giovedì 18 dicembre 2014

Presento i personaggi del mio Romanzo LA CITTA' E IL DEMONIO - GIOSUE' AL MARE


Presento i personaggi del mio Romanzo LA CITTA' E IL DEMONIO postando un o più capitoli che lo riguardano.

GIOSUE'
Giosuè è un ragazzo permaloso e individualista nato con una perpetuo fioritura di pustole in volto. A scuola si innamora della sua insegnante d’inglese

Al mare

Quell’anno i dotti dottori decretarono per Giosuè il mare iodato dove il sole avrebbe prosciugato le pustole, livellato i crateri e dato al volto un superbo colore dorato.
Papà era scettico «Lo porterete a casa in barella» replicava papà che aggiungeva che mai e poi mai sarebbe andato alla spiaggia a respirare e mangiare la sabbia.
« E’ letame! La marmaglia ci mangia, ci sputa, ci piscia e ci sbava. E come volete vedermi? Distrutto dalla sabbia, dal sole, dai coglioni iodati, da bile e letame? E così finirà il ragazzo»
Anche Giosuè, che vedeva la fine del futuro Giosuè, voleva urlare che no, che non voleva né il letame né il mare ma poi con pazienza accettò. Lo fece per mamma: per prendersi cura di lei, per portarla al sole, al mare, allo iodio. Così partirono la mamma e Giosuè attrezzati da mare: ciambella con testa di cigno, salviette, costumi, cappelli e una cassa di unguenti, di oli e di creme che, in congiunzione con l’aria iodata, avrebbero salvato la mamma e Giosuè.
Così si trovarono, la mamma e Giosuè, a frequentare la spiaggia. La mamma al sole in bikini e Giosuè, trincerato nell’ombra a guardar la feccia scomposta che giocava alle biglie, costruiva castelli, divorava biscotti e beveva aranciate.
Giosuè leggeva montagne di Tex, che la mamma comprava in quantità oceaniche e sorvegliava la mamma che, non giocava ai birilli ma attirava i mosconi, esseri nuovi per l’arcaico Giosuè che, interessato a quel gioco, si mise a spiare la mamma, le mamme e i vigorosi, abbronzati mosconi che, ronzanti, sorridenti, ridenti atterravano sulle corolle di fiori e, sempre ronzando, parlavano come poeti di fiori e corolle, inneggiando alle corolle dei fiori, ridendo coi fiori e offrendo gelati ai figli dei fiori.
Si distrasse appena un momento, Giosuè per seguire un multiplo Tex inerpicarsi per alte montagne nevose popolate di indiani, banditi e bisonti e, quando tornò sulla spiaggia, vide un moscone insediato in trincea con lui e la mamma. Un moscone giovane e bello; un vero moscone dotato di baffi, di denti bianchissimi, lavati con Ava bucato che, seduto a fianco di mamma, intratteneva la mamma, elogiava la mamma, glorificava la mamma e, raccontando fandonie, incantava la mamma, che rideva, rideva, rideva e, felice, parlava di lei, della nuova Parietti, della nonna, del tempo, di Baudo, del Giosuè lì presente e perfino del bilioso Rattazzo, bevendo le favole che raccontava il moscone, che intanto parlando e ridendo con lei, interrogava un Giosuè sospettoso. Un Giosuè che - Giosuè lo rimarca -  mai e poi mai era andato a brucare con lui.
 Giosuè lo disse alla Mamma che il tizio gli offriva degli stupidi Crafen, «Vuoi un Crafen Giosuè?» «Vuoi la menta Giosuè?», «Stai bene Giosuè?», «Vuoi fare il bagno?». Al che la mamma rispose: «E’ solo educato, Giosuè! Quanto sei sciocco!» ma Giosuè non demorse perché se voleva nuotare lo chiedeva alla mamma e non a quel tomo, se voleva una spuma la chiedeva alla mamma e non a quel tomo, che rideva come un gorilla e produceva risucchi che a Giosuè non piacevano come non piaceva il bel tomo.
Insomma che interessava a quell’essere infido se Giosuè stava bene o se voleva bagnarsi? Perché pretendeva di prendersi cura dell’essere battezzato Giosuè, quando quell’essere aveva una mamma e, soprattutto, un papà che avrebbe atterrato quel povero fesso con una sola, poderosa e tremenda panciata?
