lunedì 21 giugno 2021

Un libro da non perdere: ELIZA una storia macedone di Umberto Li Gioi

Bel libro, Superba, avvincente narrazione. Già il fatto che non sia uno dei tanti polizieschi con commissario che magicamente individua il reo, o peggio un romanzo rosa, o peggio un  dei tanti romanzi dove il protagonista si guarda l’ombelico e i visceri per compiere l’immancabile ricerca su se stesso, è prodigioso.

Ma prodigiosa è la narrazione che. procedendo con ritmi calmi, ragionati e uno stile chiarissimo, racconta eventi tragici, eventi festosi e sentimenti  di volta in volta avvolgenti, umani, sentiti, narrando nello stesso tempo una storia d’Italia, di Grecia, di Albania. Una storia di guerra e di pace.

Troppo lungo.? Nulla più del necessario anzi vorremmo saperne di più, ad esempio, dei fratelli della moglie, partigiani con Tito. Troppo lungo? Ci saremmo persi le mirabili descrizioni dei posti, visti nella loro realtà e mai estetizzati, dei volti, delle espressioni,  delle frequentazioni, in quel lembo di terra macedone, di quei locali pubblici, dove si mangia si beve, si discute nel chiasso e nell'allegria, come succedeva nelle nostre "osterie": luoghi di pulsante di umana socialità. 

Ci saremmo persi il racconto della lenta penetrazione degli ingrati maomettani albanesi. che restituiscono odio alla generosa accoglienza, fino ad occupare il paese con una soverchiante  migrazione e costruendovi pure una dominante moschea.

Senza questa ricchezza non avremmo potuto seguire il padre strappato alla famiglia per mandarlo in una folle guerra, la madre, i compagni soldati, l'arrivo dei soldati tedeschi, le paure, le coraggiose fughe,  il commovente matrimonio, il lungo, attento, affettuoso commovente racconto di Ljubo e, soprattutto non  avremmo potuto goderci la figura eccezionale, indimenticabile della moglie, Eliza,  Una donna vera, i cui forti sentimenti, la cui decisa personalità dominano il racconto. 

Ma non posso certo dire tutto. Acquistate questo libro mirabile e se amate la lettura non sarete delusi.   




lunedì 31 maggio 2021

Foibe e Walkabout Literary Agency.

Non parlate delle foibe e dei loro orrori nei vostri romanzi. Non parlate male dell'editore radical chic Einaudi, dell'ignoranza di pensiero  dei nostri cattedratici professori di filosofia. Le agenzie letterarie anche se apprezzano il vostro romanzo anche se lo lodano , troverebbero solo difetti, inventerebbero solo scuse per scartarvi.

Potrei parlare di tutte le quattro agenzie letterarie che ho contattato, ma per brevità e gravità, mi soffermerò su una: sulle menti fini e colte dell’agenzia Walkabout Literary Agency.

Ma quando ci facciamo la nostra casa editrice? Sono pronto a impegnarmi anche finanziariamente.

Argomento Foibe

 Scrive il bipede letterato (non specifico se maschio o femmina) dall’alto della sua scienza:

Il romanzo si situa tra la cultura americana (che è più dettagliata e consente al lettore di calarsi nell’atmosfera) e quella italiana, che invece rimane più superficiale. La brama di raccontare il cuore dell’America, inoltre, appare troppo esagerata e in alcuni passaggi stereotipata.

A questo tentativo di spostare l’attenzione sull’Italia, rispondono i discorsi intrattenuti sulla cultura italiana. Ne è un esempio il tema delle Foibe, che già fatica a essere motivo di dibattito nella nostra società, ancor di più risulta “fuori luogo” tra personaggi americani, per di più giovani e senza una solida formazione culturale.

Fuori luogo? Purtroppo la cultura italiana e gli italiani allora non parlavano affatto delle Foibe, perché le Foibe non esistevano, non erano esistite, non comparivano né nei libri scolastici né nei dizionari enciclopedici. Per questo motivo l’Italia, gli Italiani non potevano parlare delle Foibe. La Cultura non ne parlava ma si dava da fare per tacere, occultare, deviare, come tenta di fare lei con una vera e autentica censura preventiva. 

Quanti furono gli italiani massacrati nelle Foibe? Chi lo sa. L’Italia civile degli storici marxisti piuttosto di parlarne andavano a raccogliere le margherite, i bucaneve, oppure si dedicavano alla fecondazione artificiale dei coleotteri in Valsugana. E naturale che si sia constatato che delle foibe ai nostri studenti non veniva insegnato nulla e perfino la parola “Foibe”, non comparisse come sta facendo lei con il suo tentativo di censura preventiva.

Ha capito, signora letterata, l’argomento Foibe non compariva! Compariva invece, ad esempio, sul Vocabolario della lingua parlata in Italia, a cura del noto Carlo Salinari, militante del PCI che scriveva 

Dolina con sottosuolo cavernoso. Indica le fosse del Carso nelle quali nella guerra ’40,45, furono gettati i corpi delle “vittime della rappresaglia nazista,” 
Ha capito letterata? “Furono gettati i corpi delle vittime della rappresaglia nazista” Ha capito lemure, che criminale bugia? I nazisti al posto dei comunisti Titini. Non basta! Il Garzanti De Agostiniriedito da “Repubblica” nel 20004, (ha capito “2004”) parla angelicamente di “fenomeno carsico”. Nel 2000 il Devoto Oli parla di:
:“Fossa comune di lotta civile e assassinii politici”

 

mentre Nel dizionario di Paravia del 2000, Tullio De Mauro parla con indecenza di:

 

“Fossa comune per occultare cadaveri vittime di eventi bellici!”

Inutili anche i tentativi di gettare solo sugli slavi le responsabilità. Il viaggio degli esuli, trattati in Italia come lebbrosi, si trasformò in un viaggio della disperazione, insultati dalla ben presente forza partigiana. Inoppugnabile testimonianza che chi li ha perseguitati in questi 70 e più anni furono i partigiani italiani. Nella loro fuga senza fine, tra l’ostilità e il disprezzo in Italia, non c’erano slavi non c’erano Titini ma solo partigiani rossi. 

Massacro slavo etnico e non politico? Ecco quello che ci ricorda uno di quegli esuli, Mario Cappellini di Milano, in una lettera alla Stampa:

“Caro Aldo, il giorno del ricordo delle Foibe, mi dà lo spunto per una riflessione. Quei massacri sono sempre e solo attribuiti ai partigiani comunisti di Tito e nessuno, o quasi, cita mai la collaborazione data ai Titini dai partigiani comunisti italiani. Sono nipote di esuli istriani scappati nel ’45 e ricordo bene i loro racconti. La loro paura maggiore era quella di incontrare i partigiani italiani che erano più crudeli dei titini.

