martedì 16 dicembre 2014

PRIMA DOPO E DURANTE - UNA DISORDINATA PASSEGGIATA FRA LE NOTE - ROSSINI - GUGLIELMO TELL - PARTE QUARTA DI CINQUE


PRIMA, DOPO E DURANTE - UNA DISORDINATA PASSEGGIATA FRA LE NOTE - ROSSINI - GUGLIELMO TELL - PARTE QUARTA DI CINQUE

Il romanticismo del Tell

Il Guglielmo Tell è un fiume di musica. Un vasto e sovrabbondante capolavoro. Il ritmo e l’organizzazione, il rinnovamento, la nuova aria protoromantica e naturalistica, l’organizzazione melodica stupirono anche i nemici come Berlioz ma non si deve pensare a un Rossini romantico come lo stesso Berlioz, come Verdi, come Weber o come Wagner. Rossini mai avrebbe potuto, lui spirito settecentesco e razionalista, incantarsi di fronte ai miti barbarici e alle attese messianiche dei romantici. Mai smarrirsi negli loro amori vertiginosi, nei miti delle divinità dei boschi, nello spirito infinito. Il Tell è un’opera tersa, chiara, solare; ha momenti indimenticabili di commozione, di ansia, di dolore, di speranza; canta l’amore, la sofferenza, le speranze, la natura, la patria ma mai avrebbe potuto cantare ciò in cui non credeva e non sentiva, mai musicare  lo smarrimento dell’anima di fronte alla natura divinizzata, all’amore vertiginoso, ai miti arcani.

Nulla nel Tell è più lontano dall’amore romantico, così come lo intesero i poeti romantici. Nulla è più lontano da quel sentimento vertiginoso, trascinante, ineluttabile, tiranno con cui il romanticismo celebra l’amore fra uomo e donna, tra l'uomo e la sua nazione, tra l'uomo e la natura.  L’amore fra uomo e donna nei romantici è una manifestazione dell’amore universale che abbraccia tutte le cose, che percorre le epoche, che si spinge nel favoloso medioevo dei cavalieri e dei loro disperati amori, che  abbraccia la natura secondo i sentimenti di un panteismo che unisce gli esseri alla natura e il divino, unendoli tutti in un'unica anima. Bruno è il filosofo più amato, quel Bruno che vede nel mondo l’infinità del Dio, nella natura la forza di Dio, nelle creature la presenza di Dio. Un vertiginoso sentimento in cui l’amore diventa il rovente punto d’incontro tra finito e infinito. Nulla di tutto ciò è presente nel Tell. Per molti versi è un’opera romantica perché in essa si celebra l’amore dei sentimenti, l’amore per la natura, la ribellione alla tirannia, la libertà, la guerra per la libertà, ma la natura, l’amore, la ribellione e il dio del Tell non sono quelli romantici.

Wagner scoprirà che il cuore degli dei è perverso come quello degli uomini, immenso come quello degli uomini. Scoprirà che le passioni degli uni sono quelle degli altri e compenetrano l’universo, il cielo e la terra. Il suo panteismo abbraccia zone prima inesplorate e vietate. Wagner vive nell’infinità dell’universo e nel suo pathos.
Il flusso del canto e dell’orchestra è un unico poema sinfonico che unisce il cielo e la terra, il fuoco fisico e quello spirituale, le passioni, la lava, i fulmini e non può mai interrompersi perché è il respiro stesso del’universo. Il panteismo romantico di Wagner è totale nel nuovo Olimpo germanico come nel cuore degli dei e degli uomini. 
L’impasto degli strumenti, l’eliminazione del divisionismo è tutt’uno con il continuo flusso orchestrale senza interruzioni né soste e con il divieto dei concertati da lui percepiti come una brutta confusione di voci e di sentimenti contrastanti, che rompe la voce panteistica di un universo unico e totale. Anche i leimotiv sono suoi figli, anche l’occupazione di tutte le possibilità vocali e strumentali al di fuori delle leggi di un’armonia che tracciano confini artificiali verso zone che non possono più  essere vietate né agli dei né agli umani. 
Se Wagner si espande e si spinge in alto, Verdi scopre il suo universo infinito all’interno dei singoli uomini. In lui il flusso risuona all’interno di ciascuno di noi e esce come canto di ognuno che si scontro coi canti degli altri. Il concertato passionale è il suo regno. Il panteismo è un sentire a lui totalmente alieno.

