sabato 30 agosto 2014

CONOSCETE APPIAS NERO?



Dall'io al cosmo
I fisici parlano con i matematici, i matematici dialogano con Dio. E chi comunica con il “pubblico”? Galileo, al contrario di Bruno, aveva un’idea abbastanza precisa della divulgazione “scientifica”: la nuova scienza non poteva permettersi di ignorarla. La comunicazione diventava così un’esigenza strutturale dell’impresa scientifica. Oggi si comincia a parlare di “scienza di massa”; il che non significa affatto che la scienza sia insegnata a tutti, ma che i nuovi mezzi di comunicazione di massa (Internet) consentirebbero (il condizionale è d’obbligo perché si tratta di una possibilità), per la prima volta, la pubblicazione dei risultati delle ricerche senza il filtro delle revisioni critiche. Dove collocare il libro di Barrow?[1] Naturalmente nel grande fiume della divulgazione accuratamente filtrata; in altre parole al di sotto di Galileo, Cartesio, Newton (tutti scrittori di “talento”) e al di sopra della scienza “post-accademica” praticabile nella rete Internet.

Il libro di Barrow è una specie di miscellanea (anche se la rosa degli argomenti è abbastanza ristretta) che riunisce articoli di giornali e riviste specializzate, brevi saggi divulgativi, recensioni. Redatti in periodi differenti e stilisticamente disomogenei, gli articoli sono ripartiti in dieci sezioni. Ciascuna sezione è preceduta da un’introduzione che documenta le circostanze in cui gli articoli sono stati stesi. Dicevamo che la rosa degli argomenti è abbastanza ristretta. Di fatto si ragiona soprattutto di matematica (l’universo è matematico?), dell’origine dell’universo (Big Bang e teorie rivali), dell’origine della vita (dall’angolatura offerta dal cosiddetto principio antropico), della ricerca, nell’ambito della fisica, di una Teoria del Tutto (GUT), del rapporto fra scienza e religione (è di moda la scommessa di Pascal?), e scienza ed estetica (forse l’evoluzionismo le spiega entrambe). Nell’impossibilità di illustrare con dovizia di particolari il percorso delle variazioni attorno agli argomenti testé elencati, ci accontenteremo di esporre cinque di rilievi epistemologici. 
1) Psicologia o epistemologia evoluzionistica. L’a priori kantiano, per Barrow equiparabile ad un “paio di occhiali con lenti rosa” (sic!), lascia aperte troppe domande; le risposte ce le fornisce quella specie di darwinismo filosofico che prende il nome di “epistemologia evoluzionistica”. Popper stesso sembra proporre l’adozione di un criterio di “selezione naturale” quando consiglia il suo metodo per tentativi ed errori (congetture e confutazioni). Ma per Barrow resta ancora molto da dire sulle “basi” di questa epistemologia evoluzionistica. Pertanto la filosofia della scienza non è una scienza. In ogni modo, l’epistemologia evoluzionistica giustificherebbe un certo realismo (ancora Popper?), perché, quando ne traessimo il corollario, la nostra visione del mondo sarebbe la conseguenza di un processo di evoluzione naturale. Ma questo è vero fino ad un certo punto: come si connette infatti l’evoluzione con la fisica delle particelle, i buchi neri e le leggi ultime della natura? Barrow conclude quindi che la fisica non sembra rispondere a un’esigenza evolutiva. La nostra capacità scientifica non sarebbe in questo senso che un prodotto collaterale degli adattamenti ambientali che possono non sussistere più: le menti dell’uomo si sono evolute per altri scopi. E tuttavia la mancanza di una stringente esigenza evolutiva a proposito della fisica (ma anche della matematica) ci porta a pensare che queste discipline non inventino, ma scoprano (come Cristoforo Colombo). In altre parole queste discipline non vedono condizionamenti evolutivi. 
2) Semplicità e complessità. Il passo che, secondo Barrow, non avrebbero compiuto i filosofi è il seguente: non avrebbero compreso come da leggi semplici, basate sulla simmetria (cioè sulla conservazione di una qualche invarianza, tipo la carica dell’elettrone), possano derivare esiti complessi (complessità organizzate come la vita) che rompono la simmetria. Barrow, peraltro, riconduce questa bipartizione (leggi simmetriche-esiti asimmetrici) a due tradizioni opposte: quella platonica e quella aristotelica. Nell’alveo della prima tradizione si collocano i fisici teorici e i fisici delle particelle; in quello della seconda i fisici sperimentali, i biologi, la medicina tutta, l’economia, la meteorologia. Lo studio della complessità e del caos da parte dei fisici è però una conquista recente: la complessità è un nuovo paradigma che richiede un approccio interdisciplinare e l’uso del computer. 
3) Lo studio dei sistemi caotici, in cui è escluso il determinismo (a causa dell’impossibilità di stabilire con certezza le condizioni iniziali), è comprensibile solo con la legge dei grandi numeri (nel senso che, alla lunga, essi obbediscono alla distribuzione gaussiana). Quest’assenza di determinismo, nonostante la presenza dei modelli matematici statistici e probabilistici, costituisce, a giudizio di Barrow, un antidoto contro i filosofi della scienza che danno risalto alla falsificazione e alla predizione (ancora Popper). Proprio lo studio del caos suggerisce però un ulteriore rilievo epistemologico. L’idea galileiana di un libro del mondo scritto con caratteri matematici non smette di trovare conferma: l’universo è matematico; pi greco sta scritto nel cielo. Per il fisico teorico, quindi, il mondo può essere ridotto ad uno schema (pattern) e la scienza può essere descritta come l’attività di ricerca di compressioni (abbreviazioni). A questo punto sorge però una domanda: esistono limiti concettuali in questa ricerca? La dimostrazione che Gregory Chaitin ha dato del teorema di incompletezza di Gödel può essere espressa come l’impossibilità che una comprensione sia quella definitiva: ve ne potrebbe essere una più semplice e profonda che aspetta di essere scoperta. Di fatto esistono sequenze casuali o incomprimibili a prima vista. 
4) Simmetria come euristica. Se le simmetrie (che affermano che può accadere di tutto purché, qualunque cosa accada, non disturbi il mantenimento di una certa invarianza) stanno scritte nel cielo, sulla terra fungono da guida per la ricerca. I filosofi della scienza parlerebbero in questo caso di euristica. 
5) “A priori” e principi antropici. Il principio antropico, la tesi secondo la quale l’universo è “fatto apposta” per un osservatore intelligente come l’uomo, costituisce, a conti fatti, una specie di “a priori”: garantisce della necessità di alcune proprietà fondamentali dell’universo per il semplice fatto, si fa per dire, che questi osservatori ci sono. Il fatto che vi siano osservatori è la “pietra di paragone”, la teoria che funge da pietra di paragone, per dirla con Lakatos, per tutti i modelli cosmologici.