Possibile che dopo più di settant’anni si cerchi ancora di nascondere quello che, ahimè, fa parte della storia?”

Risponde in poche righe il signor Aldo:

“Caro Maurizio, mi associo al suo ricordo e alla condanna per quella pagina nera della storia nazionale.!

Stop? Tutto qui? Lui si associa! Le parole d’ordine della società civile sono diventate “Mi associo” quando non se ne può fare a meno, oppure “auspico, auspichiamo” tutto per mettere una pietra sopra e correre via.

Ha capito radical chic!?

C’è poi alla base dell’assurda critica modello radical chic anche un misconoscimento totale: il romanzo non vuole raccontare la cultura italiana del tempo ma la storia di una famiglia esule, fuggita dall’Italia in America, i cui genitori sono stati assassinati e gettati nelle foibe. Almeno questo è il romanzo che ho scritto. Lei ne ha letto un altro? Papà Giulota in comunicazione con l’Italia, tramite un’associazione esuli, è ben informato della situazione e ne soffre. Al figlio vero e a quello adottivo che si stanno trasferendo in Italia per lavoro, affida la missione di parlare delle Foibe in un paese dove le foibe ancora non esistono.

Nel ’43, faccio notare. i Titini occuparono paesi e processarono la popolazione sospetta di collaborazione con i fascisti. Alcuni furono condannati altri, assolti, tornarono liberi, ma all’approssimarsi delle forze tedesche i nostri baldi Titini non esitarono e buttarono nelle foibe anche quelli che avevano assolto. Ha capito Aquila?! Formazione culturale solida? Solida come gli estensori dei libri di testo e dei dizionari? 

E veniamo all’altra accusa concernente la situazione editoriale in Italia.

Scrive la radical chic:

E così anche il discorso sulle case editrici, sugli editori italiani che si fanno portavoce sulla cultura di destra e di sinistra. Nonostante i dialoghi siano messi in bocca a personaggi italiani, appaiono poco realistici in un romanzo intriso di cultura americana, in cui si sta descrivendo la maturazione e la crescita di “ragazzacci” americani.

I dialoghi non sono “messi in bocca”?. Lei racconta palle. Che libro ha letto? Non certo il mio dove viene raccontato un dialogo fra un funzionario moderato del partito comunista e un impiegato dello stato che detesta l’elite. I due “ragazzacci” americani assistono e tacciono. Riporto i brani incriminati e una biografia letteraria che penso comune a molti italiani, che allora si muovevano tra le pubblicazioni degli editori italiani, tra cui il vostro idolatrato editore Einaudi che alla loro cultura non contribuì affatto. 

E vengo alla editoria e alle sue critiche, riportando i brani incriminati, Interviene funzionario comunista:

- Le librerie sono piene di merda. - stava continuando Rossini - Gli editori vogliono solo i bestseller degli States, le infami storie di avvocati, le favole rosa. Tutta robaccia scritta da illetterati ignoranti, da cani e porci. Per fortuna ci salva Einaudi…

- Lei insiste con i libri Einaudi - gli oppose Petri - e in un certo senso, come torinese, dovrei esserne orgoglioso ma dire che l’editore Einaudi rappresenti la cultura italiana è assolutamente falso. Einaudi rappresenta la cultura di un’élite con la puzza sotto il naso; quella stessa élite salottiera di sinistra che ha cacciato Montanelli dal Corriere della sera.

- Forse ha qualche ragione ma mi chiedo se esista un’altra cultura in Italia. - replicò Rossini.

- Io mi faccio invece un’altra domanda.- riprese animosamente Petri - Che aiuto ho avuto dai libri Einaudi? La mia risposta è semplice: nessuna. Cosa leggeva chi, come me, amava leggere e non aveva i soldi per comprare i salati libri Einaudi? Ebbene la risposta è semplice. Nella mia piccola libreria ho conservato i libri che potevo permettermi e cosa ci trovo? Libri, come I libri del Pavone, editi da Mondadori, libri bmm, libri Bur. Lei forse non li ha mai sentiti neppure nominare ma io sui libri del Pavone ho letto Kormendi, Steinbeck, S. Lewis.

- Nel Pavone c’erano Nobel come Steinbeck con La valle dell’Eden, Hemingway con I Quarantanove Racconti e Per chi suona la campanaEhremburg con Il disgeloCadwell con La via del Tabacco. Era la collana proletaria di Mondadori dedicata ai moderni e contemporanei Una simile collana proletaria, a basso costo, non esisteva da Einaudi.

Era partito in quarta Petri nella sua filippica e non tentava neppure di nascondere, in quella foga sanguigna, la sua profonda ostilità per quel mondo, un’ostilità che però - ormai certi segnali ero in grado di coglierli - non erano diretti contro Rossini ma contro la moglie. Lo coglievo dalle occhiate in tralice anche dalla posizione che, se col viso era rivolto a Rossini, col corpo era piegata scomodamente verso la moglie, suo vero obiettivo: un discorso a nuora perché suocera intenda. 

La moglie non pareva cogliere quei segnali: tranquillamente non guardava tutti con compatimento ma quasi, come se assistesse a una superficiale, immotivata, ostinata serie d’infantili ripicche.

Intanto Petri proseguiva.

- Il Pavone era parente stretto della più aristocratica e blasonata “Medusa” e quei bei libri, dico belli, non solo per il contenuto ma per la rilegatura, perché cuciti e non incollati, per la carta e l’inchiostro, non potevo certo permettermeli.

C’era un’altra collana di Mondadori altrettanto proletaria e altrettanto ricca ed era la bmm. Nella bmm trovavi di tutto. Romanzi, racconti, biografie, poesia, teatro, saggistica. Era una colossale enciclopedia.

C’erano i classici ma anche i moderni e i contemporanei. Mann Stendhal, Pirandello, IbsenShaw, la Deledda, Carlo Levi, Fogazzaro, Verne, D’annunzio; quelli che non trovavo lì, li trovavo nella bur di Rizzoli. Lì trovavi tutto il mondo classico, tutto il settecento, l’ottocento e parte del novecento. Ora, però, stiamo annoiando il nostro amico americano, lui al bar dell’università faceva di sicuro discussioni più interessanti.

Protestai che per me andava bene, che mi stavo ambientando in una cultura vecchia di millenni. Non era una discussione scipita, noiosa ma interessante e con implicazioni politiche evidenti.