Lontano da loro il severo Guglielmo canta la patria, la famiglia e l'amore: il "suo amore"! Quello sereno e profondo che non si smarrisce mai nei dubbi e mai si nutre di dilemmi metafisici. Un amore coniugale, semplice forte e felice che mai parteciperà ai sacri misteri della divinità. La sua natura non è panteismo, il suo amore per la natura non è mistica unione con l’universo e con Dio! Il suo amore per la patria non è mistica unione di individui fino alla fusione. I suoi dubbi non sono vertigini di fronte a un universo in cui l’infinito e il finito si compenetrano.

Nonostante ciò, nessuno, come Rossini nel Tell, seppe esprimere in musica l’amore coniugale l’amore famigliare, le dolcezze e gli affetti dei due coniugi, del figlio, i timori di fronte al pericolo. Sono sentimenti ben presenti in tutto l’opera  ma rifulgono nell’invocazione “Resta immobile” che tanto commuoveva Wagner e nella stupenda preghiera della moglie per la salvezza di Guglielmo "tu che l'appoggio dei debol sei..." che non ho trovato su You Tube.













 L’amore coniugale semplice e profondo del Tell è totalmente diverso dai canti d’amore metafisici, cosmici, erotici, statici, estasiati di Wagner e da quelli travolgenti, passionali, densi di sentimento di Verdi.
Wagner aveva bisogno di un amore totale, capace di escludere il mondo e pensò che un simile amore non poteva che essere frutto di un filtro magico. L’amore fra Tristano e Isotta è magico e cosmico, ma non per questo meno umano. Il loro incontro nel giardino è denso erotico, sensuale, quasi delirante. Il procedere lento, estenuante, ricorda nei ritmi le lunghe, lunghe melodie di quel Bellini che Wagner preferiva a tutti gli altri compositori italiani. Ma è anche qualcosa di più: i lunghi estatici lamenti sembrano simboleggiare le carezze. Carezze prolungate, infinite, quasi gli amanti volessero portare all’infinito l’emozione. Il concitato crescendo finale che, con l’unisono fortissimo dell’orchestra, pare la vertiginosa ascesa verso l’estasi. La musica di Wagner è di una straordinaria densità di significati in cui convergono la sensibilità della carne sublimata e l’infinità dei sentimenti.
Nulla di tutto ciò nel Tell ma non per questo è meno grande. Il semplice, forte, profondo amore coniugale del Tell non è musicalmente meno grande del metafisico, magico, infinito amore fra Tristano e Isotta.

La Patria nel Tell
La patria nel Tell non è la patria dei romantici come l’amore nel Tell non è l’amore dei romantici. Non lo è anche fin dall’inizio, anche se dal primo canto di Guglielmo risuonano parole e accenti musicali di commozione verso una “patria” romantica. In generale, però, sia in Guglielmo che negli altri protagonisti non è la patria romantica a accendere i cuori ma lo sdegno e la rivolta verso il tiranno, verso l’ingiustizia del tiranno, verso la prepotenza del tiranno. In Guglielmo i due accenti coesistono in quella affascinante ambiguità che caratterizza tutta l’opera. E questo non è affatto un difetto. Lo è solo se il giudizio estetico emerge non come giudizio musicale ma come applicazione di un dettato, quello romantico, a cui Rossini non poteva aderire perché era Rossini. 
Paradossalmente se Rossini non fosse sopravvissuto al suo Guglielmo, questa sua ultima opera avrebbe assunto uno splendido valore anticipatorio e la critica avrebbe cercato, scoperto, esaltato le grandi innovazioni musicali, presagi di chissà quali  futuri capolavori. Sopravvivendo in silenzio, quello stesso silenzio favorì un giudizio di inadeguatezza che getta su tutta la sua produzione un’aura di legnosa, reazionaria, impotenza.Valutare, giudicare un’opera alla luce della sua modernità e della sua adeguatezza ai tempi appare più che altro un esercizio letterario che lungi dall'illuminare un’opera, ne occulta la natura e la verità fino al pettegolezzo; Il Guglielmo Tell è un’opera di Rossini e Rossini non fu né Verdi né Wagner. Fu semplicemente chi era, ossia Rossini.



