giovedì 19 giugno 2014

Riporto un articolo di Lorenzo Leone su Foucault


Riporto un articolo di Lorenzo Leone
Michel Foucault come io l’immagino
In occasione del trentesimo anniversario della scomparsa di Michel Foucault il prossimo 25 di giugno, ripropongo qui la mia vecchia recensione all’opuscolo che Maurice Blanchot dedicò al filosofo francese. (Il riferimento è a M. Blanchot, Michel Foucault come io l’immagino, tr. it. Viana Conti, Costa & Nolan, 1997, p. 57, ed. or. Michel Foucault tel que je l’immagine, Fata Morgana, 1986. La mia recensione è uscita in ‘Magazzino di filosofia’, n. 9, anno III, 2002/C3, pp. 30-40).
In questo piccolo libro – il piccolo libro di un grande maestro – si parla di Michel Foucault – quasi l’ultimo dei maître à penser, quasi l’ultimo intellettuale da esportazione che la cultura francese abbia prodotto, l’oggetto di una messe di studi critici.
Quanta letteratura si è fatta pro e contro Foucault! Eppure pochi libri hanno la freschezza e l’intelligenza di questo libricino in cui Blanchot ripercorre per sommi capi le tappe della ricerca di Foucault a partire dal de­butto, da quella Storia della Follia che all’epoca – vent’anni prima – aveva suscitato il suo plauso.
Libro con una sua qualità letteraria (che non poteva non attirare l’attenzione di un mae­stro della critica), Storia della follia, rileva subito Blanchot, privilegia sì una certa discontinuità nella storia (ad un certo punto un decreto im­pone l’internamento dei folli, dei poveri, dei debosciati), ma si tratta di una discontinuità senza rottura (prima dei folli c’erano i leb­brosi), sgonfiando così l’equivoco di una concezione ‘fratturistica’ della storia – di una storia di fratture, di ‘coupures’ alla Bachelard.
Un secondo equivoco, ma già ampiamente dissipato, concerne invece il presunto ‘strutturalismo’ del filosofo francese. L’archeologia del sapere e L’ordine del discorso, con il loro interesse per il linguaggio, per il discorso, per l’enunciato, sembrano inseguire lo strutturalismo sul suo stesso terreno. Ma, ricorda Blanchot, Foucault appare preoccupato di distinguere un a priori storico da un a priori formale. Lo strutturalismo che nega la storia (mentre Foucault non la nega), pretendendo di astrarre le leggi formali (astoriche) del linguaggio (del discorso) è ancora vittima di un ‘trascendentalismo vizioso’. Niente di tutto questo in Foucault, che della storia lascia in sospeso solo «la categoria generale e vuota del cambiamento – come afferma lo stesso Foucault – per lasciar apparire trasformazioni di livelli differenti». E allora Foucault rifiuta soltanto l’idea del grande récit, ovvero «di un grande inconscio collettivo, fondamento di qualunque discorso e di qualunque storia»; rifiuta l’idea di un senso globale e nascosto; rifiuta, mentre si dichiara archeologo del sapere, il logos dell’arché, la parola dell’origine.
Si dice anche – la questione non è slegata dalla precedente – che Foucault rifiuti il soggetto, il cogito (la nozione ‘conservatrice’ di autore). Anche su questo punto Blanchot vede più in là: non è che la sua unità «troppo determinata» a diventare discutibile «poiché ciò che suscita interesse e ricerca è in realtà la sua [...] dispersione che, ben lungi dall’an­nientarlo, non fa che offrirci una sua pluralità di posizioni e una discontinuità di funzioni [...]».
E così Blanchot, passando a Sorvegliare e punire – il libro con cui Foucault abbandona l’idea di un’autonomia del discorso per analizzare le pratiche ‘sociali’ che vi stanno dietro – non manca di richiamare la genealogia di questo soggetto, ricordando – con Foucault – come esso emerga dal dispositivo disciplinare: è l’attenuarsi della rozza violenza fisica, via via sostituita dalla ‘delicatezza’ della sorveglianza (nelle carceri, nelle scuole, sul lavoro), sorveglianza che invece agisce sullo ‘spirito’ o sull’‘anima’, a determinare la convinzione «di essere dei soggetti e dei soggetti liberi».