 

A questo punto il romanzo vira di nuovo verso l’evento foibe. Perché questo è importante per i due americani che lavorano in Italia?

- Di fatto - dissi - non mi sto annoiando, anche se io stesso non mi stupirei se accadesse. Che mai può interessare a un americano come me una disputa sugli editori italiani? E invece m’interessa perché è, in effetti, una disputa politica che tocca un punto dolente della vita della mia famiglia esule in America perché in fuga dalle foibe dove furono buttati, dai comunisti di Tito, i genitori di Papà Giulota.

L’avevo detto e anche Rossini ammise che il comportamento della sinistra sulle foibe era inesplicabile.

- Inesplicabile è il suo tentativo di seppellire tutto. Chi in questo sa qualcosa sulle foibe tranne il fatto che là sotto ci sono metri cubi di morti ammazzati?

Rossini si disse pronto ad ammettere tutto ma Petri gli replicò che questo tipo impotente di ammissione poteva anche essere considerato un meschino mezzo per eludere l’argomento - Che dovrebbe mai fare, secondo te, uno come Rossini? Mettersi a gridare all’angolo della strada: “Gente, siamo colpevoli di aver tentato di seppellire una nostra colpa?” - interloquì, con leggero sorriso di scherno la moglie, non ostile al marito in sé ma a una certa maniera di parlare adatta ai bar di periferia.

- No - replicò Petri - ma non vedo come la sinistra comunista non debba cominciare a discuterne sul serio. Tutti gli storici che sono di quella parrocchia - e come sembra lo sono quasi tutti - che hanno fatto? Quelli pur di non parlare delle foibe, pur di non parlare di responsabilità, parlano della fecondazione artificiale dei coleotteri. - sghignazzò in maniera volgare.

Nonostante il vigore di Petri, di cui in cuor mio lo ringraziavo, come certo in quel momento stava facendo Quinto, che intervenne con un’osservazione: a Rossini che formulava l’ipotesi di un rapporto tra strage e fascismo degli istriani italiani, lui non rispose, come avrei fatto io che l’essere italiani o fascisti non giustificava una simile strage, a guerra finita, ma semplicemente disse:

- Questo vi posso garantire: che nella famiglia di mio padre non si sentivano fascisti. Non solo non si consideravano fascisti ma neppure Italiani. Si sentivano Veneziani e commercianti. Veneziani e commercianti. - ripeté - Avevano un forno per il pane e lo vendevano a Slavi, Italiani, Veneziani, fascisti e non fascisti, ma si sentivano Veneziani. I loro antenati avevano difeso per secoli quelle terre, combattendo e fortificando le coste. Mai più si aspettavano di essere ammazzati e cacciati dalle terre per le quali i loro antenati erano morti.

- L’Italia era ed è tuttora dominata dagli intellettuali comunisti che negano le foibe, anche se, a denti stretti, devono ammettere l’esistenza di quelle mattanze avvenute, in gran parte, a guerra finita. Loro sostengono che i morti buttati laggiù erano solo fascisti e soldati fascisti, ma questo è assolutamente falso, laggiù c’è di tutto. E lo dico con sicurezza perché mio nonno e mia nonna non erano fascisti. A dire il vero non si sentivano neppure italiani ma veneziani. La loro famiglia abitava in quelle terre dal settecento quando le galee veneziane salvavano l’Europa dai Turchi. I loro antenati avevano eretto bastioni e fortezze che hanno difeso non solo Venezia ma tutta l’Europa dai Turchi. A questo servirono le gigantesche fortificazioni nei porti e nelle città dell’Istria e della Dalmazia. - Dopo questa esibizione, Quinto prese respiro ma riprese subito - I miei antenati avevano un forno per il pane. Mio nonno lavorava tutti i giorni dalle tre del mattino fino al pomeriggio inoltrato, come fa ancora mio zio, che ha una panetteria qui in città. Poi, dopo una passeggiata, si ritirava a dormire. Questo tutti i giorni, domeniche, Pasqua e Natale compresi. Nulla di eccezionale poiché da che mondo è mondo, tutti i panettieri fanno questa vita. La domenica pomeriggio andava a giocare alle bocce. I miei nonni sono stati infoibati entrambi; sapete come facevano quei macellai? Ne legavano fra di loro una decina col fil di ferro e poi spingevano il primo che si trascinava tutti gli altri. Cadevano nel buco per decine di metri e, se non morivano nella caduta, urlavano tutta la notte. – raccontò Quinto con un fervore che non ammetteva dubbi.


Concordo con quanto scritto sopra sull'Editore Einaudi. 

[...] libri di Einaudi non rappresentavano affatto la cultura italiana ma la parte di sinistra e di estrema sinistra. Non a caso, nacque Adelphi, con l’intenzione di offrire al lettore una parte culturale che Einaudi non voleva coprire.

 Gli anni sessanta, per noi che diventavamo adulti, furono una manna anche per l’orgia di dispense culturali a basso prezzo nelle edicole. Parlo delle dispense dei Capolavori nei Secoli, de I maestri del Colore, editi dai Fratelli Fabbri, di quelle geografiche de Il Milione da cui appresi giovanissimo l’esistenza di una storia della musica, io che, ignaro anche della terza rete rai, non avevo mai sentito altro che le nenie dei papaveri, delle papere, dei balli del mattone, delle mamme amatissime, degli alberi infiniti in una stanza, e che pensavo che la musica fosse tutta lì. Dal Milione appresi che esisteva per ogni paese una storia della musica che si unificava, che erano esistiti Monteverdi, Palestrina, Mozart, Paisiello, ecc. Più tardi, negli anni, uscirono nelle edicole i fascicoli di Storia della musica.

Molti pezzi classici come le sinfonie di Beethoven, la sesta di Ciaikovskij, la Sinfonia del nuovo mondo, ecc. o opere come Otello, ecc. erano in vendita alla Standa per la modica e popolare cifra di mille lire a disco. 

Rizzoli e pubblicava i capolavori nella Bur: tutti i capolavori più o meno grandi del passato in edizione economicissima e povera. Accanto alla bur pubblicava anche collane di libri eleganti, cuciti, rilegati. Analogamente Mondadori pubblicava accanto a collane di libri economici (bmm, Pavone), che abbracciavano romanzi moderni, classici, pittura, architettura saggistica, filosofia, l’aristocratica e cara Medusa di scrittori moderni e contemporanei.

