domenica 12 luglio 2020

Memorie criminali condivise

Uno degli strumenti più diffusi dalle repubbliche di Platone travestite da democrazia è l’insistenza per una memoria condivisa. Ovunque ci sono divergenze sul giudizio del passato, ecco che nascono accuse di revisionismo e, quando anche queste non fermano il fenomeno, ecco spuntare la necessità di un’unità nazionale e di memorie condivise. Una visione condivisa sulle Foibe? La si chiedeva anche quando l’intellighenzia che scriveva sui giornali, addirittura le negava.

Quanti furono gli italiani massacrati nelle Foibe? Chi lo sa. L’Italia civile degli storici marxisti piuttosto di parlarne, si dedicavano alla fecondazione artificiale dei coleotteri. E naturale che si sia constatato che delle foibe ai nostri studenti non veniva insegnato nulla e perfino la parola “Foibe”, non comparisse.

Ha capito, signora letterata, l’argomento Foibe non compariva! Compariva invece, ad esempio, sul Vocabolario della lingua parlata in Italia, a cura del noto Carlo Salinari, militante del PCI che scrivevaDolina con sottosuolo cavernoso. Indica le fosse del Carso nelle quali nella guerra ’40,45, furono gettati i corpi delle “vittime della rappresaglia nazista,” Che criminale bugia! I nazisti al posto dei comunisti Titini. Non basta! Il Garzanti De Agostini, riedito daRepubblica”nel 20004, (ha capito lemure “2004”) parla angelicamente di “fenomeno carsico”. Nel 2000 il Devoto Oli parla di: “Fossa comune di lotta civile e assassinii politici” mentre nel dizionario di Paravia del 2000, Tullio De Mauro parla con indecenza di “Fossa comune per occultare cadaveri vittime di eventi bellici!”

Inutili anche i tentativi di gettare solo sugli slavi le responsabilità. Il viaggio degli esuli, trattati in Italia come lebbrosi, si trasformò in un viaggio della disperazione, insultati dalla ben presente forza partigiana. Inoppugnabile testimonianza che chi li ha perseguitati in questi 70 e più anni furono i partigiani italiani. Nella loro fuga senza fine, tra l’ostilità e il disprezzo in Italia, non c’erano slavi non c’erano Titini ma solo partigiani rossi. 

Massacro slavo etnico e non politico? Ecco quello che ci ricorda uno di quegli esuli, Mario Cappellini di Milano, in una lettera alla Stampa:

“Caro Aldo, il giorno del ricordo delle Foibe, mi dà lo spunto per una riflessione. Quei massacri sono sempre e solo attribuiti ai partigiani comunisti di Tito e nessuno, o quasi, cita mai la collaborazione data ai Titini dai partigiani comunisti italiani. Sono nipote di esuli istriani scappati nel ’45 e ricordo bene i loro racconti. La loro paura maggiore era quella di incontrare i partigiani italiani che erano più crudeli dei titini.

Possibile che dopo più di settant’anni si cerchi ancora di nascondere quello che, ahimè, fa parte della storia?”

Risponde in poche righe il signor Aldo:

“Caro Maurizio, mi associo al suo ricordo e alla condanna per quella pagina nera della storia nazionale.!

Stop? Tutto qui? Lui si associa! Le parole d’ordine della società civile sono diventate “Mi associo” quando non se ne può fare a meno, oppure “auspico, auspichiamo” tutto per mettere una pietra sopra e correre via.

Volevate una memoria condivisa? Ancor oggi, quando esiste un’associazione, l’Anpi, che insiste sulla memoria sua e non ammette l’evidenza che le foibe furono una strage immane, un genocidio, in buona parte consumato, portato a termine dai partigiani, Titini o italiani che fossero. Eppure l’Anpi è un’associazione, finanziata dallo stato e che fa politica. 

Sono stati tolti i finanziamenti ai partiti politici ma ecco che la sinistra ha un braccio armato, finanziato dallo stato che interviene pesantemente nelle questioni oggetto di controversia politica, per urlare i suoi insulti di fascismo e di razzismo. Perfino sul referendum costituzionale intervenne con minacciosa pesantezza.

Anche il papa anche la chiesa interviene pesantemente in favore della sinistra nella questione migranti. Lo fa il Papa e lo fanno i suoi preti dai pulpiti. Eppure sono anche loro finanziati tramite il cinque per mille e ricevono vergognosamente una parte dei finanziamenti di coloro che non scelgono né lo stato ne alcuna confessione religiosa.

 C’è stata successivamente specialmente dopo il duemila una presa di coscienza dell’orrore degli eccidi delle foibe e ci chiedono di condividere il nuovo clima. A parte che sussistono ancora molte divergenze e non esiste ancora affatto una memoria condivisa ma e i settantanni passati a ricevere gli insulti di “revisionisti vergognosi”, di “razzisti”, di “fascisti” dove li mettiamo? Su questi non esiste neppure un accenno di memoria condivisa. Su quel periodo infame, sulla cupola culturale imposta dalla sinistra per cinquantanni anche sulla questione Foibe, la memoria di sinistra non si pente.

Lo stesso accade con la resistenza e la liberazione. Dopo roventi accuse di fascismo a chi parlava di guerra civile, l’elite culturale, la stessa che ignorava o giustificava le foibe e l’infame trattamento degli esuli in fuga lungo l’Italia, accettò l’idea ma mantenne intatta l’atmosfera mitica di una resistenza tutta buona e civile, nonostante i diversi episodi e gli eccidi ormai, se non di dominio pubblico, ben a conoscenza degli storici che come sulle foibe tacevano, incalzati dalla solita Anpi, che con i soldi dello stato, di tutti, faceva politica, la sua politica, e la sua falsa memoria.