Lorenzo Leone 

Note


[1] John D. Barrow, (Between Inner Space and Outer Space. Essays on Science, Art, And Philosophy) Dall’io al cosmo, Arte, scienza, filosofia, tr. it. Stefano Gattei, Raffaello Cortina editore, 2000, p. 448.

venerdì 29 agosto 2014

LA BAROCCA PROSA DI VANCE di E. Saia - LETTERATURA



Jack Vance   LETTERATURA

Sto rileggendo qua e là racconti di fantascienza tratti dall’antologia di Solmi e dal libro degli Ugo.
Alcuni sono comuni alle due raccolte.


Amo la prosa di Vance, la struttura, il vocabolo inventato, la sorpresa degli aggettivi, la straordinaria capacità di descrivere colori e paesaggi immaginari, inventati. Le trame e le vicende delle sue storie, i suoi mondi inventati sono tanto insensati da riuscire a sorprenderti. Come si fa a descrivere seriamente un mondo in cui l’attività fondamentale è la preparazione dei veleni? Inventa creature incredibili! Non sai mai se è serio, grottesco, sarcastico o ingenuo. Paesaggi stupendi, vocaboli stravaganti, funivie lunghe migliaia di chilometri, razze demenziali e l’incredibile dialogo. Tutti, donne, uomini, delinquenti, saggi, eroi, patrizi, plebei, criminali parlano con lo stesso ritmo e con lo stesso aristocratico vocabolario; come se tutti quanti, anche l’ultimo ubriacone, avessero preso almeno due lauree a Oxford.
Vance sei unico. Sono innamorato della sua fantasia e del suo linguaggio barocco. Scriverò ancora della tua fantasia vulcanica, traboccante, incontenibile. E della tua prosa, del tuo linguaggio, dei tuoi boschi, dei tuoi alberi, dei tuoi cannoni di sabbia.