L’offerta di cultura a costi popolari era ampia e non proveniva da Einaudi. L’Italia posava mattoni per le abitazioni popolari e meno popolari ma anche mattoni culturali per le tasche proletarie. L’unico problema era l’abbondanza e la necessità, per quei giovani non finanziati dalla ricca e snobistica elite, che non avevano già in casa una biblioteca famigliare perché venivano dalla “Bassa”, che non studiavano l’elitario greco del classico, l’impossibilità di comprare tutto e di dover fare scelte ogni settimana. Ma furono comunque tempi culturalmente folli. I due grandi partiti effettivamente popolari andavano a braccetto con l’abbondante offerta di cultura a prezzi popolari. 

Accanto ai grandi editori interclassisti in grado di accontentare tutti i gusti e tutte le tasche, c’era l’Editore Einaudi, uomo ed editore di sinistra, impegnato nel costruire una supremazia culturale con edizioni ricche, belle e care; non certo per le tasche proletarie. I suoi libri erano tutti cuciti, eleganti, veri arredi per librerie di gente snob, ignorante e non ignorante. Era ovviamente l’editore osannato dalla società civile, dall’elite nobile e radical chic, che disprezzava i grandi editori e ancor più li disprezzò fino all’odio allorché a rilevare una Mondadori in fallimento per le perdite T.V., arrivò l’arcinemico Berlusconi che poi salvò dal fallimento anche Einaudi. Non un merito per la società civile ma un’altra offesa da lavare a tutti i costi.   

L’Einaudi rappresentava la negatività della democrazia italiana, l’immagine della repubblica platonica dell’Espresso e dell’egemonia culturale radical chic.

Non era difficile prevedere che questa aristocratica elite avrebbe ridotto l’Italia e l’Europa al disastro, all’umiliazione delle classi medie, alla rabbia sociale, alla povertà di tutti e alla ricchezza di pochi. Il pensiero unico di sinistra trionfava, il nuovo elitarismo di sinistra trionfava, alimentato da una moltitudine di giornalisti, attori, registi, che vivevano la loro brillante vita a spese dei contribuenti.

Per oggi mi fermo qui ma seguiranno, per la grande  Walkabout Literary Agency altre puntate per svelare altra ignoranza, altra intolleranza, altre incredibili critiche



lunedì 24 maggio 2021

Bombardamenti di Clinton sulle Serbia

 


Bombardamenti di Clinton sulle Serbia

Effetti collaterali.


Effetti collaterali sui ragazzi serbi sotto i bombardamenti della Nato dell'America di Clinton e dell'Italia di Dalema. Un bel omaggio fattomi dalle autrici; un libro in cui sono i ragazzi a parlare e che dovrebbe essere in commercio tanto nelle librerie serbe che italiane. L'Editore non avrebbe neppure la spesa della traduzione già presente nel libro. Per questo anche per questo le ringrazio del dono prezioso. 




" Ancora mi chiedo perché quegli sconosciuti giocavano con noi premendo sulle loro consolle i bottoni della morte come un video gioco. avevano anche loro figli? Perchè si comportavano con noi come se fossimo stati virtuali e non veri bambini?" 


"Dicevano che avrebbero mandato anche l'esercito, per occupare il nostro paese via terra. noi bambini ci trovavamo nel cortile della chiesa e fantasticavamo su come avremmo potuto contribuire alla difesa del nostro paese."


"Dopo un po' la gente cominciò a radunarsi in piazza, scendevamo sulle strade a protestare contro il nemico. indossavano  magliette, cappellini, e spille con la scritta "target", perché tutti eravamo bersagli "invisibili" di aerei altrettanto "invisibili" da cui venivano lanciate bombe ben visibili."

Certo  le descrizione di paura di dolore, dei rifugi toccano maggiormente la nostra anima, ma quelle citate testimoniano un ben vivo senso di giustizia, di orgoglio e la consapevolezza di essere perseguitati da dei "carnefici". Non a caso i bambini parlano di crudeltà del potente verso il debole,  dei forti, ricchi, potenti paesi della nato contro la piccola, povera Serbia. Parole dense, impressionanti, mai ingenue; non solo quelle che ho citato ma tutte. Un avviso, un'accusa al cuore di chi quelle paure, quelle disperazioni le provocò ordinando con indifferenza  le bombe su un popolo verso il quale tutto l'occidente aveva solo debiti.

Ancora un grazie ad entrambe le autrici, con la speranza che il piccolo libro che si legge tutto d'un fiato in una sola notte, diventi disponibile nelle librerie.





venerdì 27 novembre 2020

Dopo il mio lungo. Covid, Impero UE, Sovranismi

Non un tentativo di indirizzarvi verso Italexit, ma solo una sede virtuale dove ragionare, argomentare discutere sulla UE.


 Pensate ai grandi imperi del passato, a  quello cinese, a quello egizio, a quello persiano, al nostro impero medioevale, all'impero della chiesa. Tutti quei secoli imperiali in ogni punto della terra, in ogni periodo hanno prodotto meno conoscenza meno arte, meno
progresso che poche decine d'anni nelle città greche come Atene e nella città rinascimentali italiane come Firenze, Milano, Venezia, dove la civiltà veniva creata (Atene) o ricreata (Firenze, Venezia) ed esportata, come ad esempio a Roma, dove si creavano, sì, grandi capolavori ma chi li creava erano Raffaello, Michelangelo, ecc.

Le grandi democrazie come gli Stati Uniti la Svizzera la Gran Bretagna  resistono al tempo, ai secoli solo se conservano un ordinamento confederale, presupposto per la non omogenizzazione del pensiero, delle culture, delle tradizioni, delle abitudini che, creando  uniformità, spesso forzata, schiacciano diversità ma la diversità, la libertà delle diversità, sono le matrici della creatività culturale, del progresso civile e conoscitivo, delle grandi opere d'arte, il terreno fertile perché, come in Atene, a Venezia, a Firenze, a Milano a Mantova, nascano le opere d'arte, fioriscano il pensiero libero, la letteratura, la filosofia, la matematica, la scienza. Dante credeva nell'impero ma scrisse nel volgare fiorentino. Le città rinascimentali cercavano di liberarsi dai due totalitarismi del papato e dell'impero ma questi riuscivano a dare le loro zampate: Galileo fu costretto all'abiura e Giordano Bruno fu bruciato vivo al campo dei Fiori. 

Non illudetevi che la democrazia possa resistere alla volontà unificatrice, imperialista della UE. Neppure il senato romano, la particolare democrazia romana, la sua libertà di pensiero riuscirono a resistere al pensiero dell'unità, al pensiero della sovranità dei cittadini, al rifiuto della pace e dell'armonia. I pochi Bruto in circolazione riusciranno a impedire la che la democrazia UE si trasformi in un impero? Con gli stessi insegnamenti alle elementari, alle medie inferiori e superiori, alla università, alle stesse convenzioni sociali, alle stesse leggi universali che valgano per le culture, le religioni, le non religioni, le società più diverse. 