Questo pensava Giosuè in maniera stoltamente retorica perché quello stesso Giosuè dové presto toccare con mano che, se chiedeva una spuma da bere, la mamma udiva il moscone che rideva e ronzava, ma non quel Giosuè in procinto di morire per sete, per cui dovette urlare, Giosuè, e quando finalmente la mamma, udito il richiamo, disse a Giosuè di non fare la rugna, di calmarsi, di abbassare la voce, Giosuè tenne duro, protestando che moriva di sete, il che non commosse per nulla la mamma mentre lui fu accusato di fare i capricci.
«Voglio solo una spuma!» disse Giosuè.
«L’erba voglio non esiste neppure nei giardini del re» rispose la mamma.
«Ho sete» disse Giosuè e lo disse con tanto vigore che la mamma cedette.
«Andiamo a prenderla al bar» disse al moscone
E così un Giosuè immusonito li vide cinguettare, ballare, raggiungere il bar e sparire ridendo, il che aumentò la sua rabbia. Odiava il mondo, Giosuè, odiava il tomo narrante e ridente, odiava quella mamma ridente che, dimentica del lontano Rattazzo, era attenta solo al moscone, ma odiava pure se stesso, incapace di prendersi cura di lei che era pur sempre la solita mamma giuliva di sempre e così, alzando gli occhi all’azzurro del cielo, decise di essere buono. Fu quindi un Giosuè tollerante e gentile quello che accolse la mamma e il bel tomo; un Giosuè che, sorprendendo la mamma, la udì sospirare sorridendo al bel tomo:
«Oh, ecco il mio caro Giosuè!» e questo non piacque a Giosuè, che poi scoppiò pure in delirio quando vide una bottiglia d’arancia “Ma come,” disse a se stesso, “non ricorda neppure che volevo la spuma?” e allora si mise a pestare la sabbia, dicendo che voleva la spuma, che la mamma non sentiva un bel niente e, offeso fino al midollo, pianse di rabbia recriminando sul mondo, sulla madre cretina e, laggiù nel profondo, pure sull’indegno se stesso che piangeva come un qualsiasi marmagliatico bimbo.
«Abbiamo chiesto una bottiglia di spuma» diceva la mamma «Si saranno sbagliati.» ma Giosuè non solo non depose le armi, ma, intensificati sia l’urlo che il pianto, iniziò a battere i piedi finchè mamma, sempre più inquieta, s’arrese: «…se ti ho offeso? … ecco che torno e prendo la spuma…» Al che Giosuè, vittorioso, ribadì che voleva la spuma e così poté, gongolante, osservare la mamma incamminarsi a comprare la spuma e il bel tomo sorridere nero, tirato e schiumante di rabbia. Si sedette quel Giosuè vittorioso sul mondo, guardò la plebe scomposta, si bevve la spuma, degustò la tristezza di mamma, l’ira del tomo e, godendo la sua vittoria di Pirro, riprese il suo Tex, che, sgominati gli adoratori del fuoco, correva in aiuto ai coloni del Texas.
Arrivò, infatti, quel Pirro e quando Giosuè vide la mano del bullo volare nel cielo e posarsi sulla spalla di mamma, quel Pirro sogghignò come un topo; e quando la mano del bullo passeggiò sulla schiena di mamma e comparve sul lato sinistro, Giosuè si sentì morire di rabbia, mentre il bullo esultava, la mamma chiocciava e Pirro schiaffeggiava Giosuè che impotente vide la mamma vibrante di karma, sgambettare sulla spiaggia dorata inseguita dal bullo ridente; e mentre i due folleggiavano in acqua, la mamma toccando il bel tomo e il bel tomo, la mamma, Pirro sorrise per schernire Giosuè.
E fu così che Giosuè, come un povero scemo, con paletta, Pirro e secchiello si ritrovò a seguire la mamma e il moscone; allegramente ciancianti. La mamma controllava ogni tanto che, dietro, la molesta appendice Giosuè, con cappello e brachette canoniche,ancora esistesse mentre lei, scoppiettante di gioia, sorrideva al moscone e voleva che Giosuè sorridesse «Sorridi!», «Perché non sorridi?» diceva la mamma, invitando quel testardo, irritante, Giosuè rompiscatole a sorridere in un giorno tanto radioso. Perché non rideva? Perché non rideva mentre il cielo era azzurro, il mare in bonaccia e loro a passeggio? No, Giosuè non sorrise e anzi più nero del nero preannunciava tempeste tanto imminenti da indurre la mamma a cercare qualcosa che evitasse il disastro. Brancolava, dunque, affannata a cercare il qualcosa e brancolava il suo infido bullo che, scomparso in un amen, ricomparve in un amen, sollevando in un sacchetto di nylon un misero pesce rossastro, rifilato a Giosuè con un coro d’urletti di gioia «Vedi che bel pesce rosso! Vedi che ha trovato l’Aldino? Sai che facciamo?» esultava cinciallegra la mamma “Chissà che facciamo!” rantolava in silenzio Giosuè “Una folle goduria!” ridacchiava quel Pirro.
