lunedì 13 ottobre 2014

QUINE




Circa una teoria di Quine sul sapere umano.

L’olismo di Quine rappresenta forse la più moderna riproposta di una concezione unitaria del sapere come organizzazione; una concezione che però presenta anche i sintomi della sua negazione.
Quine ci rappresenta il complesso delle teorie sul mondo con un'immagine metaforica, che è contemporaneamente una teoria globale circa il sapere e una nuova proposta circa la forma e la struttura dell'albero del sapere.
 La sua teoria è di tipo olistico e in diretta concorrenza contro le teorie verificazioniste derivanti in qualche modo dal primo neopositivismo. Quine nega che un singolo enunciato o una singola teoria possano essere verificate e con ciò sostiene l'esistenza di una totale interconnessione del sapere.
Per Quine le nostre conoscenze, connesse in un sistema di teorie, costituiscono metaforicamente un campo che solo ai suoi bordi può essere verificato. Scienze come la logica e la matematica occupano le zone più interne del campo mentre le scienze naturali occupano le zone più periferiche; proprio quelle periferie, dove in qualche modo il campo tocca il mondo e può essere collaudato su questo.
Secondo la teoria di Quine, quei confronti ai bordi del campo possono confermare o non confermare le teorie del campo e quando non le confermano provocano un mutamento del nostro sapere e, quindi, della conformazione del campo. Questi assestamenti interessano in genere le teorie più periferiche e meno sicure, ma, qualora ciò non fosse possibile, l'assestamento dovrà avvenire su teorie più interne e più sicure.
La "sicurezza" di teorie più forti come la logica e la matematica dà loro una posizione quasi intoccabile. Noi siamo sicuramente molto riluttanti ad accettare modifiche alle teorie più certe anche perché le loro leggi fungono da presupposto per tutte le altre e una modifica di questi presupposti avrebbe conseguenze e metterebbe in gioco la validità di tutte le teorie del campo. Dovendo scegliere fra il modificare una regola logica e una legge naturale, è più semplice modificare la seconda perché la modifica della prima sconvolgerebbe tutto il campo e richiederebbe non solo una sua completa revisione.
Quine ha indubbiamente ragione quando sostiene la quasi intoccabilità di teorie forti come la logica e la matematica; noi siamo, infatti, sicuramente molto riluttanti ad accettare modifiche alle teorie più certe le cui leggi fungono da presupposto per il sapere in generale. Una modifica di questi principi logici, che solo all'inizio del XX secolo parevano montagne di solidità, viene riconosciuta dagli esiti di quelle stesse filosofie nate come costruzione teoriche per trasformare quelle solidità in eternità e universalità. Le logiche paraconsistenti, quelle alternative, lo stesso principio di "tolleranza" di Carnap non sono che le varie e multiformi affermazioni di questa nuova mentalità svincolata da quelle mitiche sicurezze. Lo stesso Bohr non si fece certo condizionare da timori di lesa maestà quando costruì il suo (incoerente da questo punto di vista) modello di atomo. Il principio di indeterminazione, l’accettazione di una luce che è insieme onda e corpuscolo, gettano lunghe ombre proprio su questi principi che in precedenza avevano funzionato così bene da creare il mito della loro universale ed eterna validità.
Pur nei suoi meriti la teoria di Quine ha però una profonda debolezza. Veri punti delicati sono l’ambito troppo limitato, la gerarchia delle discipline e quella verifica ai bordi sulla quale si basa tutta la struttura del campo.
L'ambito limitato si riferisce a ciò che Quine intende per sapere e conoscenza. Un sapere che non si estende oltre quel sapere da lui considerato scientifico. A questo limite, che esclude ogni valore conoscitivo alla metafisica, alla poesia, all'arte in generale, è collegata anche la scelta della logica e della matematica come discipline più sicure e più consolidate che occuperebbero, secondo Quine, le zone più interne del campo dove le eventuali modifiche si irrigidiscono. E' chiaro che Quine, pur adottando una visione pragmatista della conoscenza, si dimentica di quei paradigmi e preteorie che sono alla base del nostro ragionare preteorico e che costituiscono quelle configurazioni da cui si possono sviluppare tutte le discipline, anche quelle certe come la matematica e la logica.
Non meno critiche appaiono le verifiche ai bordi del campo: E’ chiaro che questo confronto deve avvenire con ben definite procedure e che, in queste, verranno coinvolti principi logici e scientifici; è pure chiaro che entreranno in gioco l'induzione, le leggi fondamentali della logica, leggi scientifiche generali e una varietà di strumenti di misura, a loro volta funzionanti secondo leggi fisiche la cui esplicitazione ha luogo all’interno di teorie assestate più o meno profondamente nel campo. Insomma esiste tutta una serie di 1) teorie e 2) di strutture preteoriche che entrano in gioco affinché quel "confronto" ai bordi del campo possa avvenire; in definitiva, i controlli funzionano proprio in conformità a quei principi che dovrebbero controllare. L’albero del sapere di Quine non soffre delle difficoltà dei tradizionali alberi del sapere, ma basa la sua efficacia su un circolo vizioso. 
Ben più grave appare la sua incapacità di vedere l’esistenza di preteorie, di saperi, di comportamenti la cui origine, formazione, integrazione si perde nella storia del nostro vivere; non un albero unitario del sapere ma un coacervo di teorie-credenze che comprende certamente principi, indirizzi e teorie che "occupano" i posti più interni del campo del sapere. Sono le preteorie, le abitudini, i linguaggi che, ad esempio, presentano alle teorie nobili e istituzionalizzate un mondo già colonizzato, già assimilato, già digitalizzato dai nostri lontani progenitori in cui è addivenuta e continua ad addivenire la convergenza tra un mondo articolato in oggetti e un linguaggio articolato in nomi e proposizioni.