La democrazia è inimicizia, (Nel senso dell' '"amico, nemico di Carl Schmitt), diversità, non armonia e pace. Non lo è neppure nel tempo del Covid. 

Si sente continuamente invocare l'abolizione delle regioni in Italia. l'abbandono delle nazioni in Europa, ma chi contrasterà l'impero, chi proteggerà la democrazia dopo che i furfanti del PD hanno accettato Conte e i DPCM, esautorando il parlamento, dopo che gli ignoranti estensori della costituzione non sono neppure riusciti a capire che i crimini e la politica di repressione del crimine sono cose diverse ed hanno assegnato al potere giudiziario tutta la politica di repressione del crimine,   dopo che viene finanziata dallo stato la stampa cartacea, (immane spreco di  denaro e alberi) si dedica a insultarci, dopo che le televisioni sono tutte in mano dell'Elite?

Oggi c'è il covid, domani ci sarà l'emergenza fame e povertà o il covad o il covud e allora perché non dire che siamo sempre in emergenza e togliere di mezzo questa ingombrante democrazia e fare come la Cina che ha saputo combattere il Covid così bene? 

Perchè non affidarci all'Europa che ha fatto miracoli decidendo che le banane non lunghe tot, le mele non tonde tot, non sono banane e mele, cosa decideranno dei nostri pensieri per chiamarli pensieri?

Ci salva pensiero unico per il quale le banane piccole non sono banane, le mele e le pere piccole non sono pere, le diversità diventano volontà generale, le diversità delle memorie diventano MEMORIA CONDIVISA, ossia memoria unica?

Memoria condivisa sulle Foibe, sulla guerra civile? No, grazie noi ci teniamo la nostra e smettetela di cercare di imporci la vostra.

Il pensiero radical chic parla di noi come sovranisti ma nella sua ignoranza, con tutti i suoi espertoni e sociologoni, non si sono neppure degnati di uscire dall'insulto culturale per cercare di capire quello che chiamano "IL BARBARO UNIVERSO SOVRANISTA", per cercare di esplorarne le ricche articolazioni, le ricche diversità.

Se confederazione deve essere perché le repressioni furibonde contro la Catalogna, contro i paesi baschi. Perchè non si dà l'indipendenza all'Alto Adige, alla Corsica e in genere a tutte le regioni che la vogliono? Dobbiamo arrivare un bel giorno a guerre dilanianti come quelle dei Balcani? L'UE tace ma non esiste l'autodeterminazione dei popoli sancita dall'ONU?

Rinvio la continuazione ad altri post.

Ezio Saia

 

  


domenica 25 ottobre 2020

25 Giornalisti infami Camilla Cederna Il presidente Leone. Colpo di stato date da Wikipedia



Se un altro personaggio contende con l’editore Einaudi, con gli odiosi Crespi e Ottone la palma di fondatore del partito, élite-radical-chic- società civile questo è senz'altro l’odiosa e squallida Camilla Cederna.
Quello che scriviamo si trova in qualsiasi libro di storia contemporanea o in qualsiasi enciclopedia alla voce “Leone”. Ci limitiamo a un richiamo e ad aggiungere un po’ di prezzemolo qua e là.
Dunque, il 15 giugno del '78 Leone si dimise. Abbandonato anche dal suo partito, il cui segretario Zaccagnini, (un uomo onesto schiacciato da un enorme complesso d’inferiorità morale e da un'irrimediabile sudditanza psicologica e morale verso il P.C.I. di Berlinguer) gli impedì di difendersi come Presidente della Repubblica, oggetto, tanto lui che i suoi famigliari, di una campagna di denigrazione, accuse, insulti senza precedenti, non poté che dimettersi. Lo fece per potersi difendere. Lo fece per difendere l’istituzione “Presidenza della repubblica”, lo fece per dare una lezione di moralità ai suoi accusatori.
Quali le accuse? Quali gli accusatori?
Le accuse erano molte ma la più grave riguardava la vendita all’esercito italiano da parte dell’americana Lockheed degli aerei per trasporto truppe Hercules C130. Leone aveva la grave colpa di essere amico dei fratelli Lefebvre, rappresentanti in Italia della ditta Lockheed e accusati di aver distribuito mazzette per portare a buon fine la vendita. I percettori delle Mazzette risultarono tra gli altri i ministri Tanassi e Gui, il primo socialdemocratico, il secondo democristiano e un uomo politico indicato come “antilope coppler”, letteralmente “ciabattino d’antilopi” che si trasformò velocemente e abusivamente in “antilope goppler”, “sbranatore d’antilopi”, ossia in leone, ossia in Giovanni Leone, presidente della repubblica italiana e amico dei fratelli Lefebvre.
La campagna stampa fu orrenda. Vi parteciparono, tra gli altri, Nino Pecorelli, direttore del giornale OP e i radicali Bonino e Pannella, ma la vera protagonista, l’eroina, l’anima nera, l’accusatrice impietosa e infame fu la giornalista Camilla Cederna.
Perché tanta ostilità? Lasciamo per ora in sospeso la questione e limitiamo a rilevare che:
1) nessun del partito democristiano osò essergli pubblicamente solidale, nessuno osò dichiarare che nessuna di quelle accuse stava in piedi,
2) come oggi riconosciuto da tutti, anche da accaniti accusatori, come i radicali Pannella e Bonino, fu una delle pagine più meschine, vigliacche, infami della storia democratica della prima repubblica, che registrò anche una meschina campagna di fotomontaggi per gettare fango sulla moglie Vittoria.
L’ESPRESSO, che divenne per questa e altre vicende capofila di un vero partito politico d'élite) montò una micidiale campagna incentrata fra l’altro sull'amicizia con i LEFEVRE senza mettere in evidenza che non fu un’amicizia fra LEONE IN QUANTO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA e uomini d’affari come si riuscì a far credere ma un’amicizia FRA COLLEGHI D’UNIVERSITÀ. Leone e Lefebvre erano colleghi d’università e addirittura, a quanto sembra, coautori di un testo universitario.
La micidiale campagna scandalistica, denigratoria del settimanale culminò con la pubblicazione dei primi capitoli del libro della Cederna.
Il libro della Cederna, Giovanni Leone. La carriera di un presidente si rivelò decisivo. La veemenza dello scritto, la ferocia delle accuse al presidente e ai suoi famigliari, la fama della giornalista, l’impressione, abilmente insinuata, che i suoi stessi colleghi, tanto della D.C. che del Parlamento fossero consapevoli dell’indegnità del presidente, la morbosità della vicenda, fecero sì che il libro, vero anticipatore della lega nel suo disprezzo per la cultura popolare meridionale) vendesse più di seicentomila copie. Ma chi era Camilla Cederna?