 Una svolta recentissima, quella del giornalista Pansa, che benché del gruppo l’Espresso, studioso della resistenza non esitò per amore della verità a parlare degli omicidi dei partigiani, e delle enormi bugie presenti in quella che le elite culturali volevano come memoria condivisa.

Ma già c’era stato un grande storico, De Felice,  che vilipeso ostracizzato ma non azzittito perché la sua conoscenza, le sue ricerche, i suoi giudizi erano giustificati. Su De Felice e Pansa si accanì tutta la malignità conformista e filo partigiana, ma i fatti denunciati, gli assassini raccontati erano veri e la violenta campagna della cupola di sinistra non fermò l’onda.

Un’onda ancor ben viva ma destinata a terminare malamente. Intanto in questi settant’anni i libri di memorie di partigiani non allineati non venivano pubblicati ma non solo, tutti i nostri libri, i nostri saggi, i nostri romanzi venivano rifiutati. Anche quel capolavoro postumo che fu Il partigiano Johnny di Beppe Feisoglio fu messo alla gogna per le critiche ai partigiani comunisti, ma contro quell'arte evidente, contro quel racconto di getto, avvincente, contro quella lingua innovativa che da sola testimoniava la cultura dello scrittore, nulla poterono. C’è da chiedersi come mai uscì postumo ma la risposta è semplice. Come ebbe a dichiarare Gauss i suoi studi sulla geometria non euclidea, non furono da lui pubblicati perché giustamente già lo disgustavano le sicure critiche degli ignoranti beoti.

Arriveremo anche qui a un ripristino della verità? ma come potremo, in ogni caso, cancellare dalla nostra memoria, settantanni di ostracismi insulti e discriminazioni? Impossibile.

La sinistra si tenga la sua memoria noi ci teniamo la nostra e hanno ben ragione di temerla i falsificatori della cupola.

Per loro valga l’esempio della Serbia, dei Serbi che per anni, decenni, secoli subì l’occupazione e le angherie dei Turchi musulmani. Impotenti assisterono alle bestiali impalazioni descritte anche dal premio Nobel Ivo Andric nel suo capolavoro, Il ponte sulla Drina, ma nulla potevano contro i turchi e gli slavi che avevano tradito e addirittura abbracciato Maometto e la Sharia, se non ricordare e trasmettere ai figli, ai nipoti la memoria di quei traditori e di quei Turchi. Contro i loro eserciti si erano battuti in battaglie feroci e memorabili, le loro città e i loro villaggi avevano subito la sistematica uccisione dei civili. Quelle battaglie perse salvarono l’Europa e alla fine gli impalatori furono fermati sotto le mura di Vienna, ma intanto i serbi, avevano, i serbi kosovari soprattutto, trovarono altri torturatori nei fascisti, nei nazisti e poi in Tito e nei comunisti, decisi anche loro a imporre con le buone e con le cattive a imporre una memoria comune, a reprimere la rabbia serba kosovara, a far finta di non vedere, i tormenti a cui quei serbi venivano sottoposti, Tormenti che comprendevano di tutto perfino il furto di bestiame, l'uccisione di bestiame, falsificazioni di catasto. agguati, pestaggi, punizioni punitive continue sui serbi, violenze e stupri sulle loro donne, fino alla violazione posteriore con bottiglie. Il tutto perfino utilizzando anche picchiatori albanesi.  

Anche con Tito, col delinquente e assassino Tito, i serbi kosovari poterono solo conservare la loro memoria contro i convertiti diventati impalatori e assassini e attendere il giorno della sole nero. Un giorno che giunse con la morte di Tito e il disfacimento del suo regime criminale, per esplodere a Srebrenica, nel giorno in cui quelle memorie presero vita con il massacro di più di ottomila civili maomettani, sotto l’occhio chiuso delle truppe dell’ONU, che, sul posto per evitare quelle stragi, perché Srebrenica stava cadendo in mano ai Serbi, che certo non si sarebbero fermati, si voltarono dall’altra parte.

L’ordine di intervenire non arrivò. Perché non arrivò? Perché all’Onu si pensò che uno sfogo al secolare odio serbo, al secolare desiderio di vendetta bisognava concederlo? Che se si evitava Srebrenica sicuramente sarebbero accadute altre stragi, che un massacro in più o in meno non cambiava nulla? Che un massacro giustificava un intervento di civiltà, come in effetti avvenne con i sinistri Clinton e Dalema che si diedero da fare a bombardare i Serbi che non volevano cedere i loro santuari, ossia la loro memoria ai maomettani del Kosovo.

Memoria condivisa? Non esiste per i pochi fra i tanti citati e già si affacciano le nubi di un altro malaffare della sinistra, su cui la stessa sinistra sarà poi obbligata a chiedere una memoria condivisa. Parlo del colpo di stato iniziato da un magistrato che già si vedeva presidente della repubblica, che subì come un affronto la vittoria di Berlusconi e che, in barba ad ogni legge di probabilità fece arrivare a Berlusconi il ridicolo avviso di reato sintetizzato nella frase “Non poteva non sapere” a un congresso mondiale sulla criminalità, avvisando così con chiarezza e senza equivoci che l’Italia sana e civile era dalla parte delle elite contro Berlusconi e che il suo era l’inizio di una guerra giudiziaria, che puntualmente avvenne in barba alla civiltà democratica e alla costituzione della resistenza. Guerra che si trascina ancor oggi dove l’incivile Berlusconi è stato sostituito dal barbaro Salvini.

 


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