giovedì 28 agosto 2014

MARTIN SCORSESE di E.Saia CINEMA


Martin Scorsese come Donizetti 

 Martin Scorsese, Taxi driver, Toro scatenato, Quei bravi ragazzi. Il livello del racconto e la capacità di raccontare, incidendo drammaticamente sulle vicende, lo rendono forse il più grande regista americano dei nostri giorni. Direi che il livello è sempre molto alto come la velocità con cui gira e la bravura con cui riesce a pilotare vicende e attori. Mi ricorda Donizetti.
Anche Donizetti componeva come una locomotiva. Un’opera ogni otto, nove mesi. Senza contare le messe, le cantate, i quartetti, le canzoni, ecc. ma Donizetti creava capolavori e opere pessime mentre il livello di Scorzese mi pare non scenda mai al disotto di un’assoluta bravura.

mercoledì 27 agosto 2014

Grandi scrittori, grandi musicisti e microcervelli - Ezio Saia - Letteratura


 
LORO CREDONO DI AVERLO EXTRALARGE
I magnifici quattro  -  LETTERATURA

Cent’anni di solitudine di Marquez, Il tamburo di latta di Grass, Il Maestro e Margherita di Bulkakov ,
Poi?
 La casa verde di Varglas Losa e l’ Orlando di Virginia Woolf.

A allora dove mettiamo Colossi come Joyce, Proust, Kafka, Celine?
Penso a queste graduatorie mentre nelle orecchie sfilano gli eroi del Crepuscolo degli dei.

Musiche sempre di Wagner. Comincio con l’entrata degli dei nel Walhalla, segue il Finale de La caduta degli dei poi  … lasciamo perdere questa è musica troppo bella che, oltretutto, commuovendo, distrae…e ascoltiamo la prima sinfonia di Brahms non meno bella ma che non distrae...
Tornando ai romanzieri del secolo scorso, chi dobbiamo mettere nei primi dieci, venti cento? Lasciamo perdere i premi Nobel decisi da quelle menti supreme, da quelle aquile somme, da quelle cime estreme dell’evoluzione darwiniana, da quelle eccellenze che possiamo solo guardare dal di sotto in su e adorare perché sono così in alto, in alto, coi loro cervelli...



martedì 26 agosto 2014

Il premio Nobel A SARAMAGO


Il premio Nobel A SARAMAGO. LETTERATURA

Finalmente il Nobel a un grande Romanziere. Riprendo in mano i due volumi che la collana di Mondadori     dedica a Saramago. Che grande autore! Il migliore mi sembra Tutti i nomi per tanti motivi, la descrizione kafkiana dell’ufficio che privilegia la messa in evidenza di una rigorosa ideale geometria. Il girovagare insensato, l’odissea, dell’impiegatuccio, ecc. Non mi è piaciuto il finale. Anzi direi che è di troppo.
Anche L’Isola di Roccia e il Memoriale sono notevoli! Più che notevoli.
Troppo lungo, troppo lavorato mi pare  L’anno della morte di Riccardo Reis.  Non amo neppure  Il vangelo secondo Gesù Cristo. Buono Storia dell’Assedio di Lisbona. Quando ho scritto La città e il demonio di cui potete trovare notizia sia nella pagina 2 del blog sia a questo indirizzo LA CITTA' E IL DEMONIO, la storia d’amore fra La signora Gauss e il Professor Fato ripercorre indegnamente la trama di questo romanzo. 

Comunque un gran Nobel.

