domenica 12 ottobre 2014

FOTO TESSERA


UNA DOMENICA AL MUSEO 


Wladimiro Gorgia - AUTORITRATTO 

museo della società civile di Torino - sala  ritirata per uomini

Wladimiro Gorgia - AUTORITRATTO foto tessera

venerdì 10 ottobre 2014

WAGNER E IL FUOCO - MUSICA - Ezio Saia

WAGNER E IL FUOCO - Musica
Stravinskij nella sua predilezione per Verdi, rifiuta Strauss e Wagner (ma sembra considerare benignamente Puccini).
Non so che pensare; ho ascoltato gli ultimi quaranta minuti del primo e del secondo atto della Valchiria, sto ascoltando ora gli ultimi trenta quaranta minuti del terzo atto e non capisco come si possa arrivare a simili giudizi. Certo Wagner è un prestigiatore e un grande ammagliatore; ma sotto c' è vita, c'è dramma. Non solo: c'è il cielo, c'è l'inferno. Senti la forza dei sentimenti ma anche il fuoco della terra. Quello che scaturisce con l'incantesimo di Wotan lo senti covare per tutto l'Anello. Ne esce appena un po' e quel poco pare dare sfogo a una forza che altrimenti farebbe esplodere il mondo. Ma, anche se non esplode, continua, comunque, covare sotto la crosta e a far sentire la sua presenza.
L'addio di Wotan alla figlia è uno dei canti più belli mai scritti; il successivo motivo di Wotan con l'espandersi dell'incantesimo musicale è un lavoro da grande mago, da grande canaglia, da grande stratega musicale ma anche da grande tragico. E' musica vera che ti tocca.
Certo Verdi non brandeggia e arriva subito a farti vibrare il cuore. Entra dentro il tuo corpo, non si perde in carezze e non puoi che sentire quello che sente lui; ma Wagner abita non solo dentro di noi e dentro l'orchestra ma anche all'interno del mondo, nella fucina di Vulcano. Il suo fuoco, anche se modellato e magico, è fuoco primordiale: non solo musica ma fuoco.

giovedì 9 ottobre 2014

Calvino e la varietà dei gusti

Italo Calvino.

Romanzi non brutti, non belli.
Non fa per me. Lo ammiro, ho letto con piacere sincero Le città invisibili ma non sento in nessuno dei suoi testi la magia della grande letteratura.
Altri la sentono e penso che sia un mio difetto, anche se chiamarlo difetto è eccessivo. La ricchezza delle nostre società non sta nell'armonia dei giudizi e nel loro armonizzarsi in un un unico gusto sotto un comune e condiviso ombrello protettivo. Non nelle crudeltà intolleranti dell'armonia che non apprezza e non vede come ricchezze le critiche, i contrasti, le guerre di idee e di gusti ma nelle fatiche della democrazia. Anche nei gusti letterari.
Parlerò ancora di Calvino. Non tanto dei romanzi perché non sono evidentemente la persona giusta per metterne in evidenza i pregi ma del bel piccolo saggio Lezioni Americane.

mercoledì 8 ottobre 2014

ETTORE GRAMAGLIA e GIANCARLO GRAMAGLIA


ETTORE GRAMAGLIA E GIANCARLO GRAMAGLIA

Le Comari, olio su tavola  (76x120)
Così il commento del figlio Giancarlo:
Denominato anche le "comari"
in allusione alla loquacità, o "costumi portoghesi in confidenza".
L'uomo è un parlessere.
Esseri parlanti:
la dignità del dire sta sullo stesso piano della confidenza ed è la condizione del rapporto.E' un omaggio a J. Lacan e al suo lavoro.



Comincerò a parlare di quell'eccezionale figura che è stata Ettore Gramaglia e invierò questo mio scritto al Comune di Ciriè chiedendo che l’uomo Ettore Gramaglia, il cittadino ETTORE GRAMAGLIA, il pittore Ettore Gramaglia, sia onorato dedicandogli una via, una piazza, una sala nella città dove ha lavorato per anni in cartiera De Medici, diventandone apprezzato direttore, dove ha gestito il cinema Richiardi disegnando fondali, dirigendo spettacoli, producendo arredi e dove ha dipinto i suoi grandi, stupendi quadri. Ho fatto la stessa cosa per l’ing. Monateri coi comuni di San Francesco e San Maurizio, per l’ing. Enzo Mattiotto col comune di Caselle e lo farò per molti altri cittadini che hanno lasciato un’impronta nei paesi, nelle cittadine nelle regioni e nelle nazioni in cui hanno vissuto.

Non posso parlare di Ettore Gramaglia Pittore e scultore come critico d'arte perché non sono un critico d’arte ma parlerò sia dell’artista che dell’uomo, sia del Pittore che del padre per quanto l’ho conosciuto e per quanto un giovane di ventitré anni (questa è l’età in cui lo conobbi) può arrivare a comprendere un artista di grandi capacità, di grandi qualità umane, di grande intelligenza che ha attraversando due guerre mondiali e tutti i disastri di quelle guerre, che  ha contribuito alla rinascita di un paese a cui ha donato tutto il suo grande talento artistico e che, passati i settant’anni, manteneva inalterata l’intelligenza e la curiosità artistica e intellettuale che aveva caratterizzato la sua vita.

Lo conobbi quando conobbi il figlio Giancarlo e cominciai a frequentarlo nella sua bella casa arredata coi suoi mobili, con i suoi quadri con le sue sculture. Quando ci entrai la prima volta, ricordo ancora l'impressione che mi fece il grande quadro accanto al divano dove lui era seduto. E' quella meraviglia meraviglia d’espressività, colori e pennellate, dal titolo Le comari, la cui immagine fotografica ho inserito sopra a cappello di questo indegno POST. Un'immagine che neppur lontanamente conserva la vivida espressività e lo splendore dell'originale. Ancor oggi, dopo aver osservato le opere riportate nel libro curato da Giancarlo lo metto al di sopra di tutti gli altri  ma forse questa preferenza è dovuta al ricordo allo stupore e all'ammirazione provati. Amo molto anche

Mi ritrovai altre volte ad ammirare quel grande quadro nel salotto di casa, mentre il padre Ettore parlava tranquillo, leggeva il giornale o seduto sul tavolo combinava una delle sue tante creazioni coi legni e legnetti raccolti nelle lunghe passeggiare che faceva lungo le riva del torrente Stura. Certe volte andava in garage o in cantina a dipingerli a limarli, a incollarli e poi rivedevi quei legnetti trasformati in giocosi fantasmi dei boschi, che nel ricordo avvicino nella fantasia alle magiche sculture letterarie del mondo di mezzo dell’incredibile romanzo IL SIGNORE DEGLI ANELLI  di TOLKIEN   




Raccontavo come lo conobbi e neppure ora  riesco a descrivere il senso di meraviglia di fronte a tutta quella meraviglia di colori quando lo stesso Ettore, in non più di dieci minuti, mi illustrò con poche e frettolose parole, quasi con pudore,  quell'incredibile quantità e varietà di oggetti, mobili, quadri e colori. Era un uomo semplice e cordiale. Un carattere meno schivo avrebbe potuto diffondersi per giorni interi.

