mercoledì 17 dicembre 2014

IL PROFETA HEIDEGGER



HEIDEGGER

Provo in questa sede a parlare di Heidegger anche se non sono né un suo profondo conoscitore né un suo fan. Anzi mi aspetto che, se qualcuno legge e commenta queste poche righe, lo faccia dicendomi “Non hai capito nulla! Le cose non stanno come racconti tu” Non solo non mi offenderei ma sareri lieto di imparare qualcosa.

L’ESSERE e la VERITA’in Hedegger

L’ESSERE preceda la VERITA’, sostiene Heidegger, e determina le condizioni di verità. Questo pensiero mi appare non solo ragionevole ma addirittura ovvio. Ad esempio, in America un uomo può essere dichiarato colpevole nel processo civile e innocente nel processo penale. Nei due casi l’Essere delle istituzioni e delle leggi detta le modalità delle condizioni di verità e due differenti verità. In uno la colpevolezza deve essere esente da ogni possibile dubbio affinché la colpa sia vera, nell’altro processo, no. E così accade in chiesa nei tribunali, nelle scuole, in casa, ecc. E’ l’ESSERE a costituire le nostre condizioni di verità.
Ma Heidegger non vuole dire questo! Non sta sostenendo una forma relativistica della verità ma una forma assoluta, ontologica, direi metafisica. Per lui la “dimora dell’ESSERE” è nel linguaggio. Quindi è nel linguaggio che va cercato l’Essere. Ma quale linguaggio? Non certo, sostiene Heidegger, nel linguaggio della metafisica e della scienza.

LA SCIENZA E LA FILOSOFIA DOPO SOCRATE

Per Hedegger, dopo i presocratici, con l’adozione del linguaggio della fisica e della metafisica, il pensiero ha smarrito la giusta via, poiché le scienze occultano e violentano l’ESSERE.
Anche con questa affermazione non si può non essere d’accordo. I modelli e le teorie perdono e conquistano. Un modello di un edificio, ad esempio un modello plastico, non è l’edificio e da esso non si può risalire all’edificio. Lo stesso capita con un suo modello strutturale; da una serie di equazioni, di solai e di travi, con le loro armature, non si può risalire certo risalire all’edificio. Le teorie ci danno informazioni sul mondo ma perdono il mondo e per farlo devono esercitare violenza. Ma modelli e teorie non pretendono di offrirci il mondo in una sorta di abbraccio d’amore. Li elaboriamo e li inventiamo per avere informazioni e cerchiamo queste informazioni per rendere quello stesso mondo più prevedibile, più conoscibile, meno pauroso.


L’INDIGENZA DEL LINGUAGGIO

Il linguaggio della scienza è indigente. Hedegger dichiara di non poter scrivere con il linguaggio della metafisica la sua filosofia dell’Essere, di non poter narrare dell’ESSERE, di non potersene prendere Cura. Non mi stupisce e sono d’accordo. Il linguaggio è una preteoria ed è naturale che nella misura in cui è teoria, come tutte le teorie e i modelli, occulti e perda proprio per informare e conquistare.
La distinzione tra teorie e preteorie è spesso ambigua come si può facilmente constatare dalla matematica.
Con i numeri, le funzioni e gli algoritmi esprimiamo le discipline scientifiche che ci appaiono tanto più progredite quanto più riusciamo a matematizzarle, ma, a sua volta, la matematica, oltre che essere un linguaggio, una casa per scienza e tecnica, è anche un insieme di teorie con entità, teoremi, architetture proprie. I suoi teoremi ci aiutano a esprimere le altre teorie, dando loro una casa ma impongono con le loro regole vincoli e limiti.
Anche il linguaggio possiede questa duplice funzionalità. Da un lato ospita racconti, teorie, filosofie, dall’altro è essa stessa una teoria, la cui grammatica e la cui sintassi sono da sempre oggetto di studio. Logica, linguaggi artificiali, traduzione automatica sono alcuni fra i problemi che coinvolgono lo studio della lingua in quanto teoria. Lo stesso Chomsky intende la grammatica di una lingua come teoria della struttura di quella lingua[1].
Il linguaggio in quanto teoria vincola il nostro potere espressivo. Non è solo Heidegger a lamentare l’indigenza del linguaggio della metafisica. Noi tutti siamo come viaggiatori che vogliono perlustrare una regione ma possono viaggiare solo su un treno, senza neppure poter vedere le rotaie.

IL LINGUAGGIO DEI POETI

Il linguaggio in quanto dimora dell’essere ci offre aperture di verità ma il linguaggio di cui parla Heidegger è non il linguaggio della metafisica ma quello della POESIA In esso troviamo le aperture di verità nelle parole dei poeti e nelle etimologie delle parole stesse.
Che dire di una simile affermazione? Completamente d’accordo sul fatto che il linguaggio della scienza e della metafisica ha perso e continua a perdere. Lo fa perché continuiamo a produrre teorie e modelli ma naturalmente, come sopra accennato, lo facciamo per avere informazioni. E questo vuol dire conquista di informazioni e perdita dell’unione mistica con l’integrità del mondo.
Vado anche più avanti. Il nostro processo di conoscenza e uso del mondo è molto più simile al processo di nutrizione e di digestione dei cibi che all’osservazione disinteressata del mondo. Noi assimiliamo il mondo: usiamo il simile, assimiliamo il dissimile ed espelliamo ciò che non riusciamo ad assimilare. Ma da ciò ad arrivare all’approdo della parola dei poeti e dell’etimologia come verità la strada è lunga! Perché poi i poeti? Ci sono tante cose, tanti sentimenti che col linguaggio non riusciamo né mostrare né dire.
La filosofia non riuscirà mai a far risuonare dentro di noi i sentimenti e le emozioni che ci procurano le letture dei poeti, dei romanzieri e le grandi opere musicali. Penso che nessuno di noi pensi di trovate in essa tutto ciò che ci danno le musiche di Wagner, di Cherubini, dei cantanti rock. Per questo non leggiamo solo i filosofi ma ascoltiamo la musica.

Forse la mia è solo incomprensione dovuta a una divergenza di porsi di fronte alla vita. Per Heidegger il “nulla” non deriva dalla negazione e l’essere non deriva dall’esistenza ma viceversa. A questo proposito o si è con Heidegger o si è dal lato opposto. Una divisione tanto profonda come quella fra Aristotelici e Platonici.
  

  



[1] N. Chomsky Tre modelli per la descrizione della lingua in Linguaggio e sistemi formali a cura di A. De Palma 1974, Einaudi, Torino, p.203