Un altro punto su cui Blanchot ha qualcosa da dire riguarda la nozione di potere: nozione difficile, perché Foucault non ha in mente il potere in generale, ma le relazioni, i rapporti di forza, il potere diffuso, parcellare. Disdegnando l’idea di un potere ‘centrale’ e ‘fondamentale’, Foucault fa saltare il binomio repressione-ideologia (o potere-sapere) nella sua apparente ovvietà. Da qui «si fa derivare ciò che viene chiamata la sua ‘apoliticità’ [...] la sua mancanza di un qualsiasi progetto di riforma universale». E tuttavia, commenta Blanchot, si dimentica come questi «grandi disegni» siano soprattutto «alibi vantaggiosi della schiavitù quotidiana».
Un punto invece su cui Foucault e Blanchot si allontanano considerevolmente interessa la figura di Sade in La volontà di sapere. In questo testo Foucault tratteggia il passaggio da una «società di sangue», in cui il potere si esercita e si trasmette appunto attraverso i legami di sangue – donde il valore del lignaggio, l’interdi­zione dell’incesto, la glorificazione della guerra ecc. –, ad una società «di sapere, norma e disciplina», in cui invece il potere si esercita attraverso il controllo sul sesso – donde i programmi dell’eugenismo, il problema della salute pubblica, il controllo demografico ecc. E di questo passaggio dalla legge del sangue alla legge del sesso Sade sarebbe «il testimone ambiguo e il favoloso propagandista».
Qui però Blanchot ritiene che vi sia una inconseguenza. Per Foucault, infatti, con l’esaltazio­ne sadiana della morte propria o altrui in nome del sesso senza regole, «il sangue finisce per riassorbire il sesso». Per Blanchot è tutto il contrario: nessuna preoccupazione di preservare la purezza del sangue in Sade, ma il tentativo di «affrancarsi dalle leggi ufficiali» e unirsi tramite «regole segrete»; con Sade, «il sesso prende il potere».
Non si tratta di una questione oziosa. Con la lettura di Blanchot, Sade assume, coerentemente con gli argomenti sostenuti da Foucault, un ruolo paradigmatico: dire che il sesso prende il potere con Sade «significa [dire] altresì che oramai il potere diffuso e il potere politico sono sul punto di esercitarsi insidiosamente strumentalizzando i dispositivi della sessualità». Strumentalizzazione terribile, perché sta alla base di tutti i moderni razzismi di Stato.
L’ultimo punto di un certo rilievo concerne la psicanalisi freudiana. Si conosce la profonda antipatia di Foucault per la psicologia dell’in­conscio, ma nella Volontà di sapere, nota Blanchot, essa non assume un ruolo completamente negativo. Da un lato, Foucault non vi scorge che il portato di una lunga tradizione, la tradizione cristiana, che traspone il sesso in discorso obbligando il fedele alla confessione; una tradizione che via via si laicizza e si medicalizza – «dal confessionale al divano c’è un cammino di secoli», chiosa Blanchot, ma «dal mormorio segreto, al chiacchiericcio infinito si ritrova lo stesso accanimento a parlare di sesso per liberarsene e perpetuarlo ad un tempo». Freud in questo non fa proprio nulla di nuovo. Ma Freud fu d’altra parte «l’avversario privilegiato del fascismo» perché ruppe decisamente con le preoccupazioni eugenetiche delle vecchie psichiatrie; il suo «sicuro istinto» lo portò a restaurare il dispositivo di alleanza, la legge del sangue e della consanguineità proibita a fianco della legge del sesso (nella psicanalisi l’antica legge dell’al­leanza serve soltanto a fornire un fondamento al sesso). Egli, però, non tornò a «consacrare l’interdetto di cui gli importava smontare soltanto il meccanismo o mostrare l’origine (censura, rimozione, superio ecc.)».
Libro intelligente, abbiamo detto, questo di Blanchot; non un saggio critico, almeno non esattamente, benché di spunti critici ne contenga a iosa, non un’introduzione didattica, non un portrait commemorativo. Come valutare questo piccolo testo di Blanchot? Diciamo, anzitutto, che si tratta di un tributo d’amicizia: è sotto il segno di un’amicizia tutta intellettuale – i due probabilmente non si conobbero mai personalmente – che Blanchot immagina il suo Foucault. In seconda istanza si tratta di un libro di Maurice Blanchot, vale a dire di un maestro riconosciuto della critica letteraria: è eloquente che egli si sia occupato qui del più giovane Michel Foucault per riconoscergli, infine, una grandezza di pensiero. Insomma per queste e altre ragioni il libro di Blanchot sfugge a tutti gli schemi.
(Lorenzo Leone)
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