Quella prima volta conobbi anche sua moglie, una vecchietta non meno vivace del marito. Due vecchietti ancora vigorosi , aperti, allegri, tolleranti, borbottoni che, alla fortuna e alla gioia di vivere insieme per una vita, aggiungevano la fortuna di continuare insieme in vecchiaia la loro avventura.
Molto tempo dopo incontrai la signora in banca, alla Cassa di Risparmi di Ciriè, mentre allo sportello della cassa provvedeva alla scorta mensile di denaro. Quando il cassiere ebbe contato i biglietti davanti a lei, nella precisa composizione di tagli che lei aveva ordinato,  lei si mise di fianco alla cassa e, mentre gli altri clienti in coda svolgevano le loro pratiche, ricontò due volte con pazienza, quei soldi destinati a trasformarsi in arrosti, torte, e bistecche per Giancarlo, il re della casa e per Ettore il re amorevolmente detronizzato.  
Pensai allora che uomini eccezionali come Ettore Gramaglia possono inseguire le loro fantasie e produrle in pace solo se al loro fianco hanno una compagna che conta due volte i soldi prima di firmare e dimostra una tale puntualità, attenzione, sollecitudine verso la famiglia. Una sollecitudine attenta che liberava il marito verso i suoi spazi e lo agevolava nel suo volo che abbandonava il mondo dei banali relitti dei tronchi, dei rametti, delle pietre per entrare nel fantastico mondo degli elfi e delle divinità dei Boschi delle terre di mezzo.    


Non era un pittore ripetitivo come lo sono molti. Troppi, a mio avviso. Penso a Capogrossi con le sue forchette, penso a Mondrian con i suoi lego primitivi, penso a Campigli con le sue figurine di donne, a Morandi con le sue bottiglie e, tra i più recenti, penso alle sfere parzialmente devastate di Pomodoro che svelano al di là di un esterno perfetto e simmetrico un interno tormentato, agli igloo di   Mario Mertz e non mi piace questo tipo di creatività che, trovato un soggetto in cui ben si riflette la propria ispirazione, lì si fermano ripetendo la stessa sfera, la stessa figurina lo stesso simbolo in grandezze diverse e diverse configurazioni. Mi paiono copie o variazioni di copie e mi danno l’idea di una immobilità d’ispirazione, di un volontaria chiusura, di una sicura e comoda cella in cui chiudersi. Quando, dopo la sua morte, aprirono il deposito di Picasso trovarono quasi ventimila tra quadri piatti e sculture. Picasso come Matisse era un incendiario inarrivabile ma ve lo immaginate la monotonia dei magazzini se veramente fossero esistiti?! Ventimila quadri di forchette di Capogrossi? Ventimila sfere diversamente dentate di Pomodoro?  Quasi un incubo.

E’ vero che anche i anche classici disegnavano spesso gli stessi soggetti ma possiamo con piacere guardare i loro cataloghi. Ve lo immaginate che noia un catalogo di sfere sfondate e sfregiate  ? Ve lo immaginate un catalogo delle forchette di Capogrossi. Appena sopportabili sarebbero quelli di Campigli e di Morandi e questo lo dico perché sono un loro grande ammiratore.

Ettore Gramaglia, pittore autodidatta, seppe evolvere la sua arte e i suoi soggetti. Mi piacciono le composizioni del primo periodo e gli ultimi ritratti quando riusciva con tratto deciso forte tracciare i confini di un volto, come in questo quadro olio su tela, 40x50, dal titolo significativo L'infinito ... girotondo.



Io e Giancarlo,allora soci nella ditta LARA, portavamo avanti i nostri lavori ma lui non stava certo a guardare. Quando non avevamo problemi da risolvere e da sottoporgli, lui lavorava, costruiva mobili, (costruì tre sedie e le scolpì, un grande banco da lavoro che ancora oggi fa bella mostra nel cortile del pensiero del figlio Giancarlo, il banchetto di saldatura, uno sgabello e una quantità di mini sculture). Curioso, vivo e intelligente  qual era non si accontentava di vedere noi lavorare ma voleva anche capire. A un certo punto cominciò a studiare quella strana cosa che era l’oscilloscopio e non ebbe pace finchè, procuratosi un libro che lo illustrava, non potè cominciare a manovrarlo.

Spesso al mattino andava a passeggiare nei boschi lungo Stura, non solo per passeggiare  fra gli amati alberi ma per cercare pezzi di legno, rami caduti o depositati dalla corrente della Stura, in cui già intravedeva qualche forma che attendeva solo le sue mani magiche per uscire alla luce. Vidi nascere molti di quelle piccole sculture-composizioni che tutti possono ammirare, almeno in fotografia nel complesso libro Catalogo delle opere di ETTORE GRAMAGLIA, con sottotitolo DIALOGHI FRA PADRE E FIGLIO di Giancarlo Gramaglia, che lungi dall'essere solo un catalogo che presenta le opere, assume il significato di un incontro colloquiato tra padre e figlio, che opera e interpreta con amore un avvicinamento che attraversa il tempo. Ma di questo bello e intricato libro parlerò in un altro blog ad esso interamente dedicato.      

Padre e figlio ogni tanto facevano baruffa, brontolavano e battibeccavano. Erano normali interazioni padre e figlio,  quei normali contrasti generazionali di cui tanto si parla ma che io non sapevo interpretare come tali. Mi davano fastidio e mi dava fastidio che il figlio Giancarlo entrasse tanto facilmente in contrasto, un contrasto addirittura irrispettoso che allora non capivo come non capivo in genere i contrasti padre figlio cui mi capitava di assistere. Mio padre era morto quando io avevo quattordici anni e non ero passato attraverso quel tipo di esperienza che segna i rapporti padre-figlio durante l’adolescenza e la giovinezza. Oggi posso dire che invidiavo gli amici che avevano un padre e che, non potendo sperimentare e interfacciarmi con quel tipo d’interazioni che vedevo non solo tra Giancarlo e suo padre ma anche tra il mio amico Roberto Tancini e suo padre, non li capivo, non capivo la loro funzione, tacevo ed esecravo non certo i padri ma i figli che giudicavo ingiusti e irrispettosi verso i padri. 
Certamente pativo la mancanza di mio padre e certamente ad entrambi invidiavo quella importante presenza. Capii presto che non era affatto una mancanza di rispetto e d’affetto e il libro che Giancarlo ha scritto con tanta cura, il sito web con le opere del padre da lui curato, le parole con cui ne parla, sono testimonianze del grande affetto e della grande considerazione che provava. Una affetto e una considerazione che col tempo si sono ingigantiti. Giustamente ingigantiti.



martedì 7 ottobre 2014

Un post di Giavarra su Nietzsche


Ecco il post di Giorgio Giavarra su Nietzsche e la volontà di potenza


Nietzsche e la volontà di potenza

Come alcuni concetti, creati da un pensatore capace di influenzare tutto il XX secolo e a scuotere le fondamenta delle nostre certezze, possono aiutarci ad analizzare alcune strategie di marketing


