venerdì 3 ottobre 2014

Trash, elite e disinformazione


Gentilmente il Signor  Bruno.Cancellieri aveva commentato il mio articolo Democrazia-degli-incivili-degli-indecenti-bagaglini-delle-indecenti-isole-dei-famosi-una-difesa-filosofica-del-diritto-al-trash con queste parole:

Il trash è ovviamente un diritto umano inalienabile e non negoziabile, ma penso che un servizio pubblico debba offrire una cultura di valore, costruttiva, che diffonda valori, e il trash non ha valore, anzi, tendenzialmente, semina ignoranza, disinformazione, demagogia e denigra e distrugge i valori. Lasciamo quindi il trash al maestro del trash, Berlusconi e alle sue reti televisive, Non c'è bisogno che la RAI le rincorra per vendere più spazi pubblicitari. Io eliminerei completamente la pubblicità dalla TV pubblica, per una questione di principio e di progresso civile, anche a costo di aumentare il canone e di ridurre la audience.

Non riuscendo a postare la mia risposta su Face sono ricorso all'escamotage di riportarla sul mio blog per poi linkarla su Face. Ecco la risposta:

Trash è un termine che contrassegna una certa cultura dai confini incerti e ambigui ma che comunque fin dalla nascita è stato connotata da termini dispregiativi. Se veramente trasmette disvalori, allora accetterei il trash solo e in via teorica in quanto valore di diritto e di libertà come sembri affermare tu ma non credo che le cose siano così semplici perché, prima di tutto, non so chi stabilisce ciò che sia valore e ciò che non lo sia e poi perché sospetto che tutto dipenda dalla forza con cui una certa cultura egemone, che occupa la plancia di comando, sappia assimilare alla propria cultura le altre. In secondo luogo anche il termine “costruttiva”, mi pare di difficile senso e non meno problematici mi paiono i concetti associati a “seminare ignoranza” e seminare “disinformazione”. Peggio ancora per quanto riguarda il concetto “demagogia” di cui tutti parlano senza darne definizione.  
Chi stabilisce quali sono i valori e quali sono le trasmissioni che trasmettono “valori”? Dopo cinquant’anni di vissuto culturale, dopo l’età della tivù democristiana anch’essa ostentata come servizio pubblico, dopo le censure su parole e programmi di quel periodo, dopo le cacciate di persone e programmi da parte della elite allora egemone - oggi come allora radiate, esiliate o riformate – il tutto in conformità alla funzione maieutica ed educativa che il paradigma del periodo non solo suggeriva ma, dalla plancia di comando protetta da mastodontici bastioni, ordinava, mi chiedo che senso abbia parlare di valori e di servizio pubblico visto che anche allora la parola “valori” era in voga come oggi, anche se i “valori” sono cambiati.
Passano le stagioni culturali e politiche e c’è sempre una legione di elite protagoniste di incessanti scalate e dominazioni per conquistare la plancia e imporre la loro Società che di volta in volta prende il nome di Società morale, società civile, ecc.
Come ho ricordato nell’articolo non esisteva nell’età vittoriana (e dopo) un valore più certo della immoralità dei rapporti Gay. Turing è morto suicida col cianuro nel 1954, dopo che la società civile e morale, fattasi giudice, lo aveva condannato alla castrazione chimica, dopo che con iniezioni di estrogeni gli fu abbassato il peccaminoso e immorale desiderio sessuale e dopo che quelle iniezioni gli fecero crescere un umiliante seno. Tutto ciò nonostante che li avesse salvati dal nazismo, decifrando i codici nazisti, e avesse elaborato quel geniale algoritmo conosciuto come Macchina di Turing. Ho usato i termini “peccaminoso e immorale” perché questi erano gli aggettivi determinanti per quella cultura egemone, perché non solo la morale cristiana (considerata comunque un valore da promuovere) ma anche la morale naturale condannavano quel rivoltante comportamento contro Dio e la natura. Una condanna che come ricorda un film con Pozzetto e Massimo Ranieri, era ancora ben vivo pochi decenni fa nella cultura che oggi si autodefinisce “Società civile”.  
Dopo tutti questi anni in cui le varie società culturalmente dotate e civili si sono succedute, emanando le loro circolari di approvazione/disapprovazione, i loro ordini, i loro giudizi: sui fumetti, sui libri, sui film, sulle trasmissioni, sui libri di testo, sui programmi scolastici, universitari, ecc. non credo certo in valori assoluti. Di straforo dico che mia madre fu convocata e diffidata perché a scuola ero stato sorpreso con la Nausea di Sartre. Questo è uno delle decine di migliaia di episodi dell’allora società morale e civile egemone che non racconta comportamenti di singole persone- in questo caso una docente - ma di un sistema che credeva nei suoi principi e nella sua cultura e non li credeva storicamente veri ma veri universalmente e fonti di giudizi e repressioni.