E così il Giosuè si ritrovò come un povero scemo col sacchetto del pesce, la paletta e il secchiello, fino a che passando di fianco a una vasca turistica, liberò la vittima pesce per la gioia di un’oscena marmaglia che pascolava piroscafi.
Poi continuò a camminare quel Giosuè con paletta, secchiello e sacchetto e cominciò a stivare dentro il sacchetto candide cacche di gabbiani e colombi, mentre irritato e impotente, guardava quei due che cianciavano allegri pappando il gelato. Vide di colpo, capì e predisse che la mamma, spaesata dallo iodio e dal sole, confusa dal parlare del tomo, sarebbe presto finita sotto il pesce moscone nella posa della Mugnaia porcona.

S’arrovellava Giosuè per prendersi cura di una mamma perpetuamente sconnessa, quando i due si fermarono a guardare scialli, pareo e foulard, «Quanto ti starebbe bene quel foulard annodato alla vita!» incoraggiò il tagliaboschi e la mamma mugnaia entrò nel negozio seguita dal guappo, da un Giosuè spaesato, da Pirro e dal sacco puzzolente di cacche.
 La mamma provò il foulard sulla testa, sul collo, alla vita e il bellimbusto ammirando disse «Sei bella come una dea!» mentre lei in brodo di giuggiole, sorrideva allo specchio, non solo comprava quel foulard multiuso ma voleva che pure l’Aldino l’avesse e così l’Aldino in oggetto non se lo fece ripetere, lo prese di corsa e cominciò a dimenarsi davanti allo specchio, chiedendo al cielo e alla mamma «Come mi sta? Mi sta bene?» Al che, mentre il cielo rideva e Pirro rideva, la bella mugnaia, già pensando a un altro pennello, belò che gli stava a pennello.
Giosuè, inutile dirlo, assisteva al teatro e vedeva un altro teatro dove lei, mugnaia entusiasta, giocava col nuovo pennello mentre Pirro rideva, il pennello rideva, il mugnaio rideva e Giosuè non giocava al mugnaio né usava il pennello ma, dotato di un crafen, di secchiello, e paletta veniva spedito al di là del mulino a vedere in cielo i colombi infilzare colombe, in un sabba infernale di gabbiani, colombi, cacche e pennelli.
Su questo triste destino meditava il Giosuè quando qualcosa successe alla cassa fra i colombi tubanti con la rossa colomba che sputava veleno e il colombo che guardava in cagnesco, al che il redivivo Giosuè, visto che il pennello aveva una borsa, scaricò nella borsa la cacca, prima che lo stesso pennello, furente,uscisse chiamando ‘tardona’ la mamma. 
E così uscirono la mamma col pacco, il mugnaio col sacco e la cacca e Giosuè col secchiello e la mano puzzolente di cacca.
La mamma già nera divenne più nera:
«Ma che hai fatto Giosuè? Dove hai messo la mano? E il pesce dov’è? Ma perchè devi rompere sempre!?»
E così Giosuè, che viaggiava con la mano spianata e lontana dal naso, approdato a una fonte e nettato, s’avviò con mamma, che a un Giosuè interrogante rispose:
«Voleva che pagassi il foulard»
«Il tuo?» chiese Giosuè
«Il suo!» rispose la mamma. Insomma il moscone voleva la paga per fare il mugnaio e mamma che, iodata com’era, non vedeva un bulletto ma un cavalier d’arme e d’amore, di colpo aveva visto il bulletto che parlava di fate, d’armi e d’amore, ma vendeva pennelli e colombi e così immantinente diede volo al colombo e biada al bel tomo.
La sera Giosuè e la mamma si consolarono con carote, piselli e un faraonico cono al limone. La mamma divorava con rabbia, ma non quel Giosuè che teneva lontana dal corpo la mano appestata e intrisa dai residui collosi di cacca, poichè il primo e il successivo lavaggio avevano appena intaccato gli strati del guano.
