martedì 8 luglio 2014

JELINEK: BRUTTO ROMANZO.

Ho ripreso in mano il romanzo della Jelinek La pianista. Brutto! Come hanno potuto darle il Nobel? Quei sommi cervelli, quei sommi critici, quelle somme menti che dimorano nella somma accademia che premia i "buoni" e "bravi" romanzieri.
Quando si ragiona però lo stupore diminuisce.  I premi Nobel in un secolo sono cento e cento artisti (romanzieri o poeti) degni di somma lode in un secolo sono tanti. Decisamente troppi! Se decidessimo oggi di elencare cento nomi degni di memoria del secolo scorso forse neppure ci riusciremmo.
Se si divide il totale fra poeti, commediografi e romanzieri in tre parti uguali, i premi per i romanzieri sarebbero solo trenta o quaranta e allora , occhio e croce, sembra che trenta o quaranta autori degni di memoria possano essere elencati.
Ci starebbe la Jelinek? 
Non credo, A mio parere, non ci starebbe. Il suo è un brutto romanzo! Successi e premi per motivi politici? Per motivi di idealità civile? Un altro successo della società civile? Della società che sa indignarsi? Della società morale? Del paradigma culturale egemone?
Argomenti difficili perché il fatto che la Jelinek non piaccia a me non è significativo. Il ballo dei gusti anche fra persone affezionate alla letteratura e, in particolare, a certa letteratura, per nostra fortuna e per fortuna dell'umanità, è molto vario. 
Non è solo Joyce a dividere ma anche l'universalmente amato e ammirato Cento anni di solitudine, i cui fieri detrattori lo trovano troppo zuccheroso, troppo vago e troppo popolaresco.
Il discorso delle motivazioni politiche e morali è più complesso. La Jelinek è chiaramente e ferocemente impegnata a sinistra e non è un mistero che la sinistra politica e culturale, costantemente all'opera per annettersi arte e cultura, non tema di "usarle" e costituisca oggi il paradigma egemone.
Quanto alla Società Civile e alla Società Morale rinvio il discorso. L'enfasi su un gruppo che si auto-nomina Società Civile mi provoca l'orticaria soprattutto quando penso alla superficiale ignoranza di persone che conosco e che, appunto, si autodefiniscono e sono considerati membri di quell'onorata e civile società.
Torno ora alla Jelinek e al discorso letterario. Il caso Jelinek sembra essere esemplare per una concezione filosofica dell'arte che non solo sostiene ma sembra prescrivere che l'arte debba essere urtante, urticante, che l'arte debba scuoterci, che debba farci indignare per essere arte. Rinvio questa discussione, che ho già toccato nel mio post in tre puntate Contesto di comprensione pubblicato su Critica impura, a un'altra notte. 

CONTESTO DI COMPRENSIONE-COMUNICABILITA' DELLE OPERE LETTERARIE ARTISTICHE MUSICALI