lunedì 25 agosto 2014

Enzo Mattiotto. Grande Matiotto - Grande Segrè - ricordo di Ezio Saia

ENZO MATTIOTTO





Il titolo lo avrei dovuto scrivere tutto in lettere maiuscole ma ormai è scritto e del resto Enzo il nome in maiuscolo se l'è conquistato da solo con la sua vita.
Lui mi iniziò alla pittura e, in genere alle arti figurative, io lo iniziai alla letteratura. Acquistava settimanalmente i classici della letteratura dell'editore Salani e si costruì una libreria in legno, sotto la scala che portava dal piano terra all'alloggio. Abbandonò i classici Salani e assieme iniziammo I capolavori nei secoli, fascicoli di pittura, scultura, architettura editi settimanalmente dalla FRATELLI FABBRI EDITORI di Alba. Forse nessuno dei due finì la raccolta. Arrivammo al barocco e dovemmo abbandonarla per iniziare I maestri del colore della stessa casa editrice; una collana a colori, economica ma di una tal perfezione e grandezza da togliere il fiato. In Italia nessuno aveva mai visto nulla di simile. Lui la continuò, credo, mentre io passai dopo una quarantina di fascicoli alla Storia della musica, dispense con piccolo disco a 33 giri. Purtroppo la storia era già arrivata alle soglie dell'ottocento ma riuscii a ricuperare qualche numero arretrato. Questa è la sequenza che ricordo.
Da quella musica venni a conoscenza di Monteverdi e di Cherubini, ad esempio, e per me fu un'esperienza eccezionale ed entusiasmante. Cercai di comunicargli il mio entusiasmo ma senza riuscirci. Fu anzi molto lapidario e mi insegnò che disperdere la propria attenzione su troppi interessi non poteva che sfociare in un totale dilettantismo e in una totale superficialità. Non mi offesi per il rimprovero perché era troppo evidentemente giusto e io, già dispersivo allora, continuai ad esserlo per tutta la vita.
Oltretutto ormai la filosofia aveva quasi monopolizzato la mia attenzione e avevo imparato a vedere tutto con gli occhi della filosofia.
Ho detto che mi iniziò alla pittura ma fece molto di più. Lui che dipingeva dalle scuole medie inferiori con i colori ad olio, mi invogliò a imparare e mi aiutò ad acquistare l'attrezzatura accompagnandomi in un magazzino all'ingrosso convenzionato con l'Arsenale dove lavorava suo padre. Lui dipingeva molto meglio di me ma, a un certo punto smise, perché si dichiarò incapace di inserire i volumi nello spazio. Mi spiegò cosa intendeva con quell'"inserire i volumi" servendosi di dipinti di Raffaello e Mantegna e dalla sua chiarissima spiegazione sui pieni e sui vuoti, sui colori e sui contrasti, capii che il mio "inserimento" dei volumi nello spazio, le mie composizioni di pieni e di vuoti, erano molto peggiori delle sue.
Con lui imparai a marinare la scuola e a frequentare La Bussola in via Po' e le poche altre gallerie accessibili.
Era un animo molto generoso e onesto. Avrebbe potuto eccellere in tutte le attività ma giustamente seppe rinunciare e impegnarsi in quella manageriale costruendo una delle più grandi imprese del Piemonte e portandovi la sua sensibilità per l'equilibrio fra verde e fabbricati, tra natura e cultura. Mi piaceva parlare con lui e, quando, dopo il Politecnico, non fu più possibile, perché si ritrovò totalmente assorbito dalla sua attività di impresario, ne sentii molto la mancanza.
Sono stato suo compagno alle medie, al liceo, e al Politecnico anche se lui scelse il ramo civile e io quello elettrotecnico. Quando morì, morì più di un amico.

Grande Enzo Mattiotto! Grande classe Segrè!


sabato 23 agosto 2014

BOITO COMPOSITORE di E. Saia - MUSICA



Boito -  M


Non è molto stimato come compositore. Anzi è quasi dimenticato. Ma per quel poco che ascolto di tanto in tanto è un vero musicista. Ascolto il prologo, il finale, qualche pezzo del Mefistofele e qualche pezzo, tra cui il finale, del Nerone. Il duetto finale del Nerone è di una bellezza incredibile. Almeno questo è ciò che sento io. Anche il prologo del Mefistofele è bello e anche il finale, anche se un po’ troppo pomposo e maestoso. Ad entrambi preferisco l’umanissimo finale del Nerone.

venerdì 22 agosto 2014

FINALI D'OPERA - MUSICA - Ezio saia



Finali d’opera - MUSICA

Quali i migliori?
Il coro del Tell sicuramente
Il concertato della Norma
Canto e morte di Isotta del Tristano
Il concertato dell’Aida
Il duetto de L’Incoronazione di Poppea
E chissà quanti altri che ora non ricordo o che non conosco.
E che dire del perdono nelle Nozze di Figaro?
E della dannazione nel Don Giovanni?
E che dire dei finali drammatici, umanissimi di Jenufa (secondo atto) e del caso Makropulos di quel gigante misconosciuto della musica che fu Janacek
Comicerò dalla fine da  caso Makropulos 





giovedì 21 agosto 2014

BOITO IL MAGO - MUSICA, LETTERATURA - Ezio Saia


BOITO IL MAGO - MUSICA 

Mago e prestigiatore di lingua e vocaboli, di accostamenti e sillabe. Giocoliere vertiginoso nell’Otello di Verdi nella scena della festa del primo atto. E come Verdi seppe sovrapporre il suo gioco e incorporare quelle meraviglie!
Fuoco di gioia l’ilare vampa
Fuga la notte col suo splendor
Guizza sfavilla crepita avvampa
Fulgido incendio, che invade il cor.