Giosuè che stava soffrendo, tentò di annullare quelle essenze malefiche col globo al limone ma il freddo aggravò l’infezione e mamma, nervosa, latrando cominciò un lungo sproloquio contro un Giosuè delirante, inetto, folle e sprecone. Giosuè protestò mostrando la mano intrisa di cacca, ma la mamma confuse non solo la cacca e il gelato, ma pure il Giosuè del mattino con quello serale, perdendo infine ogni santa pazienza, perché quel Giosuè continuava a parlare di cacche, colombi e veleni mentre l’altro, il Giosuè bistrattato, infetto e incompreso, scuoteva disperato la testa.
Giosuè subì l’onta di un altro furioso lavaggio ma, deriso da Pirro, continuò le sue lagne, fino a che mamma concluse che si andava a dormire e Giosuè assentì ma non prima di mettersi un guanto per bloccare l’infezione mortifera.
 Quella notte Giosuè sognò Pirro e il moscone mugnaio che, mutato in cavaliere infernale, sul suo nero cavallo attaccava il castello, espugnava il castello e infilzava Giosuè e la mamma con un cazzo d’acciaio.
Sconvolto dall’orrenda visione si svegliò con la mano infuocata e, non osando togliere il guanto, corse allo specchio e urlò di spavento.
Poi tutto divenne frenetico; la mamma telefonò al lontano papa e al locale ospedale che inviò un dottorino appena adeguato per infarti e colpi di sole ma del tutto ignaro di patologie complesse del tipo Giosuè.
E, infatti, fu «Colpo di sole!» la prima, sicura, immutabile diagnosi emessa dallo stesso dottore che, annunciato al mondo il verdetto, dopo dodici colpi di sole e pronto a scappare, fu bloccato da una mamma in versione gorgonica:
«Lei resta! Lei misura la febbre! Lei sente il respiro! Lei visiona la mano!»
Il dottorino sbuffando eseguì, ribadendo «Colpo di sole! Tredicesimo colpo di sole e tredicesima madre impazzita»
Giosuè, inutile dirlo, apprezzò quel dottore impassibile, esecrando la mamma in versione sguaiata e plebea. Così, nonostante il dolore, decise di riacquistare la calma dell’usuale Giosuè che da sempre era conscio di essere oasi e parco, albergo, e ricovero per ogni batterio, eucariota o bacillo del mondo.
Perciò rimase tranquillo, sopportando il disordinato agitarsi di mamma, che, con scarsa cognizione di causa, sproloquiava su quell’essere anomalo che era Giosuè. «So tutto sui colpi di sole ma Giosuè non ha febbre, e poi l’ha vista la mano?» sbraitava la mamma al giovane inossidabile medico che alla fine, sbuffando, disposto il termometro, esaminati i crateri, auscultato il respiro, ordinò «Respira, non respirare, respira, non respirare» e, infine, osservata la mano infilata nel guanto, tentò di togliere il guanto. Giosuè ringhiò come un cane e allora il dottorino marittimo, stanco e irritato, lasciò in pace quel cane, sentenziò «La mano s’è fusa col guanto», ribadì ‘colpo di sole’, scrisse due fogli; per ricoverare Giosuè e la mamma gorgone e infine, in barba alle facce violacee, alle madri impazzite, ai colpi di sole, uscì, scavalcando la mamma, proprio mentre papà, annunciando il prossimo arrivo, sbraitava al telefono per la fretta di mamma di mandare Giosuè a farsi ammazzare al locale ospedale.
Debbo dire che il Giosuè di allora accolse con gioia la notizia dell’arrivo del padre, l’unico in grado di difendere il figlio Giosuè contro tutti, comprendendo nei tutti quel cavaliere dal “Cazzo d’acciaio”. Avvenne così che Giosuè si ritrovò in ospedale dove la mano fu liberata dai medici, veri nazisti al passo dell’oca, che lette le cartelle dell’essente Giosuè, tempestarono di domande mamma e papà, decretando per Giosuè un’allergia al colombo marittimo e per mamma e papà dei congeniti colpi di testa.
Dopo due giorni di austera penombra, Giosuè virò dal violaceo al porpora; dopo altri due giorni papà l’imbarcò sulla macchina e, scaricato quel triste ospedale dalle colpe passate, presenti e future, portò in salvo la mamma e Giosuè liberandoli, così, dai colombi, dal sole, dai dottori e dai beceri cavalieri infernali. Pirro, come sempre irridente, venne con noi.