I Gay, i lettori di fumetti, i lettori del grand Hotel, addirittura i gialli, i romanzi erotici, addirittura i western corrispondevano allora agli ascoltatori dell’Isola dei Famosi e del Bagaglino o agli ascoltatori delle trasmissioni del famigerato Joker Berlusconi di oggi. Gli ascoltatori dell’Isola dei famosi sono stati discriminati e basta. La trasmissione non diffondeva certo disinformazione politica, non elogiava nè incoraggiava l’illegalità, non era illegale, non seminava ignoranza né falsità. I suoi ascoltatori pagavano il canone come gli altri, come gli ascoltatori dei programma di storia della RAI che di disinformazione e di silenzio colpevole ne ha disseminato in abbondanza su una tragedia immane come le FOIBE su cui ha taciuto per anni come se le foibe non esistessero, come del resto hanno fatto tutta una banda di esperti, di colti e civili intellettuali, come il grande maestro Salinari che sul Vocabolario della lingua parlata in Italia alla voce “foiba” scrive: Dolina con sottosuolo cavernoso. Indica particolarmente le fosse del Carso nelle quali, durante la guerra del 40-45, furono gettati i corpi della rappresaglia nazista o il devoto oli che recita fossa comune delle vittime di lotte civili e assassinii politici o come De mauro che laconicamente recita fossa comune per occultare cadaveri di vittime di eventi bellici. Chi occultava non erano solo le foibe ma soprattutto loro. Gli occultati non erano solo i cadaveri ma anche l’informazione corretta.
Le Foibe furono una delle grandi stragi del secolo e, se le stragi nei campi nazisti sono conosciute, né le Foibe né la strage degli Armeni in Turchia hanno trovato una via per uscire dalla tomba in cui l’hanno seppellite le culture egemoni morali, civili e giuste che dominavano e ancora dominano la cultura italiana e quella Turca. Qui come là a disinformare e tacere erano le culture egemoni e le tivù di stato -servizio pubblico.