“Tutto ciò che è grande vive in mezzo alla tempesta”, affermava Platone, e Friedrich Nietzsche visse in mezzo alla tempesta dei suoi vorticosi pensieri e della sua malattia per l’intera vita, conclusasi nel naufragio della follia.
Nietzsche occupa un posto a sé nella filosofia e appare essenzialmente come un filosofo “negativo”. Nessuno prima di lui ha saputo cogliere con maggior finezza la crisi dei valori della società occidentale. Egli rappresenta un raro esempio di concentrazione mentale, di esercizio crudele e continuo  dell’intelletto, adoperato come un maglio battente sull’incudine del suo spirito. Da tali audaci colpi  scaturirono scintille di aforismi e di intuizioni  psicologiche tali da sconfessare i falsi miti e le religioni che da sempre hanno soffocato la vera natura umana. Nietzsche era consapevole della portata delle sue idee perturbatrici e sconvolgenti e del proprio destino: “Io conosco la mia sorte” ebbe a dire, “si legherà al mio nome il ricordo di una crisi, come non ce ne fu un’altra sulla Terra…Io non sono un uomo, sono dinamite…io contraddico come mai nessuno ha contraddetto”... Oggi, a un secolo dalla sua morte, la sua profezia può considerarsi avverata.  Egli rimane di gran lunga il pensatore più influente del Novecento; le sue analisi sullo spirito apollineo e dionisiaco nel campo dell’arte, sulla psiche dell’uomo, sulla decadenza dei valori, sulla necessità di formare  il “superuomo” e sulla volontà di potenza, hanno lasciato un profondo segno nella nostra cultura contemporanea. Anche se non ce ne accorgiamo, c’è un po’ di Nietzsche in ciascuno di noi; egli è presente ogni volta che non ci accontentiamo di pascolare nel gregge,  ascoltiamo il richiamo dei nostri istinti, siamo attratti dagli sconfinamenti, aspiriamo a rivoluzionare noi stessi…
Vero e proprio nervo scoperto del pensiero europeo del Novecento, scrittore straordinario, capace di concentrare grandi riflessioni in un frammento, Nietzsche ci ha consegnato opere immemorabili quali: Così parlò Zarathustra, Umano troppo umano, La gaia scienza, Genealogia della morale, Ecce homo, La nascita della tragedia, Aurora, etc... e che andrebbero non solo lette, ma rilette. In lui troviamo un nuovo linguaggio, denso di metafore ed aforismi, un nuovo procedere filosofico che rovescia  il tradizionale argomentare. I suoi scritti, dal sapore shakespeariano, sono di una ricchezza prodigiosa, e in essi traspare il costante sforzo di conferire uno stile all’anima oltre che ai pensieri. Dei suoi libri è stato detto che hanno la parvenza di sogni, e che leggerli è come peregrinare per l'infinito. Essi sfuggono ad ogni esame e ad ogni critica perché non rientrano in alcuna classificazione; sono libri senza compagni, anch'essi solitari come il loro autore e come tutte le cose di incommensurabile prezzo…

La scoperta di un mondo falso

Nietzsche concepisce la sua filosofia come una filosofia della liberazione. Sostiene che la morale, la metafisica e la religione hanno creato un mondo di finzioni, utili all’uomo per dargli l’illusione di sicurezza e fargli credere di vivere in un mondo razionale, ordinato e dotato di senso e di scopo. La costruzione di un mondo finto e illusorio impedisce di vivere in quello vero, cioè in un mondo in cui l’uomo riesce a liberarsi dalla “malattia delle catene” - perché “ogni convinzione è un carcere”- e diventa così “spirito libero”. Tra le concezioni illusorie e gli errori fondamentali dell’umanità sono da annoverare anche la credenza nella libertà del volere (libero arbitrio) e nell’esistenza di azioni morali di cui ciascuno possa ritenersi responsabile. La tesi nietzschiana sostiene che un’azione non è mai del tutto consapevole e libera, perché “tutto quello che avviene in noi è in gran parte sconosciuto”. Noi pensiamo e  agiamo sempre sotto l’influsso dell’istinto di conservazione, ovvero dell’istinto che spinge l’uomo a procurarsi piaceri e ad evitare dolori.
Un’altra credenza illusoria è quella della verità. Per il nostro filosofo, chi aspira alla verità (come ad esempio l’uomo che crede in Dio) in realtà ha bisogno di illusioni, perché la volontà di verità non è altro che volontà di stabilità. La vita necessita di qualcosa di durevole e regolare, e il logicizzare, il razionalizzare, il sistematizzare assolvono a tale compito. L’esistenza delle cose è finta da noi “per bisogni logici”, che assicurano l’illusione di sicurezza. La stessa scienza (concepita per scoprire  verità nascoste) in realtà  è condizionata  da apprezzamenti di valore o addirittura da esigenze fisiologiche e di autoconservazione. Ciò che tuttavia è importante non è la verità o la falsità di un giudizio o di una teoria, ma sapere quanto un giudizio o una teoria promuovano  e conservino la vita. “Senza una costante falsificazione del mondo, non potremmo vivere…i giudizi più falsi possono per noi essere i più indispensabili”, afferma il nostro filosofo, e in un altro passo: “niente è più nostro dei nostri sogni, niente è maggiormente opera nostra”…

Tra i concetti che Nietzsche elaborò, prenderemo in considerazione quello della volontà di potenza, concetto che si rivelerà utile per analizzare il carattere di una azienda e le sue strategie di marketing.


La volontà di potenza

La “volontà di potenza”, per Nietzsche, è il tratto fondamentale di ogni essere vivente e costituisce il fondamento di ogni comportamento umano.  In alcuni frammenti scrive: “il mondo non è  altro che volontà di potenza, e anche l’uomo non è che volontà di potenza, e nient’altro… “ ogni volta che ho incontrato un essere vivente, ho anche trovato la volontà di potenza; e anche nella volontà di colui che serve ho trovato la volontà di essere padrone. Il debole è indotto dalla sua volontà a servire il forte, volendo egli dominare su ciò che è ancora più debole... Solo dove è vita, è anche volontà: ma non volontà di vita bensì volontà di potenza!”..
La volontà di potenza è intesa da Nietzsche come forza capace di trasformare il mondo attraverso l’assunzione di nuove tavole di valori, di reinterpretare la realtà, di vincere le resistenze della morale comune, di non assoggettarsi agli idoli, di conferire un nuovo senso alla vita. Nonostante il termine possa risultare equivoco, il concetto non vuole esprimere prospettive di violenza o  sopraffazione, ma soltanto la forza dirompente di affermazione,  capace di sviluppare le immense capacità dell’uomo.


Volontà di potenza in azienda

La grandezza di una azienda risiede nella sua volontà di potenza, ossia nel suo desiderio di affermarsi,  rinnovarsi, superarsi, e confrontarsi con le difficoltà dell’ ambiente.
Senza volontà di potenza non si conquistano nuovi mercati, non si realizzano nuovi prodotti e nuovi progetti, non si diventa azienda leader.
La volontà di potenza è capace di appropriarsi delle difficoltà e di trasformarle in forza; è posseduta pertanto solo dalle organizzazioni che affrontano i cambiamenti, che osano oltre l’osabile, e che sanno che - come Nietzsche insegna -  “ciò che non distrugge,  rafforza”…
La volontà di potenza è invece completamente assente nelle aziende vegetative, che si accontentano di sopravvivere,  che non motivano i loro uomini, che dimenticano i loro sogni.
Sul mercato le aziende non competono esclusivamente con i loro prodotti, ma anche e soprattutto con la volontà di potenza dei loro uomini. Accade così che una crisi aziendale sia prodotta da una crisi di volontà di potenza. Essa generalmente colpisce per prima il vertice aziendale, per poi propagarsi ai suoi collaboratori e ai livelli sottostanti. A volte è sufficiente sostituire il vertice depotenziato di energia, con un nuovo manager carico di volontà di potenza, per uscire dalla crisi e  far rifiorire l’azienda.