Dal '58 all'' 81 è a L'espresso come inviata e come titolare della rubrica di costume "Il lato debole". E’ un periodo in cui la Nostra, relativamente lontana dalla politica, è brillante commentatrice-fustigatrice di costumi non elitari, feroce coi parvenu, con quegli impresari che contribuirono al miracolo economico italiano. Col generale risveglio del ’68, s’incrementa la passione per la politica che esploderà con la strage di Piazza Fontana. La Cederna pubblica un'inchiesta sulla morte dell'anarchico Giuseppe Pinelli, fermato per accertamenti e morto precipitando da una finestra di un ufficio della Questura milanese ed è nel ’71 ispiratrice della lettera aperta pubblicata dall’Espresso contro il commissario Calabresi sul caso Pinelli. Pochi mesi dopo, il commissario Luigi Calabresi viene ucciso di fronte alla sua abitazione e molti vedono nelle sue dure quanto infondate insinuazioni della giornalista il fiammifero da cui era partito l’incendio. Un’accusa che il prefetto Libero Mazza non esita a rivolgerle durante un colloquio-conferenza avvenuto nello stesso ospedale dove giace la salma del commissario Calabresi.
Scrivono sull'articolo-celebrazione pubblicato su Corriere della sera alla sua morte che, inviata dall'Espresso a una conferenza  stampa del questore sulla morte di Pinelli e sull'arresto di Valpreda, la Cederna fiutò “imbarazzo e grossolane bugie. Vuole vederci chiaro, guarda dietro alle apparenze, si indigna (è l'indignazione civica la sua bussola politica, non l'ideologia) e scrive. Gli articoli, i capitoli del libro - inchiesta Pinelli, una finestra sulla strage, non sono per nulla accomodanti sul commissario Calabresi che verrà più tardi, letteralmente linciato da Lotta Continua e successivamente verrà ucciso. Camilla si ritrova pesantemente coinvolta, per quella incivile frase del questore ("Mandante morale dell'omicidio Calabresi"). La chiamano "carnivendola".
L’accusa, ribadita da Vittorio Sgarbi in una trasmissione televisiva nel 1991, indusse gli eredi a intentare contro di lui un procedimento di risarcimento danni che si concluse in Corte Suprema (2005) con l’assoluzione di Sgarbi a cui fu riconosciuto a Sgarbi il diritto di critica.
Dopo il capolavoro carnivendolo di disinformazione e di odio su Calabresi venne un secondo capolavoro con la vicenda Leone. Un capolavoro di idiozia, di disinformazione e di bugie, si disse, basato sul nulla o meglio sulle bugie politiche del giornalista Mino Pecorelli titolare dall'agenzia "OP" ritenuta vicina ai servizi segreti deviati. Quegli stessi servizi deviati, forse, autori di quelle false ricostruzioni fotografiche con le quali si cercò di infangare la moglie. Dopo questa disastrosa campagna di Stampa venne, sempre in collaborazione con e sull'Espresso, l’orchestrazione della campagna scandalistica contro Leone e i suoi famigliari culminata nel libro Giovanni Leone. La carriera di un presidente che con le sue oltre 600.000 copie fu determinante per la sua caduta. Essendo stato impedito al presidente di difendersi tramite l’avvocatura dello stato con procedimento penale contro l’autrice, furono i suoi famigliari a farlo con querela.
La Cederna perse le cause, fu condannata per diffamazione, fu inflitta a lei e al suo giornale L'espresso una pesante multa, fu decretata la distruzione di tutte le copie del libro. La giornalista e il settimanale lEspresso non furono solo condannati dalla magistratura ma persero anche politicamente con l’opinione pubblica. Leone sarà riabilitato integralmente. Nulla di ciò di cui era accusato dalla Cederna era vero. Per questa bruttissima pagina (che fu scritta soprattutto dalla Cederna e dall’Espresso) i radicali  Bonino e Pannella chiesero ufficialmente scusa. Scuse tardive come tardivo fu il riconoscimento del presidente della repubblica Napolitano che pubblicamente manifestò il suo dispiacere per la grave ingiustizia che ebbe a subire il Presidente Giovanni Leone e la sua famiglia.
Nessuna riflessione fu invece avviata sull'enormità di ciò che era accaduto. Nessuno ebbe il coraggio non solo di dire ma anche di pensare che con la deposizione di Leone era stato portato a termine il primo colpo di stato del dopoguerra. Nessun parlamentare o partito propose la sua rielezione come presidente della repubblica.
Ciò che mancò fu quel pubblico dibattito, quella guerra democratica, quella interazione capace di creare nuovi soggetti e nuovi significati di cui nutrire la democrazia.
Scrive ancora il Corriere della sera nell'elogio funebre:
“"Radical chic" l'hanno definita i suoi nemici e certamente lo era: di sinistra e insieme di casa tra la bella gente. Ma anche se a suo tempo lo si faceva passare per una grave macchia, oggi, ad acque passate, il peccato sembra del tutto veniale. E comunque lei stessa - almeno in tete a' tete - tranquillamente e civettuolamente era disposta ad attribuirselo.”
Carino quel “civettuolo” a proposito di una spregevole giornalista autrice di tante nefandezze. Incomprensibile che non fosse in galera dopo un colpo di stato e dopo aver distrutto un presidente della repubblica. Con che diritto in una democrazia non era in galera?
Per l’incredibile potere di sputtanare, di demolire impunemente una persona, un personaggio politico, un altro giornalista, un commissario di polizia, riservato a quell’infame elite dei giornalisti che si autodefiniscono una colonna della democrazia, ma che sono in realtà una colonna chiusa, arroccata nel loro castello di privilegi, finanziata dallo stato e dai contribuenti in maniera indecente e protetta da una democrazia che a questo punto fatica ad essere considerata una democrazia.
Se non è democrazia quella di Putin che perseguita i giornalisti che lo criticano non lo è neppure quella italiana che permette impunemente ai giornalisti di fare il bello e cattivo tempo.