Negli anni ottanta i miei allievi della scuola professionale esprimevano il loro entusiasmo per le nuove tivù libere di Berlusconi e tutta la loro inimicizia verso la vecchia RAI – servizio pubblico. Se interrogati sul perché di tanta ostilità verso la RAI, protestavano dicendo che quei programmi non erano fatti per loro, che ciò che compariva in RAI non era la vera vita ma la vita su Marte o su Alfa centauri ma soprattutto rispondevano che la RAI che non li rispettava, che pretendeva di insegnar loro come si deve essere veri cittadini e trattava le loro teste come il maestro Ippoliti, nel vecchio programma Non è mai troppo tardi, trattava le teste non alfabetizzate.
Ma erano allievi di una scuola professionale, e questo bastava per squalificare allievi e opinioni. perché in quelle scuole, in quegli allievi difettavano sia la coscienza civile sia la cultura appropriata. Non pochi professori delle scuole medie inferiori li indirizzavano da noi perchè confondevano “manuale” con “manesco” e finivano per consigliare agli allievi maneschi e ai genitori dei figli maneschi che il loro destino era una buona e sana scuola professionale con tanto di laboratori dove i suddetti maneschi disturbatori avrebbero avuto la possibilità di sfogare i loro litigiosi e barbari istinti.
 Chissà come si figuravano le scuole professionali quelle teste poderose, quei cervelli elevati, normalizzati, civili e chic ma l’immagine richiamata doveva essere quella di rumorosi laboratori dove quei barbari, armati di martelli, martellavano innocenti pezzi di lamiera su incolpevoli incudini e, per completare l’opera, martellavano le teste e i coiones dei loro compagni, nonché le teste e i coiones dei loro insegnanti per poi affettarli con seghe elettriche e inchiodarli ai muri con sparachiodi.
Certe trasmissioni come l’abolita “Isola dei famosi” sono come ci racconta la somma, suprema Tarantola, proveniente dal pollaio d’elite della banca d’Italia, “Non in linea con la missione di servizio pubblico dell’azienda.” Se è vero, la Tarantola ci dia la definizione di “essere in linea con la missione di servizio pubblico dell’azienda” affinché noi, utenti offesi da quella decisione che giudichiamo discriminatoria, si possa controllare quanti spettacoli presenti sulle reti siano in linea o no, quanti film  presenti sulla rete siano in linea o no. Ci dia la sua definizione di “Essere in linea” ossia ci dia un criterio d’accettabilità o non accettabilità e discuteremo sul criterio e poi delle decisione prese e non prese.
In realtà il palazzo della cultura e delle arti è un grattacielo dove, parlando ad esempio di musica, certuni considera belli di Verdi solo Otello e Falstaff, altri accettano la trilogia ma rigettano il resto, altri ancora rigettano tutto. Alcuni di Strauss accettano solo Salome ed Elettra, e disprezzano il resto. Lo stesso accade per Stravinskij di cui molti accettano solo il periodo rivoluzionario, fino alla Sagra e detestano la fase cosiddetta neoclassica. C’è chi accetta la musica strumentale e non quella operistica, c’è chi arriva ad accettare il Jazz, chi ama il Rock e rifiuta tutta la classica. Una babele insomma. Ma penso che nessuno di costoro, elevi però mura e fossati e dica si deve trasmettere solo la musica prediletta, anche se accadde, in altri tempi, che in qualche famiglia qualche disco dei cappelloni e zingari Beatles venisse sequestrato, qualche fumetto strappato, e su molti prodotti venisse posto un veto morale e inflessibile.