Strategie di marketing  e volontà di potenza

Ogni strategia di marketing, operata sulle P di Kotler (Prodotto, Prezzo, Punto vendita, Pubblicità) coinvolge sempre una determinata volontà di potenza.
Un prodotto di imitazione, ad esempio, esibisce una volontà di potenza o di affermazione  basata essenzialmente sul Prezzo, mentre risulta quasi inesistente la volontà di potenza di affermarsi attraverso una propria identità. Una strategia di differenziazione di   prodotto, invece, manifesta una volontà di potenza orientata sul Prodotto. Si mira infatti ad una affermazione “per differenza”, e cioè a d imporsi  sul mercato tramite la forza delle innovazioni che conferiscono al prodotto univocità e un certo carattere monopolistico rispetto alla concorrenza.
    Nelle vendite promosse attraverso i messaggi mediatici prevale invece la volontà di potenza della variabile seduttrice e manipolatrice per eccellenza: la Pubblicità. In tal caso agisce la legge psicologica in base alla quale ciò che viene sentito ripetutamente e senza ostilità, diviene familiare, affidabile e quindi facilmente accessibile. L’inganno indotto dall’abitudine alla ripetizione, miete le sue vittime e, come nelle società dei babbuini, l’urlo del più forte s’impone…
La volontà di potenza si esprime poi nel punto vendita quando è la logistica ad imporsi. La volontà di potenza logistica, sia intesa geograficamente (come luogo in cui è disponibile il prodotto o il servizio), che organizzativamente (come completezza ed efficienza di evasione ordini), si afferma essenzialmente nei supermercati, nelle stazioni di servizio carburanti e nei MacDonald (in cui è compresente anche la volontà di potenza del prodotto e della comunicazione).
Ogni volontà di potenza è un “attrattore clientelare”, è energia irradiata che scalda il  mercato per far maturare i frutti seminati dalla strategia. Risulterà vincente quell’azienda che potrà disporre del maggior  mix di volontà di potenza proveniente dalle strategie delle quattro P, e saprà avvalersi in massimo grado della volontà di potenza dei suoi uomini, energia raggiante tra le più potenti sul mercato. 
    La volontà di potenza - il trarre quanto più possibile da ciò che sta intorno -  lascia la sua traccia ovunque. Già Trasimaco avvertiva  Socrate che il pastore custodisce il gregge non per il bene delle pecore, ma per tosarle, e lo stesso avviene per il fornitore, che cura la  clientela non per il bene della stessa, ma per raccogliere quanto più danaro possibile. “Non è per la benevolenza del macellaio che non paghiamo la bistecca a caro prezzo, ma perché ci sono altri macellai vicini”, diceva Adam Smith. Se avesse conosciuto il nostro filosofo la sua affermazione forse suonerebbe: “ non è per la benevolenza del macellaio che non paghiamo la bistecca a caro prezzo, ma per la sua volontà di potenza”. Solo col giusto prezzo infatti riuscirebbe, in regime di concorrenza, ad affermarsi sul mercato. Impariamo la lezione da Nietzsche. (continua)
                                                                                   Strilli

Ogni convinzione è un carcere


Senza una costante falsificazione del mondo non potremmo vivere

Ciò che non distrugge, rafforza

lunedì 6 ottobre 2014

UNA CONFERENZA DI GIORGIO GIAVARRA

Ho seguito giorni fa una conferenza di Giorgio Giavarra, mio compagno al politecnico e poi a filosofia. Una conferenza molto bella con un Giorgio Giavarra che, come il miglior Contador, parlando saltellava fisicamente coi piedi, con la voce, con gli occhi, con la vivacità, con gli argomenti, coi riferimenti, con le citazioni. 
Su e giù in un vertiginoso viaggio lungo la storia, i libri, i filosofi, i poeti. Dall’Atene di Platone e  di Aristofane, alla Vienna di Freud, dalle pagine di Aristotele, a quelle di Nietzsche, di  Schopenhauer, di Kant. Un vero balletto di idee, di voci di suoni, di movimenti allegri, vivaci e sempre piacevoli. 
Vien da ridere se si pensa a quanto barbose, opache, piatte siano certe conferenze che non solo non favoriscono un sonno salvifico ma irritano fino alla fuga.
 Anche quella del conferenziere è una forma d’arte, una performance che se ben fatta, se vivace, se equilibrata, nello stesso momento ti stimola e ti rilassa. Peccato che sia un tipo di forma d’arte, un tipo di performance non riproducibile. Non lo potrebbe fare né una versione scritta né una ripresa televisiva. Vedere una commedia di Pirandello a teatro è altra cosa che leggere il libro o vederla in televisione.

Non lo vedevo da molti anni ed è stata una sorpresa davvero lieta. Ci siamo ritrovati pochi giorni dopo per raccontarcela e l’incontro è stato altrettanto piacevole.
Anche la sua storia culturale è unica. Non scuola media ma avviamento, non liceo classico e scientifico ma istituto tecnico: le sue conquiste culturali non le deve a nessuno. 
Doveva essere uno di quei pochi primi della classe benvoluto dai compagni.
Ho scambiato due parole e mi ha raccontato che quando legge e trova qualche concetto memorabile riporta nell'ultima pagina del libro la parola e la pagina. Se avessi fatto anch’io così mi sarei evitato molto spesso sfibranti ricerche improduttive.

Tornerò su Giavarra. Se mi darà il testo della conferenza, lo riporterò sul sito ma non sarà assolutamente la stessa cosa che assistervi.

Matematica come fantastica storia di ersie e di eretici - Quando si capirà che il lussurioso mondo dei numeri non è l'arida e meccanica disciplina che si crede, potremo avvicinare cultura umanistica e cultura scientifica. - Un contributo alla loro reciproca comprensione - prima puntata


Una storia di eresie

 Una filigrana di eresie percorre la storia canonica della matematica.
Contemporaneo di Galilei, Bonaventura Cavalieri inventò un metodo di calcolo, in cui una linea era una somma infinita di punti, un’area una somma infinita di segmenti e un volume una somma infinita di piani. La sua opera, nota come geometria degli indivisibili, fu giudicata come un tentativo di raccogliere l’acqua con un setaccio. Dice Borges, vero nume tutelare di tutte le eresie.

La vasta biblioteca è inutile. A rigore, basterebbe un sol volume, di formato comune, stampato in corpo nove o in corpo dieci, e composto d’un numero infinito di fogli infinitamente sottili. (Cavalieri, al principio del secolo XVII, affermò che ogni corpo solido è la sovrapposizione d’un numero infinito di piani).