Tutti noi che oggi ci affanniamo su questo Manifesto eravamo a quei tempi dalla parte dell’elite dell’Espresso: appoggio vergognosamente cieco ed elitario a un'élite snob e radical chic, libera di tutto fare, di tutto disfare per insediarsi al potere. Il radical chic dilagava, la gente con l’uscita del nuovo giornale La Repubblica, lo ostentava orgogliosamente come attestato di democrazia. Un confraternita di successo nata e cresciuta sull'onda delle denuncia di un colpo di stato (Solo) mai accertato e di un colpo di stato portato vittoriosamente a termine.
La “Società civile” era nata, anche se non si era ancora autoproclamata.
Chi ci risvegliò dal nostro sonno dogmatico circa la cultura di serie A e di serie B, la cultura alta e bassa, elitaria e popolare fu l’interpretazione che un nostro amico assicuratore proprio in occasione dell’evento Leone. Non proprio un amico ma un conoscente occasionale, di origini napoletane con cui trascorremmo alcune serate di accese discussioni.
L’assicuratore interpretava l’affare Leone come una congiura. Una congiura del Nord contro il Sud. L’ennesima congiura del Nord contro il Sud e la sua cultura. Un’accusa sostenuta con vigore ed estesa a tutto il Nord, a tutti i suoi cittadini a noi, i suoi amici, che assistevamo senza muoverci senza protestare con energia contro quello che considerava un colpo di stato. “Il Nord ha riunificato l’Italia, il, Nord ha fatto la resistenza e noi che abbiamo fatto al sud? Fornito all’esercito alleato l’alleanza con la mafia.”Accuse pesanti che non furono sul momento neppure capite tanto ci apparivano stravaganti, anche se sicuramente si insinuò il dubbio che tutta quell’accusa fosse veramente una congiura, come sosteneva l’assicuratore, non ordita dal nord contro il sud ma dalle forze laiche contro un presidente democristiano. “Stanno detronizzando un presidente perché faceva le corna. Leggetelo il libro di quella maiala e di tutte le accuse non troverete altro. Quella donna odia la cultura popolare napoletana, odia il sud.”
In effetti l’odio tutto radical chic per la cultura popolare del sud traspira dal libro della Cederna; oltre le accuse feroci e non documentate, rimangono effettivamente solo quelle corna scherzose.
Al principio degli anni Ottanta, il risarcimento alla famiglia venne valutato in seicento milioni; in seguito altri danni morali vennero riconosciuti anche a due avvocati.

Ci rivolgiamo a voi. Siete davvero convinti che i giornalisti siano i pilastri della democrazia. Quanti cittadini rovinati dai giornalisti spesso in coppia coi PM, altro pilastro della democrazia, dovettero attendere per anni il pigro svolgimento del processo che infine li assolse?
Ma la Nostra Cederna, snob e radical chic ne fece anche altre.
Era successo che, in un libro, Camilla Cederna aveva attribuito al collega Afeltra un articolo scritto, molti anni prima, su un giornale fascista. L'articolo firmato "Gaetano Afeltra" esisteva, era stato pubblicato sul giornale della federazione lombarda del Partito nazionale fascista e trattava di alimentazione. Ma quel "Gaetano Afeltra" era un omonimo: un capitano dell'esercito addetto alla sussistenza. Afeltra fece querela e si arrivò al processo. Ma, dopo un paio di udienze, la querela fu rimessa. Camilla Cederna era già stata condannata per la vicenda Leone, e Afeltra non volle infierire. Oppure tutto finì a tarallucci e vino e, sottobanco, la nostra elitaria, arrivista chic e radical snob, pagò.
Ma anche se il processo non giunse a termine il reato informativo esisteva e non era quindi logico e giusto che anche per questo delitto dovesse pagare? Non pagò: sono i pilastri della democrazia o le puttane della democrazia?

Le conseguenze politiche e sociali di quel colpo di stato furono enormi. In Italia al governo e all'opposizione c’erano partiti di massa, di popolo che allevavano i loro cuccioli nelle associazioni, negli oratori, nelle società operaie, aperti a tutti, aperti alle culture. I due partiti funzionavano da ascensori sociali, avevano connessioni strette con le grandi associazioni sindacali, ed imprenditoriali, ma senza mai farsene dominare. Uno, la Democrazia Cristiana che si definiva ed era un grande partito popolare ed interclassista, rifiutava la contrapposizione di classe, La rifiutava perché quella era la loro operativa interpretazione, amico nemico, dell’articolazione sociale, l’altro ugualmente popolare era in grave anche se non aperta e conclamata crisi intellettuale, per la sua associazione all'ideologia della democrazia reale del comunismo e dei regimi che in suo nome con i suoi obiettivi dominava dalla fine della guerra le democrazie socialiste dell’Est.
Ma erano due partiti popolari e non elitari, che cercavano di capirsi, si studiavano, si rispettavano e durante il lungo periodo di contrapposizione anche dura furono portate a termine grandi riforme popolari e antielite come l’abolizione della media del latino, dell’esame di ammissione con la media unificata per tutti, come il libero accesso a tutti gli studenti di i tipi di secondaria, ragionieri, periti, geometri a tutte le facoltà universitarie. Due grandi riforme antielitarie ( non furono le uniche) in un campo, quello scolastico, di grande significato, popolare. Dopo queste il passo ovvio e successivo nella stessa direzione popolare ed egualitaria doveva essere il vario di una scuola secondaria unica con l’abolizione del greco e di quel liceo classico, vero allevamento di polli di élite che avevano la possibilità in quei cinque anni di preparare le loro emersione, la loro elitaria alleanza, con il greco come visibili, udibile simbolo di fratellanza e alleanza. Ma l’attesa fu vana. La secondaria superiore unificata e ridotta a quattro anni, anche questa riduzione, simbolo di visione e cultura popolare non venne mai.
Il grande popolare partito comunista in forte difficoltà, che aveva già irriso e giustamente rifiutato la guida intellettuale del partito d’azione prima e del partito degli intellettuali del Manifesto, ora, dopo il fallimento anche del grandioso tentativo di alleanza D.C. e P:C.I. passato alla storia col nome di Compromesso Storico, aveva bisogno di uno chaperon, di una forza indiscutibilmente e democratica e occidentale, che l’accompagnasse nel lungo cammino che doveva far dimenticare il loro passato comunista di adesione alla democrazia reale per fare il suo ingresso possibilmente con la stessa forza nella democrazia occidentale, e la forza necessaria era già pronta in quel partito non partito più che mai elitario e intellettuale di cui godeva la simpatia e di cui aveva visto la forza nella vicenda del colpo di stato a Leone, con gli impiegati che se andavano con il nuovo quotidiano la Repubblica orgogliosi di essere partecipi di una forza progressista intellettuale elitaria che aveva salvato l’Italia da un colpo di stato forse inesistente e scalzato un ignorante napoletano che faceva le corna e forse credeva nel sangue di San Gennaro.  
Ma questo è un capitolo storico tutto da riscrivere.


mercoledì 21 ottobre 2020

GIORNALISTI IGNORANTI E FAZIOSI

 Quando acquistate un giornale chiedetevi se vi pare giusto leggere e pagare giornalisti che vi insultano. 