Il problema è però politico e, più precisamente, democratico. Tutto va bene finché non si passa all’azione perché, se a me, che pago l’ abbonamento RAI piace l’isola dei famosi, e  tu me la togli, allora ti chiedo il perché e, se tu mi rispondi che non si confà e che è indecente, ti chiedo il motivo, visto che la trasmissione non offende nessuno, non disinforma, non viola leggi e piace a moli. A questo punto nessuna delle motivazioni note e ostentate, potrà mai convincermi perché questi difetti io non li vedo, non m’importa nulla se tu pontifichi che questi difetti ci sono. Ma chi l’ha prescritta questa esclusione? Il medico? L’igienista? Qualche elite malata di testa? Perché non leviamo quello che piace a te?
Se poi la risposta fosse “Perché la trasmissione è in passivo”- che non è comunque il caso dell’Isola dei famosi” e tantomeno del Bagaglino - allora la questione rischia di essere ancor più dilaniante, perché sarà giusto e naturale porre la questione “Perché viene finanziato, ad esempio, il Don Carlos che piace a trenta persone e non l’isola dei famosi che piace a migliaia? Perché quella è arte? Ma chi l’ha detto che quella trentina di cittadini debba decidere ciò che è arte e che l’arte debba essere finanziata e trasmessa?Perché l’arte esprime la verità? Perchè esprime valori, esprime sentimenti o verità universali che attraversano i secoli? Ma quando mai! Da quando esiste un misuratore d’arte?
Se esiste, ma in realtà esiste solo la congregazione dei nasofini civili di turno, allora bisogna dire che funziona male. Mozart fu  ascoltato nell’indifferenza e morì nel’indifferenza e così Bach, Vivaldi e molti altri. Svevo, giudicato uno dei migliori narratori del secolo scorso, sarebbe sepolto per sempre, se in suo favore non si fosse espresso Joyce, e Joyce non lo avrebbe fatto se non fosse stato “esiliato” a Trieste come insegnante d’inglese della Berlitz dove Svevo frequentò i suoi corsi. Al contrario molte opere e molti autori giudicati come arte somma dai nasofini del periodo sono oggi dimenticati o ricordati come abili venditori dei loro pasticci, vedi in proposito, tutte le opere, a suo tempo osannate, di Meyerbeer. 
Mi si dice che, se voglio vedere il Trash, posso farlo nei canali del famigerato Joker e Clown Berlusconi, il che va bene ma i canali di Berlusconi, che non mi chiedono il canone, per reggere economicamente devono riempire i programmi di pubblicità. Perché per vedere ciò che mi piace devo sorbirmi la pubblicità?Perché devo pagare il canone affinché tu veda ciò che ti piace senza pubblicità?
C’è chi si diverte a vedere il Don Carlos e chi preferisce la il calcio perché il secondo deve pagarselo  e il primo no? E’ un cittadino di serie A? Chi ama “l’arte” è un cittadino di serio A? e poi chi lo decide che il Don Carlos è arte? Il consiglio dei trenta?
Quella che pongo è una questione di democrazia. Amo l’opera e detesto le canzonette ma vedo molti pregi nell’operare della musica leggera, come ho spiegato nell’articolo in questione, e accetto tutte le espressioni di ciò che intende commuovere, divertire, ecc. indipendentemente dalle persone che vengono commosse o divertite da queste opere. La selezione naturale ha salvato chi sapeva cacciare da solo o in coordinazione/subordinazione con altri per cibarsi ma ha anche salvato chi sapeva staccare, divertirsi ballare, ascoltare e vedere rappresentazioni, cantare e ascoltare chi cantava.
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Nella mia vita ho pensato e scritto molto sull’arte e ho anche scritto due libri. Il primo l’ho autopubblicato perché lo ritenevo degno di pubblicazione il secondo no. Non l’ho fatto perché sull’argomento, che riguardava l’arte, l’arte di genere, l’arte di consumo e i possibili criteri, non ho trovato soluzioni e non ho voluto aggiungere inutili parole e concetti agli innumerevoli già inutilmente scritti da professoroni che, invece, altrettanto inutilmente li pubblicavano.
In definitiva la mia concezione dell’arte iniziò quando comprai i dischi del Guglielmo Tell di Rossini, un’opera cui avevo assistito al Teatro Nuovo di Torino. Il commesso del negozio, saputo che era il mio primo e faticoso acquisto di un’opera, si stupì. Non solo, come primo acquisto, era una scelta del tutto inconsueta ma tale sarebbe stata, anche se fosse stato il ventesimo acquisto, in quanto opera pochissimo acquistata, pochissimo rappresentata e, quindi, pochissimo incisa. Concluse dicendo che, a suo avviso, tutti gli acquirenti, acquistando opere e facilitando, così, nuove esecuzioni e nuove incisioni, partecipavano alla creazione artistica e ciò era tanto più valido quanto più l’opera, come nel caso del Guglielmo Tell, era semi dimenticata. Contribuendo a tenere in vita quell’opera, le stavo dando vita e respiro. Insomma, a suo parere ne ero un po’ l’autore.
Trovai le considerazioni del commesso molto appropriate e le feci mie. La conseguenza maturò col tempo e contribuì ad allargare enormemente la mia concettualità in relazione al numero e alla tipologia degli gli attori estetici, una concettualità che implica una filosofia estetica senza barriere. Non solo gli artisti tradizionali ma vetrinisti, grafici pubblicitari, arredatori, venditori, cablatori, ecc. comici di avanspettacolo, attori di reality e infine tutta la legione dei fruitori. Ciascuno nella sua indipendenza, ciascuno nella sua autonomia, poco o per nulla concordata con gli altri attori. Non in forma CORALE, quindi, ma nella partecipazione libera e singolare della svariata moltitudine degli esseri singoli mortali che quasi non possono vivere, respirare, senza partecipare all’operare dell’arte e alla guerra di resistenza contro il nemico assimilatore che opera per modelli.

E’ evidente che non esiste un Essere Artistico immortale in quanto unità contrapposto all’Essere Informatico; non esiste ontologicamente, non esiste come possibilità di descrizione unitaria e neppure, quindi come teoria che definisca l’operare artistico e tracci i confini tra arte e non arte, tra poesia e non poesia.