Cavalieri incredibilmente ottenne grandi risultati. Oltre che confermare risultati già noti, calcolò lunghezze, aree e volumi mai prima calcolati. Nonostante questi successi non riuscì a convincere i contemporanei: quegli strani indivisibili puzzavano troppo di zolfo. Inutilmente si difese sostenendo i suoi indivisibili erano solo scorciatoie.
Gli indivisibili, queste fantomatiche entità che erano e non erano, ma dei quali si doveva comunque parlare, furono presto abbandonati. Con la nuova geometria algebrizzata di Fermat e di Cartesio, gli indivisibili scomparvero, ma nacquero gli infinitesimi loro stretti parenti. La geometria era cambiata, ma anche nella nuova si tornò a parlare di quantità infinitamente piccole e di aree calcolate come somme di infiniti segmenti. Il sospetto che aveva afflitto gli indivisibili si trasferì sui non meno eretici infinitesimi; un sospetto che durò almeno due secoli fino a che Causchy e Weierstrass non inventarono una procedura che otteneva gli stessi risultati, ma non parlava di infinitesimi. L’analisi poté essere trascritta e redenta dal rigore che il nuovo metodo permetteva.
Nonostante ciò, molti manuali d’ingegneria continuarono spesso a lavorare con i troppo comodi infinitesimi fino a che, nella seconda metà di questo secolo, quegli stessi infinitesimi, che secondo Leibniz costituivano la grana fine dell’universo accessibile solo all’intelligenza infinita di Dio, si presero la rivincita, divenendo legittimi e non eretici cittadini nei mondi dell’analisi non standard inventata ( o scoperta o costruita, o fondata) da Robinson.
E che dire delle geometrie non euclidee?
Questo tormentone proveniva da un dubbio tanto antico quanto irrisolto circa la validità dell’assioma[i] delle parallele formulato da Euclide. L’assioma, che recita che se P è un punto e a una retta, per P passa una sola parallela ad a, apparve subito sospetto. E neppure tanto evidente doveva essere apparso a Euclide che lo aveva introdotto, non con gli altri assiomi, ma dopo aver dimostrato una trentina di teoremi. Questa strana collocazione fu subito interpretata come se lo stesso Euclide volesse far capire di averlo introdotto solo nel quando non poteva più farne a meno.
L’idea che il mondo non fosse euclideo, era così eretica che non venne neppure presa in considerazione. La dimostrazione dell’assioma divenne, così, l’ossessione della storia della matematica. Nei secoli si accumularono oltre mille ufficiali e inutili tentativi di soluzione e non furono pochi i matematici che dedicarono alla soluzione del problema la loro vita. Wolfang Boylai, padre di quel Giovanni che diede una svolta definitiva all’enigma, fu fra questi.
Una mezza svolta l’aveva già impressa il matematico Gerolamo Saccheri di Pavia. Questi negò l’assioma delle parallele e sviluppò un nuovo sistema. Saccheri sperava di imbattersi in un “assurdo” che dimostrasse che Euclide aveva ragione e lo volle così tanto che finì per trovarlo anche dove non c’era.
Ciò che Saccheri aveva iniziato era una geometria non euclidea. Dopo di lui, altri, tra cui Lambert, fecero intravedere brandelli di questo nuovo universo. Gauss lo costruì effettivamente, ma non volle renderlo pubblico e infine Boylai nel 1825 e Lobacevskiy nel 1826, esposero una nuova geometria che partiva dall’assunzione dell’esistenza di due parallele a una data retta.[ii]
Boylai comunicò le sue scoperte al padre commentando: “Aggiungo solo questo: Ho creato un universo completamente nuovo dal nulla.”
I “nuovi” ed eretici mondi furono accettati dagli accademici con inconsueta calma (o rassegnazione). Ciò accadde perché il problema era ormai maturo e anche perchè Gauss li approvò con entusiasmo. L’autorità e il genio di Gauss[iii] erano così grandi da poter imporre ai dotti custodi dell’ortodossia (pur fra amare masticazioni) anche una simile rivoluzione.
Le implicazioni matematiche, filosofiche, fisiche dell’eresia non euclidea furono e rimangono enormi: Ma soprattutto nuova furono l’apertura mentale e lo spirito di libertà che una simile rivoluzione riuscì a suscitare. Com’era effettivamente il mondo? Euclideo o non euclideo? Come si doveva interpretare questa pluralità di geometrie? Come si doveva concepire lo spazio? Le geometrie non euclidea non aprirono solo una porta nei muri dell’ortodossia, ma li sfondarono. 
Mentre la geometria veniva così rivoluzionata, l’analisi stava procurando non pochi grattacapi ai suoi adepti. L’elaborazione della neonata teoria delle classi proposta da Cantor procurava più sospetti che certezze. Un’inquietudine che sfociò in una vera guerra che aveva per oggetto la stessa natura degli enti e dei ragionamenti matematici. Quali ragionamenti potevano essere ritenuti sicuri? Quali entità potevano essere accettate? Non fu solo una guerra tra normalizzatori e rivoluzionari. Fu una guerra fra filosofie rivali e fra mentalità irriducibili.

Alla base della costruzione di Cantor sta il concetto di corrispondenza biunivoca. Due insiemi sono in corrispondenza biunivoca ( e quindi equinumerosi, equipotenti, ecc. )quando è possibile far corrispondere a ogni elemento di un insieme uno e un solo elemento dell’altro e viceversa. Con questa definizione è facile capire che l’insieme dei numeri pari è equipotente a quello dei numeri dispari. Non è necessario saper contare per verificare una corrispondenza biunivoca. Se su tavola abbiamo messo un coltello accanto a ogni piatto, siamo sicuri che a ogni piatto corrisponde un coltello e a ogni coltello un piatto e che l’insieme dei piatti è equinumeroso a quello dei coltelli.
Assegnare una cardinalità ad un insieme finito non da nessun problema. Le difficoltà nascono con gli insiemi infiniti.
 Attenzione! Qui si parla di insieme con infiniti elementi, non di infinito potenziale o infinito in fieri, non di quell’infinito che citiamo quando intendiamo significare che il processo è senza fine, ma dell’infinito attuale: di un insieme che contiene infiniti oggetti.
Cantor giunge alla definizione di insieme infinito proprio tramite il concetto di cardinalità. Prendiamo un insieme finito, ad esempio quello degli umani, e un suo sottoinsieme, quello delle donne. Potremo farli corrispondere in tutte le maniere che vogliamo, ma non otterremo mai una corrispondenza biunivoca, poiché l’insieme delle donne è solo una parte (sottoinsieme) dell’insieme che comprende uomini e donne. Quando, invece, si lavora con insiemi infiniti accade qualcosa di molto strano in cui si era già imbattuto Galileo.

Se consideriamo un insieme infinito, quello degli interi ed un suo sottoinsieme quello dei numeri pari, si può facilmente verificare come possano essere messi in corrispondenza biunivoca, accoppiando: 1 con 2, 2 con 4, 3 con 6 e così via, come indicato in figura.


 Questo risultato è sconcertante; ci dice che i due gruppi, un insieme e un suo sottoinsieme, sono equinumerosi. Galileo si ritirò di fronte a questa assurdità, Cantor, al contrario, la trasformò nella definizione dell’infinito attuale; un insieme è infinito, ci dice, infatti, Cantor se ciascuno dei suoi membri può essere posto in corrispondenza biunivoca con ciascun elemento di un suo sottoinsieme. Il che non significa altro che per gli insiemi infiniti il tutto è uguale a una sua parte.
Con questo risultato, il dado era tratto, l’infinito attuale, lo sfuggente e misterioso infinito giudicato di volta in volta impensabile, opera di fantasia, mostruosità, era stato ingabbiato in una definizione. Una definizione che insinua molti dubbi: quali proprietà, quali enti, quali ragionamenti possono essere impunemente usati in questo nuovo, immenso e sconosciuto dominio?