Se vi pare giusto l'enorme quantità di denaro che lo stato. e quindi noi, tu ed io, eroghiamo ai giornali perché ci insultino. 

Se questi giornalisti radical chic che ci insultano coi nostri soldi, che banchettano coi nostri soldi, non siano altro che squallidi parassiti mantenuti da noi.

Ci dicono che i giornalisti e i loro giornali siano i pilastri della democrazia ma vi pare che le pagine che parlano di cantastorie che parlano delle esplorazioni della propria anima, siano un pilastro della democrazia? Che il direttore d'orchestra, elogiato perché nessuno sa far risuonare gli ottoni come lui in orchestra, sia un pilastro della democrazia? Che l'attore intervistato circa il suo eroico e madornale sforzo per penetrare l'intimo animo dell'Avaro sia un pilastro della democrazia? Che l'oroscopo sia un pilastro della democrazia? Che le previsioni del tempo siamo pilastri della democrazia? Che un formaggio sia un pilastro della democrazia? Che un cuoco sia un pilastro della democrazia?

CHE L'INDECENTE RADICAL CHIC CAMILLA CEDERNA SIA UN PILASTRO DELLA DEMOCRAZIA?

.Inizio oggi una serie di ritratti di indecenti giornalisti o opinionisti Elitari, che altro non fanno che insultarci. Inizio da Tal


Panarari


lunedì 19 ottobre 2020

ITALEXIT

 



Avete risentito parlare di Italexit nei giornali, nei telegiornali o in quella specie di alcove, che sono le tavole rotonde? Avete rivisto il volto del fondatore? NO, CENSURATO, ufficialmente evaporato. E eppure di cittadini desiderosi di preparare l’uscita dall'impero UE che solo a sentire parlare di UE sono assaliti dall'orticaria, dal rush, dai pruriti ce ne sono a bizzeffe. Eppure i nostri gloriosi media ci dicono non esistete.

Il partito Italexit per il quale io mi metto a disposizione e metto a disposizione il mio Blog, deve emergere e per emergere ha bisogno di voci, di cultura, di controcultura che si opponga all’ignoranza di quella sinistra, la cui egemonia ci messo in quarantena per cinquantanni..

Italexit deve essere una voce culturale che si fa sentire, che irride all'ignoranza del Pd, dei cinque stelle, dei nuove sardine esperte di frisbee e di null'altro.
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lunedì 20 luglio 2020

Due Dopoguerra


Non so come finirà la trattativa in Europa ma, per favore, non paragonate questo dopoguerra all'altro. 
Allora c'erano EINAUDI e DE GASPERI, oggi ci presentiamo con gli avvocati Conte e Mattarella.
Allora C'erano due grandi partiti colti e popolari come la D.C. e il PCI, oggi  vedete voi chi c'è e se si può fare un paragone. 
Allora si partì collaborando per fare la Costituzione e Ora?
Ora il posteggiatore abusivo Conte si presenta del tutto impreparato, senza uno straccio di programma, a capo di una coalizione che rappresenta l'elite del paese e non la maggioranza dei cittadini.

venerdì 17 luglio 2020

Presento FILOSOFIA DEI PARADIGMI


Il saggio si divide in tre parti:

  •  Concettualità verticale,
  •  Concettualità circolare, 
  • Concettualità destinale,

La prima analizza le razionalizzazioni unidimensionali, quelle che da sempre, prima degli studi di cibernetica, informavano gli studi, i saggi filosofici e il procedere lineare di scienze e ragionamenti. Una modalità di aprirsi al mondo, quella verticale, che permane benché mostri da sempre limiti invalicabili come le assurde contraddizioni che obbligano a interrompere le catene di cause con auto-contraddittorie cause che causano se stesse, motori immobili che muovono, creatori increati. Tali sono anche le antinomie, veri serpenti che si auto divorano, rivelatesi così dirompenti in logica.

Il saggio analizza come, in opposizione alla “bestiale” teoria dei tipi, dei Principia, Wittgenstein cerchi di uscire dai pasticci di questa concettualità con la teoria raffigurativa del linguaggio. Una teoria, secondo il saggio, fallimentare già nelle semplici proposizioni predicative.

Nonostante questi problemi, il paradigma verticale ha avuto successo per motivi tecnici e linguistici, ma mostra ad una attenta analisi le sue caratteristiche violente di assimilazione del nostro mondo, che, nel saggio, viene analizzato non come vergine ma come esito di stratificazioni di teorie assimilanti. In questo contesto vengono analizzati i concetti di gerarchia, di selezione delle teorie, dei fondamenti, del vivere teorico.

La seconda parte riguarda le strutture ad anello chiuso, e in generale la cibernetica, mettendo in evidenza quanto  questa possa aiutarci nel costruire un nuovo paradigma di pensiero e di vita. Vengono analizzati i singoli componenti dell’anello, i mutamenti di linguaggio nell'anello, la presenza vitale della cibernetica nella nostra vita, nella nostra sopravvivenza, nella nostra stabilità, le possibili modalità di reazione ai mutamenti. Un'analisi condotta attraverso I concetti di analogico e di digitale, di stabilità e d'instabilità, di reazione positiva e negativa, giungendo fino alle antinomie e alle teorie degli auto valori.

L’ultima parte, "Concettualità destinale" analizza, registra come già in Kant fosse chiaro il pensiero secondo cui il senso non può che poggiare sul non senso, come la nostra conoscenza prema verso la domanda totale di teorie che diviene essa stessa soggetto del nostro destino, creando una propria concettualità in cui trova posto un nuovo concetto di destino. Questa nuova concettualità che si estende nel tempo, come del resto la concettualità della teoria darwiniana della selezione della specie, non può che mettere in relazione una storia di contingenze con una storia di necessità, una bipolarità da sempre presente nella stessa ambiguità di destino cui siamo da una parte assegnati e di cui teorizziamo l’assegnazione.

Ezio Saia

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giovedì 16 luglio 2020

FINIREMO COME IL VENEZUELA

Stato di emergenza imposto come dictat, Mattarella come Conte, statalizzazioni a tutto spiano, deficit infinito, rinuncia a sovranità, parlamento esautorato, modifica modalità di elezioni, italiani che se ne vanno.
Siamo sulla strada del VENEZUELA e finiremo come il VENEZUELA.