lunedì 30 dicembre 2019

8 La società civile e i palazzi dell’opera Capitolo 8 de il manifesto degli incivili


Intervistata dal Giornale Cecilia Bartoli dichiara  Nei teatri italiani troppi privilegi: vanno licenziati tutti”, “Se accetterei la direzione di un teatro italiano? «A patto di poter licenziare tutti e ripartìre da zero. Probabilmente la strada è proprio questa: fare un po’ di pulizia generale”. 
Forse ha ragione con l’esigenza di ripartire da zero. Forse sul suo giudizio influiscono l’enorme considerazione di cui gode all’estero e la disattenzione di cui è oggetto in Italia.
Certamente la visuale da cui Cecilia Bartoli guarda ai problemi della lirica italiana è di parte. Lei fa parte di quelle persone che dalla lirica trae fama, ricchezza e vita brillante. Fama e ricchezza e vita brillante che a parte qualche eccezione sono pagate a caro prezzo anche da coloro ai quali la lirica, o più in generale la cosiddetta musica classica operistica, non piace, a favore di coloro che nella lirica lavorano e dalla lirica ricavano emolumenti generosi. L’opera come dice un ministro italiano dà da mangiare ma non certo a tutti. A me come a molti altri, che amano la lirica ma non lavorano nel campo e non frequentano i teatri, la lirica non solo non dà da mangiare ma esige voracemente e incessantemente danaro che pesca delle nostre tasche. Io e quelli come me devono dirlo chiaro: coloro che frequentano i teatri lirici e di prosa sono parassiti: metà, più di meta del loro biglietto lo paghiamo noi. Perché dovremmo continuare a farlo? Se lo paghino loro come pagano, i pomodori, gli aperitivi, i taxi e via dicendo, paghino anche gli spettacoli senza chiedere i nostri soldi.   
Il problema degli enormi e abnormi costi economici della lirica e del teatro di prosa ingenerale è scandaloso e la maniera con cui addiviene ancora più scandalosa. Forse se i cosiddetti artisti che la attuano sarebbero meno esosi e meno pronti a reclamare e reclamare soldi e finanziamenti, brandendo l'inno dell' arteartearte, culturaculturacultura contro una supposta barbarie, contro una supposta ignoranza di chi si scandalizza di fronte a questa situazione e che non vuole più pagare per i loro sollazzi.
Il regista Strehler
Anni fa, l’Italia meloname, pronta a gustarsi in televisione il Don Giovanni di Mozart, fu schiaffeggiata e oltraggiata dal regista Strehler che rifiutò alla RAI RADIOTELEVISIONE ITALIANA la possibilità di trasmettere l’opera. La motivazione addotta da questo novello dio della regia fu che i fari della tivù rovinavano la sua regia, il suo Don Giovanni. La tivù trasmetteva il Don Giovanni, quello composto da Mozart, non quello inesistente, composto da Strehler, ma per il regista, nelle dichiarazioni e nelle motivazioni, tranquillamente accettate e ripetute da giornalisti e commentatori, era il suo Don Giovanni.
Naturalmente Strehler intendeva con espressione semplificata il Don Giovanni di Mozart con la sua regia, ma è significativo che tale semplificazione sia stata tranquillamente accettata. Ancor più significativo che abbia avuto un potere così assurdamente grande da bloccare la trasmissione. Per chi poi? Per un teatro molto probabilmente composto da Vip, da invitati, da megafunzionari, da personaggi del Gossip e da politici. Tutta gente ben pronta a brandire con ostentata solennità la parola “Arte” a spese nostre. Un brand l’evento opera, un brand l’evento opera alla Scala, un brand la Regia di Strehler!
Il potere estetico manifestò allora la sua potenza, appoggiandosi a una potente ed esosa organizzazione "culturale" capace di imporre se stessa, le sue gerarchie, le sue cariche, i suoi stipendi. Una gerarchia esosa, pretenziosa, perpetuamente mobilitata a chiedere soldi e mammelle di stato a cui attaccarsi, un'organizzazione perpetuamente in stato di esibizione dei propri meriti artistici, presentati come preziosi balsami di dignità civile, come ultimi salvifici bastioni contro la barbarie e in difesa della civiltà, contro la società del denaro e dell'ignoranza.

Il regista Strehler
Anni fa, l’Italia meloname, pronta a gustarsi in televisione il Don Giovanni di Mozart, fu schiaffeggiata e oltraggiata dal regista Strehler che rifiutò alla RAI RADIOTELEVISIONE ITALIANA la possibilità di trasmettere l’opera. La motivazione addotta da questo novello dio della regia fu che i fari della tivù rovinavano la sua regia, il suo Don Giovanni. La tivù trasmetteva il Don Giovanni, quello composto da Mozart, non quello inesistente composto da Strehler, ma per il regista, nelle dichiarazioni e nelle motivazioni, tranquillamente accettate e ripetute da giornalisti e commentatori, era il suo Don Giovanni.
Naturalmente Strehler intendeva con espressione semplificata il Don Giovanni di Mozart con la sua regia, ma è significativo che tale semplificazione sia stata tranquillamente accettata. Ancor più significativo che abbia avuto un potere così assurdamente grande da bloccare la trasmissione. Per chi poi? Per un teatro molto probabilmente composto da Vip, da invitati, da mega-funzionari, da personaggi del Gossip e da politici. Tutta gente ben pronta a brandire con ostentata solennità la parola “Arte” a spese nostre. Un brand l’evento opera, un brand l’evento opera alla Scala, un brand la Regia di Strehler!
Il potere estetico manifestò allora il suo potere appoggiandosi a una potente ed esosa organizzazione "culturale" capace di imporre se stessa, le sue gerarchie, le sue cariche, i suoi stipendi. Una gerarchia esosa, pretenziosa, perpetuamente mobilitata a chiedere soldi e mammelle di stato a cui attaccarsi, un'organizzazione perpetuamente in stato di esibizione dei propri meriti artistici, presentati come preziosi balsami di dignità civile, come ultimi salvifici bastioni contro la barbarie e in difesa della civiltà, contro la società del denaro e dell'ignoranza.






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