Qual è il rapporto fra l'infinità dei numeri naturali e quella dei numeri razionali? L’intuizione ci porterebbe a credere che i secondi siano infinitamente più numerosi dei primi; esiste, infatti, un solo numero 2 mentre sono infinite le frazioni con numeratore 2 ( 1/2, 2/2, 3/2) e infinite quelle con numeratore 2. Se i numeri naturali possono essere rappresentati da una infinita fila di alberi, l'insieme dei razionali sembra una foresta incantata che non ammette sentieri. I numeri naturali sono ordinati nella serie:
1 ,2 , 3, .....
in cui ogni numero ha un unico e ben definito antecedente e un unico e ben definito successore; ma che dire dei frazionari?  Nessuna frazione ammette un immediato successore né un immediato antecedente. 1/3 non è l'immediato antecedente di 1/2 né lo 3/5 e neppure 6/10. Per qualsiasi frazione inferiore ad 1/2, se ne potrà sempre trovare infinite superiori alla frazione pensata e inferiori a 1/2 Sembra proprio che l'insieme dei numeri frazionari non ammetta né ordine né bussola e che in quella babelica foresta tra due alberi qualsiasi esistano sempre altre infinite piantagioni.
La stupefacente impresa di Cantor sta nell’aver pensato e dimostrato che l’infinità dei naturali è uguale a quella dei razionali perchè a ogni numero naturale è possibile far corrispondere biunivocamente un razionale. Ciò che prima di Cantor pareva un  infinito labirinto, dopo Cantor appare come un quadrante infinitamente esteso nelle sue dimensioni, ma in cui un rigoroso sentiero, infinitamente lungo riesce ad incontrare ogni frazione.
Ecco come Cantor percorre questo labirinto:


La linea a Zig Zag incontra tutti i numeri e la foresta incantata diventa un sentiero in cui gli alberi, si succedono l’un l’altro secondo una successione:
1 , 1/2 , 2 , 3 , 2/2 , 1/3 .......
i cui membri possono essere posti in corrispondenza biunivoca  col sentiero dei numeri interi:
1   2     3   4   5   6......

Il successivo infinito da affrontare é il continuo: l'infinito di tutti i numeri razionali e irrazionali, quello dei punti sulla retta, quello dei paradossi di Zenone, un vero abisso.
La potenza (numero cardinale) di questo insieme è pari o superiore a quella dei razionali? Ancora una volta l'ingegner Cantor edifica una delle sue ordinate costruzioni, allineando verticalmente una infinità di numeri ciascuno con infinite cifre decimali.

0,26543....
0,43567....
0,56243....
0,............
Questo elenco, che è infinito, contiene tutti i numeri? Se li contiene il continuo avrà la stessa potenza dei razionali se non li contiene sarà un infinito più potente (di cardinalità superiore) ai precedenti.
Cantor risolve l’enigma indicando il metodo per costruire un numero sicuramente non compreso nella lista. Questo numero avrà la sua prima cifra diversa dalla prima del primo numero, la seconda diversa dalla seconda del secondo, la terza diversa dalla terza del terzo e così via all'infinito.
Il numero 0,545... , uno degli infiniti numeri costruibili con questo sistema, non è sicuramente compreso nell’elenco.

Questi nuovi numeri ci dimostrano che nella babele degli infiniti già classificati, il continuo è il più potente. Con questo risultato ci si è però appena addentrati nel cuore di quel problema, che sta nel mettere ordine nei tipi di infiniti. Quanti sono? Sono ordinabili? Se lo sono quali posizioni occupano l’infinito numerabile dei naturali e quello non numerabile del continuo?
Senza addentrarci nei procedimenti di Cantor per dare risposta a queste domande, rileviamo solo che una risposta la dà dimostrando che dato un qualsiasi insieme I l’insieme potenza risultante dalla riunione di tutti i suoi sottoinsiemi ha una cardinalità superiore a I. Nell'infinita gerarchia degli insiemi infiniti che Cantor costruisce e indica con ALEPH 0, ALEPH 1, ALEPH 2 ..e così via, se l'insieme dei naturali corrisponde ad ALEPH 0, l'insieme del continuo a quale ALEPH corrisponde?
Cantor si affanna, ma non trova una risposta a questo enigma che si trascinerà irrisolto per circa un secolo e che, quando troverà una risposta, ne troverà due che, in certo senso, sono in contraddizione: dato un sistema coerente di assiomi per l’aritmetica (sistema di Zermelo), dapprima Goedel ha dimostrato che l’ipotesi del continuo (quella che pone la cardinalità del continuo pari a ALEPH 1) è coerente con quel sistema, mentre successivamente Cohen ha dimostrato che anche la negazione dell’ipotesi del continuo è coerente con quel sistema.




[i]Uso “assioma” anche per i postulati.

[iii]Gauss non doveva credere certamente alla sua autorità se, avendo lui stesso elaborato una geometria non euclidea (nel senso di Boylay), non la pubblicò perchè, come ebbe a dire, temeva le urla dei beoti.

venerdì 3 ottobre 2014

Trash, elite e disinformazione


Gentilmente il Signor  Bruno.Cancellieri aveva commentato il mio articolo Democrazia-degli-incivili-degli-indecenti-bagaglini-delle-indecenti-isole-dei-famosi-una-difesa-filosofica-del-diritto-al-trash con queste parole:

Il trash è ovviamente un diritto umano inalienabile e non negoziabile, ma penso che un servizio pubblico debba offrire una cultura di valore, costruttiva, che diffonda valori, e il trash non ha valore, anzi, tendenzialmente, semina ignoranza, disinformazione, demagogia e denigra e distrugge i valori. Lasciamo quindi il trash al maestro del trash, Berlusconi e alle sue reti televisive, Non c'è bisogno che la RAI le rincorra per vendere più spazi pubblicitari. Io eliminerei completamente la pubblicità dalla TV pubblica, per una questione di principio e di progresso civile, anche a costo di aumentare il canone e di ridurre la audience.

Non riuscendo a postare la mia risposta su Face sono ricorso all'escamotage di riportarla sul mio blog per poi linkarla su Face. Ecco la risposta:

Trash è un termine che contrassegna una certa cultura dai confini incerti e ambigui ma che comunque fin dalla nascita è stato connotata da termini dispregiativi. Se veramente trasmette disvalori, allora accetterei il trash solo e in via teorica in quanto valore di diritto e di libertà come sembri affermare tu ma non credo che le cose siano così semplici perché, prima di tutto, non so chi stabilisce ciò che sia valore e ciò che non lo sia e poi perché sospetto che tutto dipenda dalla forza con cui una certa cultura egemone, che occupa la plancia di comando, sappia assimilare alla propria cultura le altre. In secondo luogo anche il termine “costruttiva”, mi pare di difficile senso e non meno problematici mi paiono i concetti associati a “seminare ignoranza” e seminare “disinformazione”. Peggio ancora per quanto riguarda il concetto “demagogia” di cui tutti parlano senza darne definizione.  
Chi stabilisce quali sono i valori e quali sono le trasmissioni che trasmettono “valori”? Dopo cinquant’anni di vissuto culturale, dopo l’età della tivù democristiana anch’essa ostentata come servizio pubblico, dopo le censure su parole e programmi di quel periodo, dopo le cacciate di persone e programmi da parte della elite allora egemone - oggi come allora radiate, esiliate o riformate – il tutto in conformità alla funzione maieutica ed educativa che il paradigma del periodo non solo suggeriva ma, dalla plancia di comando protetta da mastodontici bastioni, ordinava, mi chiedo che senso abbia parlare di valori e di servizio pubblico visto che anche allora la parola “valori” era in voga come oggi, anche se i “valori” sono cambiati.
Passano le stagioni culturali e politiche e c’è sempre una legione di elite protagoniste di incessanti scalate e dominazioni per conquistare la plancia e imporre la loro Società che di volta in volta prende il nome di Società morale, società civile, ecc.
Come ho ricordato nell’articolo non esisteva nell’età vittoriana (e dopo) un valore più certo della immoralità dei rapporti Gay. Turing è morto suicida col cianuro nel 1954, dopo che la società civile e morale, fattasi giudice, lo aveva condannato alla castrazione chimica, dopo che con iniezioni di estrogeni gli fu abbassato il peccaminoso e immorale desiderio sessuale e dopo che quelle iniezioni gli fecero crescere un umiliante seno. Tutto ciò nonostante che li avesse salvati dal nazismo, decifrando i codici nazisti, e avesse elaborato quel geniale algoritmo conosciuto come Macchina di Turing. Ho usato i termini “peccaminoso e immorale” perché questi erano gli aggettivi determinanti per quella cultura egemone, perché non solo la morale cristiana (considerata comunque un valore da promuovere) ma anche la morale naturale condannavano quel rivoltante comportamento contro Dio e la natura. Una condanna che come ricorda un film con Pozzetto e Massimo Ranieri, era ancora ben vivo pochi decenni fa nella cultura che oggi si autodefinisce “Società civile”.  
Dopo tutti questi anni in cui le varie società culturalmente dotate e civili si sono succedute, emanando le loro circolari di approvazione/disapprovazione, i loro ordini, i loro giudizi: sui fumetti, sui libri, sui film, sulle trasmissioni, sui libri di testo, sui programmi scolastici, universitari, ecc. non credo certo in valori assoluti. Di straforo dico che mia madre fu convocata e diffidata perché a scuola ero stato sorpreso con la Nausea di Sartre. Questo è uno delle decine di migliaia di episodi dell’allora società morale e civile egemone che non racconta comportamenti di singole persone- in questo caso una docente - ma di un sistema che credeva nei suoi principi e nella sua cultura e non li credeva storicamente veri ma veri universalmente e fonti di giudizi e repressioni.