Dal raggio attratti vaghi sembianti
Muovono intorno mutando stuol
E son fanciulle dai lieti canti
e son farfalle dell’igneo vol

ancora più barpècchi i versi fra coro e Cassio e Jago
Innaffia l’ugola!
Trinca tracanna!
Prima che svampino
Canto e bicchier

Questa del Pampino
Verace manna
Do vaghe annugola
Nebbie pensier

Chi all’esca ha morso
Del ditirambo
Spavaldo e strambo
Beva con me






Ancor più stupefacente e ammagliante nel libretto della Gioconda di Ponchielli:


Deh! non tremar!
Siamo in un'isola ~ tutta deserta,
tra mare e cielo ~ tra cielo e mar!
Vedrem pur ora tramontar la luna...
quando sarà corcata, all'aura bruna
noi salperem; cogli occhi al firmamento,
coi baci in fronte e co' le vele al vento!
.
LAURA E ENZO
Laggiù nelle nebbie remote,
laggiù nelle tenebre ignote,
sta il segno del nostro cammin.
Nell'onde, nell'ombre, nei venti,
fidenti, ridenti, fuggenti,
gittiamo la vita e il destin.
La luna discende, discende
ricinta di roride bende,
siccome una sposa all'altar.
E asconde ~ la spenta ~ parvenza
nell'onde; ~ con lenta ~ cadenza
la luna è discesa nel mar!


Non credo che Ponchielli abbia saputo utilizzare un simile splendore. Ma è poi splendore? O esagerazione? O marinismo. A me quei versi piacciono ma io ero forse l’unico a cui Marino e il marinismo piacevano tanto da spingermi a leggere un testo dal titolo Poesie del Marino e dei marinisti preso a prestito dalla biblioteca e, a quanto ricordo, così nuovo che dubito mai fosse stato sfogliato da mano di docente o di allievo.

I piace anche la musica con cui Ponchielli  riveste le parole. L’ho detta grossa. Da far inorridire e scandalizzare la società civile per la salvaguardia dell’arte classica, ma va bene così. (quelli hanno nasi così delicati! Ma di questi favolosi nasi parlerò un’altra volta)

27 Il torbido incandescente fuoco di Cammarano M



Verranno a te sull’aure
I miei sospiri ardenti
Udrai sul mar che mormora
L’eco dei miei lamenti.


E di dolor
versa un’amara lacrima
su questo pegno ancor.

Sono i versi con cui Lucia e      i due amanti, il cui amore segreto e poi ferocemente contrastato dalle due famiglie che si odiano, si salutano alla vigilia della partenza di lui.
Riuscite a pensare a versi d’amore più ardenti?
Non sono in completa linea con quella intensa Lucia che impazzirà per amore? Non sono perfettamente aderenti al canto finale di lui quando intona: “Tu che a Dio spiegasti l’ale”



I versi e l’impostazione di quell’immane fucina di fuoco che è il Trovatore sono ancora più roventi di sentimento?

Versi, Parole pronte per ricevere le musiche altrettanto ardenti di Donizetti e di Verdi. Senza il crogiolo di sentimenti spremuti dal cuore di Cammarano  e fissati in parole di fuoco Il trovatore e la Lucia forse non sarebbero quelle grandi opere che sono. Togliamo il forse.


mercoledì 20 agosto 2014

PALESTRINA, VERDI, BERLIOZ di E. Saia - Musica


BERLIOZ



PALESTRINA, VERDI, BERLIOZ -  Musica

Tra i tanti capolavori di Requiem che sono stati composti nei secoli anche nel secolo scorso quelli di Strawinskij, di Henze, di Faurè, di Grieg. Conosco i primi due e mi paiono buoni. Strawinskij in tutte le sue versioni riesce a convincere. Sono molto diversi da quelli romantici di Berlioz, di Verdi, di  Cherubini. Non conosco quello di Brahms. Ma prima di questi autori ci sono secoli di musica religiosa. C’è Palestrina con la sua Messa dei morti, che ho appena ascoltato per la decima o dodicesima volta. Che calma, che sofferenza serena, che fede, che amore! Non c’è davvero bisogno della concitazione, della terribilità, del fragore dei Requiem romantici. Quanta distanza da Verdi! Quanta dal fragore artificiale di Berlioz.

Berlioz - Dies Irae

Stravinskij - Requiem Canticles