Anche se nel Tell il canto s’incarna totalmente solo in Guglielmo, 
Guglielmo è ovunque. Non sempre è presente ma come si fa a parlare di musica disincarnata in quel quarto atto che, partendo “O muto asil del pianto”, prosegue col canto di guerra e con la sublime preghiera di Edvige “Tu che dei deboli…” e infine col concertato finale?
La musica, grande musica comunque, non s’incarna nel duetto fra
 Arnoldo e Matilde ma lo fa nella preghiera di Edwige, nel “Mio padre ohimè mi malediva” di Arnoldo, nel declamato affannoso, rotto dalla rabbia di Ghessler. In questi pezzi, come in tutto il Tell è Guglielmo a gettare luce e vita sugli altri personaggi,. Accade fin dalla sua entrata in scena: un canto che rivela subito, la sua solidità, la sua verità, la sua serena forte indipendenza. Tutto il resto è grande musica. Il Tell è un fiume di musica a cominciare dalla sinfonia d’apertura fino al finale, uno dei più belli di tutta la storia dell’opera

L’opera si apre con un canto di contadini, seguito da quello di un
 pescatore. Nulla di eccezionale ma già viene impostata un’atmosfera che si conserverà per tutto l'opera. Sull’ultima nota del canto del pescatore s’alza poderoso il canto di Guglielmo, in tutta la sua maschia potenza, per dichiarare il suo sdegno e per “...il rio veleno che gli divora il cuor". S’alza il suo rabbioso lamento: “Perché vivere ancora or che non v’è più patria?” Poche note musicali e il forte, umanissimo personaggio è delineato in una densa fusione fra musica, sentimento e canto. Tutta l’atmosfera dell’opera è già impostata in questi accenti del popolo e del suo eroe mentre intervengono ancora Jemmy ed Edvige, mentre Guglielmo continua la sua potente invettiva che è lamento ma anche volontà ferrea di reagire “Ei canta, perché vivere ancora or che non v’è più patria? Ei canta e l’Helvezia piangerà.” E' appena l’inizio ma già si sente che questo non è il solito Rossini settecentesco e neppure quello spontiniano ma, in tutta la sua ambigua potenza, il nuovo Rossini. 

Abbiamo appena il tempo di respirare che esplode il duetto fra

 Guglielmo e Arnoldo. Uno splendido duetto che si protrae in un concertato che mai Rossini seppe esprimere in maniera tanto drammatica. Nel cuore di Arnoldo si agita l’amore per la figlia dell’usurpatore, del crudele feroce Gessler; Guglielmo, che intuisce il dramma, lo richiama al suo dovere verso la sua patria e alla guerra contro l’oppressore, il duetto si snoda ora agitato, ora tormentato, tra l’amore per Matilde “Matilde io t’amo…”, “…sol vendetta anela il cor”,  "nel suo suo volto io leggo appien …”, “qual dolor ha chiuso in sen”, “Morirò se io vuoi che io moia.”, “Pria sia spento l’oppressor.” Il duetto si annoda, si articola, esplode, ritorna sui suoi passi: Arrnoldo, l’amore, la rinuncia, l’oppressore, la virtù, l’onore, l’amore. Sempre teso, chiaro, virile e tormentato: tanto bello che vorresti che non finisse. Ci leggi la vita, la carne, il cuore e il nuovo romanticismo: Rossini arriva sulla soglia ma non sbraca, non l’oltrepassa, si tiene in bilico su un crinale, senza abbracciare mai quella ideologia che pone l’infinito nel finito e l’universo dentro il cuore.