I Gay, i lettori di fumetti, i lettori del grand Hotel, addirittura i gialli, i romanzi erotici, addirittura i western corrispondevano allora agli ascoltatori dell’Isola dei Famosi e del Bagaglino o agli ascoltatori delle trasmissioni del famigerato Joker Berlusconi di oggi. Gli ascoltatori dell’Isola dei famosi sono stati discriminati e basta. La trasmissione non diffondeva certo disinformazione politica, non elogiava nè incoraggiava l’illegalità, non era illegale, non seminava ignoranza né falsità. I suoi ascoltatori pagavano il canone come gli altri, come gli ascoltatori dei programma di storia della RAI che di disinformazione e di silenzio colpevole ne ha disseminato in abbondanza su una tragedia immane come le FOIBE su cui ha taciuto per anni come se le foibe non esistessero, come del resto hanno fatto tutta una banda di esperti, di colti e civili intellettuali, come il grande maestro Salinari che sul Vocabolario della lingua parlata in Italia alla voce “foiba” scrive: Dolina con sottosuolo cavernoso. Indica particolarmente le fosse del Carso nelle quali, durante la guerra del 40-45, furono gettati i corpi della rappresaglia nazista o il devoto oli che recita fossa comune delle vittime di lotte civili e assassinii politici o come De mauro che laconicamente recita fossa comune per occultare cadaveri di vittime di eventi bellici. Chi occultava non erano solo le foibe ma soprattutto loro. Gli occultati non erano solo i cadaveri ma anche l’informazione corretta.
Le Foibe furono una delle grandi stragi del secolo e, se le stragi nei campi nazisti sono conosciute, né le Foibe né la strage degli Armeni in Turchia hanno trovato una via per uscire dalla tomba in cui l’hanno seppellite le culture egemoni morali, civili e giuste che dominavano e ancora dominano la cultura italiana e quella Turca. Qui come là a disinformare e tacere erano le culture egemoni e le tivù di stato -servizio pubblico.

Negli anni ottanta i miei allievi della scuola professionale esprimevano il loro entusiasmo per le nuove tivù libere di Berlusconi e tutta la loro inimicizia verso la vecchia RAI – servizio pubblico. Se interrogati sul perché di tanta ostilità verso la RAI, protestavano dicendo che quei programmi non erano fatti per loro, che ciò che compariva in RAI non era la vera vita ma la vita su Marte o su Alfa centauri ma soprattutto rispondevano che la RAI che non li rispettava, che pretendeva di insegnar loro come si deve essere veri cittadini e trattava le loro teste come il maestro Ippoliti, nel vecchio programma Non è mai troppo tardi, trattava le teste non alfabetizzate.
Ma erano allievi di una scuola professionale, e questo bastava per squalificare allievi e opinioni. perché in quelle scuole, in quegli allievi difettavano sia la coscienza civile sia la cultura appropriata. Non pochi professori delle scuole medie inferiori li indirizzavano da noi perchè confondevano “manuale” con “manesco” e finivano per consigliare agli allievi maneschi e ai genitori dei figli maneschi che il loro destino era una buona e sana scuola professionale con tanto di laboratori dove i suddetti maneschi disturbatori avrebbero avuto la possibilità di sfogare i loro litigiosi e barbari istinti.
 Chissà come si figuravano le scuole professionali quelle teste poderose, quei cervelli elevati, normalizzati, civili e chic ma l’immagine richiamata doveva essere quella di rumorosi laboratori dove quei barbari, armati di martelli, martellavano innocenti pezzi di lamiera su incolpevoli incudini e, per completare l’opera, martellavano le teste e i coiones dei loro compagni, nonché le teste e i coiones dei loro insegnanti per poi affettarli con seghe elettriche e inchiodarli ai muri con sparachiodi.
Certe trasmissioni come l’abolita “Isola dei famosi” sono come ci racconta la somma, suprema Tarantola, proveniente dal pollaio d’elite della banca d’Italia, “Non in linea con la missione di servizio pubblico dell’azienda.” Se è vero, la Tarantola ci dia la definizione di “essere in linea con la missione di servizio pubblico dell’azienda” affinché noi, utenti offesi da quella decisione che giudichiamo discriminatoria, si possa controllare quanti spettacoli presenti sulle reti siano in linea o no, quanti film  presenti sulla rete siano in linea o no. Ci dia la sua definizione di “Essere in linea” ossia ci dia un criterio d’accettabilità o non accettabilità e discuteremo sul criterio e poi delle decisione prese e non prese.
In realtà il palazzo della cultura e delle arti è un grattacielo dove, parlando ad esempio di musica, certuni considera belli di Verdi solo Otello e Falstaff, altri accettano la trilogia ma rigettano il resto, altri ancora rigettano tutto. Alcuni di Strauss accettano solo Salome ed Elettra, e disprezzano il resto. Lo stesso accade per Stravinskij di cui molti accettano solo il periodo rivoluzionario, fino alla Sagra e detestano la fase cosiddetta neoclassica. C’è chi accetta la musica strumentale e non quella operistica, c’è chi arriva ad accettare il Jazz, chi ama il Rock e rifiuta tutta la classica. Una babele insomma. Ma penso che nessuno di costoro, elevi però mura e fossati e dica si deve trasmettere solo la musica prediletta, anche se accadde, in altri tempi, che in qualche famiglia qualche disco dei cappelloni e zingari Beatles venisse sequestrato, qualche fumetto strappato, e su molti prodotti venisse posto un veto morale e inflessibile.

