legge che lo genera. In casi come questi sembra che, per Wittgenstein, il carattere definitorio sia di tipo genetico, ma qui il “genetico” non è né sistematico né definitorio e pare più l'occasione per divaricare identità e negare possibilità d'estensione. Paradossalmente qui si potrebbe sostenere che, se una stessa p può essere dimostrata con due o più metodi, quelle p non possono condividere pienamente il senso.
 Wittgenstein non da alcun peso al fatto che con i “numeri” della logica si riesca a pervenire agli stessi teoremi a cui si perviene con i “numeri” della matematica. Per lui i due tipi di numeri non sono gli stessi numeri. Fare calcoli con numeri grandi diventa impossibile se si usano i numeri intesi come classi di classi ed è inutile dire che in teoria sarebbe possibile; anche misurare la distanza dalla terra alla luna con un righello è possibile in teoria, ma in effetti non si può fare. Possiamo assimilare fra loro numeri diversi, ma solo al prezzo camuffarli, di perdere qualcosa (ad esempio, la semplicità di certe operazioni, la loro coordinazione nelle varie notazioni posizionali), di ridurli a maschere impotenti e goffe. Il formalismo logico, lungi dal fondarli, li appesantisce e li traveste.
Al più Wittgenstein sarebbe disposto ad ammettere che i numeri dei Principia sono cose che, all'interno dei Principia e del suo orizzonte teorico, si comportano più o meno come gli altri tipi di numeri all'interno dei rispettivi orizzonti teorici, ma, in ogni caso, quei numeri non sono quegli altri numeri: i numeri dei Principia, non sono quelli di Peano, non sono quelli dell'abaco e neppure quelli di Kroneker .

La novità della posizione di Wittgenstein non fu tanto nel fatto di rifiutare questo o quel riduzionismo, ma di rifiutarne l'idea come abito mentale. Ma ha senso una posizione così radicale?
Anche qui è una questione funzionale e la riduzione è una teoria che ci da informazioni.
Se ogni riduzione fosse insensata non funzionerebbe nulla nel nostro comprenderci e nel nostro comunicare. Riconoscere che il nostro comunicare non è una completa babele, significa accettare una certa possibilità di operare riduzioni.
Il Wittgenstein delle Ricerche non pare, inoltre, superare la caratterizzazione concettuale come operazione di predicati e alla fine conclude (vedi l'esempio dei giochi) che si riesce a concettualizzare ben poco e che è meglio abbandonare tutti questi inutili sforzi e parlare, ad esempio, di somiglianze di famiglia. Lo stesso concetto di "concetto"- e questo è un tema ricorrente in Wittgenstein - riunisce troppe cose diverse che non hanno alcuna nota comune, ma solo somiglianze di famiglia.
Quando però analizza la frase “Questo è rosso” asserendo, contro l’empirismo logico, che l’enunciato va bel al di là della semplice registrazione di un dato osservativo, perché presuppone la conoscenza di un  bel po’ di linguaggio, dà a-l linguaggio una valenza tale da escludere di poter parlare genericamente di giochi linguistici e non di il linguaggio.

Ancora un’osservazioni riguardanti possibili influenze sul pensiero di Wittgenstein di F.P. Ramsey l’unico pensatore, citato nella prefazione alle Ricerche, verso il cui pensiero Wittgenstein riconosce debiti filosofici.
In un suo scritto postumo sulle teorie, Ramsey discute l’importanza delle definizioni esplicite e conclude che le teorie, per essere operative e per poter crescere e adeguarsi a nuove scoperte non devono essere scritte mediante definizioni esplicite delle grandezze teoriche. Una conclusione che è per lo meno parente dell’indefinibilità del concetto così come presentata da Wittgenstein.