Il problema è però politico e, più precisamente, democratico. Tutto va bene finché non si passa all’azione perché, se a me, che pago l’ abbonamento RAI piace l’isola dei famosi, e  tu me la togli, allora ti chiedo il perché e, se tu mi rispondi che non si confà e che è indecente, ti chiedo il motivo, visto che la trasmissione non offende nessuno, non disinforma, non viola leggi e piace a moli. A questo punto nessuna delle motivazioni note e ostentate, potrà mai convincermi perché questi difetti io non li vedo, non m’importa nulla se tu pontifichi che questi difetti ci sono. Ma chi l’ha prescritta questa esclusione? Il medico? L’igienista? Qualche elite malata di testa? Perché non leviamo quello che piace a te?
Se poi la risposta fosse “Perché la trasmissione è in passivo”- che non è comunque il caso dell’Isola dei famosi” e tantomeno del Bagaglino - allora la questione rischia di essere ancor più dilaniante, perché sarà giusto e naturale porre la questione “Perché viene finanziato, ad esempio, il Don Carlos che piace a trenta persone e non l’isola dei famosi che piace a migliaia? Perché quella è arte? Ma chi l’ha detto che quella trentina di cittadini debba decidere ciò che è arte e che l’arte debba essere finanziata e trasmessa?Perché l’arte esprime la verità? Perchè esprime valori, esprime sentimenti o verità universali che attraversano i secoli? Ma quando mai! Da quando esiste un misuratore d’arte?
Se esiste, ma in realtà esiste solo la congregazione dei nasofini civili di turno, allora bisogna dire che funziona male. Mozart fu  ascoltato nell’indifferenza e morì nel’indifferenza e così Bach, Vivaldi e molti altri. Svevo, giudicato uno dei migliori narratori del secolo scorso, sarebbe sepolto per sempre, se in suo favore non si fosse espresso Joyce, e Joyce non lo avrebbe fatto se non fosse stato “esiliato” a Trieste come insegnante d’inglese della Berlitz dove Svevo frequentò i suoi corsi. Al contrario molte opere e molti autori giudicati come arte somma dai nasofini del periodo sono oggi dimenticati o ricordati come abili venditori dei loro pasticci, vedi in proposito, tutte le opere, a suo tempo osannate, di Meyerbeer. 
Mi si dice che, se voglio vedere il Trash, posso farlo nei canali del famigerato Joker e Clown Berlusconi, il che va bene ma i canali di Berlusconi, che non mi chiedono il canone, per reggere economicamente devono riempire i programmi di pubblicità. Perché per vedere ciò che mi piace devo sorbirmi la pubblicità?Perché devo pagare il canone affinché tu veda ciò che ti piace senza pubblicità?
C’è chi si diverte a vedere il Don Carlos e chi preferisce la il calcio perché il secondo deve pagarselo  e il primo no? E’ un cittadino di serie A? Chi ama “l’arte” è un cittadino di serio A? e poi chi lo decide che il Don Carlos è arte? Il consiglio dei trenta?
Quella che pongo è una questione di democrazia. Amo l’opera e detesto le canzonette ma vedo molti pregi nell’operare della musica leggera, come ho spiegato nell’articolo in questione, e accetto tutte le espressioni di ciò che intende commuovere, divertire, ecc. indipendentemente dalle persone che vengono commosse o divertite da queste opere. La selezione naturale ha salvato chi sapeva cacciare da solo o in coordinazione/subordinazione con altri per cibarsi ma ha anche salvato chi sapeva staccare, divertirsi ballare, ascoltare e vedere rappresentazioni, cantare e ascoltare chi cantava.
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Nella mia vita ho pensato e scritto molto sull’arte e ho anche scritto due libri. Il primo l’ho autopubblicato perché lo ritenevo degno di pubblicazione il secondo no. Non l’ho fatto perché sull’argomento, che riguardava l’arte, l’arte di genere, l’arte di consumo e i possibili criteri, non ho trovato soluzioni e non ho voluto aggiungere inutili parole e concetti agli innumerevoli già inutilmente scritti da professoroni che, invece, altrettanto inutilmente li pubblicavano.
In definitiva la mia concezione dell’arte iniziò quando comprai i dischi del Guglielmo Tell di Rossini, un’opera cui avevo assistito al Teatro Nuovo di Torino. Il commesso del negozio, saputo che era il mio primo e faticoso acquisto di un’opera, si stupì. Non solo, come primo acquisto, era una scelta del tutto inconsueta ma tale sarebbe stata, anche se fosse stato il ventesimo acquisto, in quanto opera pochissimo acquistata, pochissimo rappresentata e, quindi, pochissimo incisa. Concluse dicendo che, a suo avviso, tutti gli acquirenti, acquistando opere e facilitando, così, nuove esecuzioni e nuove incisioni, partecipavano alla creazione artistica e ciò era tanto più valido quanto più l’opera, come nel caso del Guglielmo Tell, era semi dimenticata. Contribuendo a tenere in vita quell’opera, le stavo dando vita e respiro. Insomma, a suo parere ne ero un po’ l’autore.
Trovai le considerazioni del commesso molto appropriate e le feci mie. La conseguenza maturò col tempo e contribuì ad allargare enormemente la mia concettualità in relazione al numero e alla tipologia degli gli attori estetici, una concettualità che implica una filosofia estetica senza barriere. Non solo gli artisti tradizionali ma vetrinisti, grafici pubblicitari, arredatori, venditori, cablatori, ecc. comici di avanspettacolo, attori di reality e infine tutta la legione dei fruitori. Ciascuno nella sua indipendenza, ciascuno nella sua autonomia, poco o per nulla concordata con gli altri attori. Non in forma CORALE, quindi, ma nella partecipazione libera e singolare della svariata moltitudine degli esseri singoli mortali che quasi non possono vivere, respirare, senza partecipare all’operare dell’arte e alla guerra di resistenza contro il nemico assimilatore che opera per modelli.

E’ evidente che non esiste un Essere Artistico immortale in quanto unità contrapposto all’Essere Informatico; non esiste ontologicamente, non esiste come possibilità di descrizione unitaria e neppure, quindi come teoria che definisca l’operare artistico e tracci i confini tra arte e non arte, tra poesia e non poesia.

giovedì 2 ottobre 2014

ROSSINI ; IL TELL! AMORE ROMANTICO? di Ezio Saia - Musica



Rossini? L’amore romantico? 

Il Tell? No


 
Non sensualità, non erotismo e neppure amore romantico. Amore coniugale! Forte, sereno, possente verso la moglie, la casa la patria, il figlio. Immenso verso il figlio, immenso, accorato della moglie per Guglielmo nella preghiera Ma nulla della vertigine romantica.  

mercoledì 1 ottobre 2014

CHERUBINI I DUE REQUIEM di Ezio Saia - Musica



Cherubini - MUSICA

Come si fa a definire Cherubini come uno dei tanti compositori di passaggio, di transizione dal classicismo al romanticismo come fa (mi sembra) Massimo Mila da qualche parte? dopo aver ascoltato i due Requiem, i due Sanctus, i due Agnus dei, i due Kyrie, i due Requiem eterna dona…, così commoventi, così veementi E non solo i due requiem e non solo la messa solenne!
Basta la musica sacra per capire perché Beethoven lo stimasse tanto! Più di ogni altro compositore suo contemporaneo.
Poi ci sono le stupende Ouvertures dalle opere:, quella delle Due giornate, quella dall’Anacreon, quella del Demoofonte, quella dalla Medea. Le due ultime mi paiono le migliori. Ma non è tutta la Medea un capolavoro assoluto dall’inizio fino alla fine? Così asciutta, tagliente, scolpita, dura. Quando sei stanco della melassa di Verdi, Wagner, Ciaikovsky, Puccini, di tutta la musica romantica e classica, insomma, di tutta la musica tonale, allora come rimedio funziona bene una buona iniezione di dodecafonia ma se proprio la dodecafonia non si riesce a digerire allora anche una dose di Cherubini-Medea va bene; meglio se cantato dalla Callas.

Perché questo Cherubini è così dimenticato? Musica dura, violenta quella della Medea ma anche dolcissime e umanissima col canto della nutrice.